mercoledì 21 novembre 2018

PASSENGERS di Morten Tyldum


di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Riscrivere la Genesi, può esserci sfida più entusiasmante per un narratore? Prendere il libro chiave, nel libro dei libri, e provare a ridirlo, ad adattarlo al nostro presente, ad un futuro che nella sua indefinita lontananza diviene metafora del vivere di tutti noi.

Siamo su un’astronave, la Avalon, che trasporta dei passeggeri ibernati verso Homestead II, un nuovo mondo extra sistema solare dove c’è più spazio per vivere e per svilupparsi: insomma, la nuova frontiera del colonialismo spaziale. Sulla Avalon però qualcosa non funziona a dovere e uno dei gusci – i pod, così li chiamano, - si apre in anticipo. Il meccanico Jim Preston (Chris Pratt) si sveglia accorgendosi che mancano ancora ottantotto anni all’arrivo su Homestead II, ciò che lo costringerà a morire in solitudine sulla nave senza mai giungere alla meta.

Di tornare a dormire – nell’originale inglese non va trascurata la vicinanza semantica dell’espressione put to sleep all’idea della morte per come espressa, per esempio, nelle lettere di Paolo, - non se ne parla: la tecnologia prevede che si possa ma solo in presenza di un tecnico umano. Allora Jim si rassegna e vive come un naufrago: come Robinson si lascia crescere la barba e le sue giornate sono allietate solo dalla presenza di Arthur (Gus Sheen), il barman robotico che trascende gli anni, passati e futuri, in un locale che appare un chiaro omaggio a Stanley Kubrick.

Solo che Jim si sente solo. Come Adamo, che pure è precipitato da Dio in un paradiso, non certo in una discarica, Jim ha tutto quel che vuole ma si sente privo del calore di un altro essere umano; se però Adamo poteva chiedere a Dio la creazione di una Eva, peraltro al costo d’una costola, Jim non ha che da scegliere nella sterminata distesa – sono in tutto cinquemila, - di bozzoli criogenici in cui altri esseri umani sono ibernati. Basta svegliarne uno, o forse una. La costola simbolica che Jim deve dare è il prezzo che la sua coscienza dovrà pagare sapendo che nel risvegliare l’altra persona la condannerà al suo stesso destino di prigionia e di morte.

In uno dei bozzoli giace addormentata – ed il nome è infatti lo stesso di quella che dormiva nel bosco, anche se la capsula assomiglia più alla bara di Biancaneve di disneyana memoria, - la scrittrice e giornalista Aurora Lane (una come sempre bellissima e talentuosa Jennifer Lawrence) e per Jim è amore a prima vista. Dopo innumerevoli esitazioni si convince: spegne la macchina criogenica e le (ri)dà la vita.

Che tra i due poi nasca un sentimento amoroso è ovvio epperò va detto che lo sceneggiatore Jon Spaihts (già in Prometheus e Dr. Strange) riesce a gestire questo aspetto della vicenda narrativa con maestria, centellinando gli indizi fino al momento in cui Aurora verrà a sapere che è stato Jim a svegliarla, condannandola ad una fine atroce.

D’altra parte è da questo espediente che la storia si ricollega in modo evidente proprio alla Genesi: sino alla cacciata dall’Eden Eva non era che un’appendice, una costola di Adamo senza una propria personalità. L’evento traumatico della scoperta del malfunzionamento della nave Avalon – la promessa infranta dell’Albero della Conoscenza, - permetterà ad Aurora di sperimentare la possibilità di costruire insieme, di giocare alla pari con Jim e di essere, infine, colei che lo salverà da morte certa.

Avalon, l’isola che nella mitologia celtica è il luogo eletto dell’aldilà, diviene qui la metafora della vita di ognuno di noi: siamo passeggeri o passanti, nelle nostre esistenze? E se davvero ci aspetta un luogo migliore, forse Homestead II, non è ugualmente sensato provare a fare della nave che ci trasporta un piccolo paradiso terrestre?

Vivere non è semplice e richiede fiducia nel futuro e nelle proprie potenzialità ma vivere, così come morire (Barrie), può essere una grande avventura.

© 2018 EDIZIONI CINEVECIO.

sabato 3 novembre 2018

LO SCHIACCIANOCI E I QUATTRO REGNI di Lasse Hallström e Joe Johnston


Il viaggio più difficile è sempre quello che compiamo dentro noi stessi. Questa potrebbe essere la chiave di lettura più importante per interpretare un film a lungo atteso, la nuova versione dello Schiaccianoci targata Disney.

Le aspettative erano tante e, conviene precisarlo subito, non sono andate deluse. D’altra parte la sapiente casa di Burbank non ha arruolato due registi come Lasse Hallström e Joe Johnston per niente: l’uno è l’anima di film come Chocolat, Hachiko, Dear John e Il vento del perdono mentre l’altro è il papà di una leggendaria pellicola di formazione come Jumanji oltre che di cult come Le avventure di Rocketeer o Le avventure del giovane Indiana Jones.

Insomma, la Disney ha fatto i compiti a casa e li ha fatti molto bene. Non solo ha trovato in Mackenzie Foy (Interstellar) il volto di una perfetta Clara ma ha saputo innovare con garbo e trasportare nel nuovo millennio questa classica storia di Natale dando al vecchio padrino Drosselmeyer le fattezze di un saggio Morgan Freeman che ha per ‘nipote’ uno schiaccianoci anche lui di colore che si chiama Phillip Hoffmann, giusto per non dimenticare il geniale quanto turbato scrittore romantico all’origine della vicenda.

La mossa successiva è stata quella di trovare un nuovo modo di raccontare una storia vecchia, pur senza ricorrere al pretesto del prequel o alla versione antieroica (per fare un esempio, l’esperimento di Maleficent): gli sceneggiatori Ashleigh Powell e Michael Beaufoy hanno risolto la questione con ingegno ed in modo che il plot divenisse funzionale al ruolo catartico e psicanalitico che questa storia di viaggio eroico ha sempre avuto.

La piccola Clara Stahlbaum vive a Londra col padre e i fratelli. Ha perduto la mamma da poco e da essa ha ricevuto per Natale un regalo postumo, un uovo simil Fabérgé per il quale però non possiede la chiave. Il rapporto che Clara ha con il padre (Matthew McFayden) non è facile: entrambi soffrono la perdita di un affetto ed entrambi fanno difficoltà ad ammetterlo. Il risultato è che sembrano allontanarsi inesorabilmente l’uno dall’altra.

L’unico che pare comprendere la giovane e talentuosa Clara – la ragazzina ha peraltro una passione per la meccanica e i marchingegni, - è il padrino Drosselmeyer, una sorta di industriale/inventore campione di una cultura steampunk che gli sceneggiatori hanno avuto la bella idea di sottolineare in questa nuova versione della storia.

Sarà a casa di Drosselmeyer, alla vigilia di Natale, che Clara intraprenderà un viaggio verso un mondo straordinario che contribuirà a renderla una donna. Accantonata la fantasia del rimpicciolimento a dimensione di giocattolo, in questa rivisitazione Clara raggiunge il magico mondo di Schiaccianoci attraverso il buio tronco di un albero cavo, memore della lezione di Narnia, da un lato, e di quella di Freud dall’altro, vero tunnel di attraversamento delle più recondite paure della giovinetta.

Una volta giunta a destinazione Clara apprende di essere l’erede dei Quattro Regni, in quanto figlia di una madre che già era stata in quel fantastico altrove (e qui il richiamo a Barrie è evidente), e di trovarsi di fronte ad una guerra fratricida che sembra sin troppo facile da risolvere. Clara però dovrà imparare, a sue spese, che il Bene e il Male esistono ma non sono sempre così chiari e semplici da riconoscere.

Clara si ritrova – un po’ come nella precedente rilettura data dal russo Andrej Konchalovskij, - non già in un regno fatato ma in una vera e propria distopia nella quale Fata Confetto (una superba Keira Knightley) non è la fatina buona che sembra ma una dittatrice in erba pronta ad utilizzare la chiave che Clara va cercando, quella che apre il suo uovo, per rimettere in moto un terribile marchingegno capace di mutare i soldatini di latta in altrettanti militi a grandezza naturale, un vero esercito pronto a marciare al passo dell’oca su tutti e quattro i regni.

Madre Cicogna (un’insolita e spaesata Helen Mirren), a lungo ritenuta da Clara la cattiva della situazione, si rivela essere invece una ribelle datasi alla macchia per resistere alle pressioni espansionistiche di Fata Confetto. E allora Clara dovrà aprire l’uovo che la madre le aveva regalato per trovare null’altro che un carillon e uno specchio: qui dentro c’è tutto ciò che ti serve, le aveva scritto nel biglietto d’accompagnamento, come a far risuonare nelle nostre orecchie il conosci te stesso del tempio di Delfi.

Clara sarà allora capace sia di superare le sue paure che di fare la scelta giusta, riconquistando la pace per i Quattro Regni e tornando nel mondo ordinario con un elisir di conoscenza fondamentale, la capacità di perdonare e perdonarsi. Ritrovato il padre, finirà per danzare con lui sulle note del Valzer dei Fiori di Tchaikovsky.

Come parlare, del resto, dello Schiaccianoci senza menzionarne la musica? Tutte le varie versioni cinematografiche di questa storia si sono misurate con la sfida di usare Tchaikovsky come colonna sonora, persino Konchalovskij si adeguò, a suo modo, nel suo Schiaccianoci 3D facendo riarrangiare i pezzi più famosi del balletto in salsa rap e pop.

A differenza però di altri film questo si pone come un aperto e ammirato omaggio alla grandezza del compositore e del suo scenografo/coreografo Marius Petipa: anche la Disney è cosciente che in questo balletto russo si conclude una delle vette culturali del nostro Occidente. Ecco che allora il palazzo reale di Clara avrà le fattezze del Cremlino, con le caratteristiche torri alla russa, e veri e propri inserti di balletto – metateatro, direbbero i dotti, - sono piazzati qui e là nella storia.

L’omaggio è però anche della Disney a se stessa: la sequenza iniziale del balletto nel quale vediamo un’orchestra dietro ad una superficie illuminata in controluce è una chiara citazione del capolavoro di Walt Disney, Fantasia, nel quale un sorpreso Leopold Stokowski stringeva la mano all’impertinente Mickey Mouse. Del resto è logico immaginare che questo film avrà, molto probabilmente, lo stesso scopo e lo stesso effetto che Fantasia doveva avere nel pensiero di Walt: avvicinare i bimbi alla bella musica.


Una parola va spesa a favore degli sceneggiatori. Powell e Beaufoy riescono a costruire una trama davvero organica, mai banale, sempre tenendo presente il classico come riferimento ma innovando con sapiente rispetto. Le immagini che propongono sono affascinanti, dal felliniano circo di Madre Cicogna sino ai mulini d’acqua che forniscono energia al castello sui quali Clara dovrà arrampicarsi dopo essere fuggita da una prigione posta in una torre astronomica la quale richiama, indubbiamente non per caso, la torre di Isengard su cui Gandalf viene imprigionato da Saruman. Il tutto condito da un ardito cromatismo memore delle immortali lezioni di Powell & Pressburger (I racconti di Hoffmann, Scarpette Rosse, Duello a Berlino).

La simmetria del racconto è perfetta e funziona in modo efficace. Prima di entrare nel mondo straordinario Clara raggiunge Drosselmeyer nel suo laboratorio – un’anticipazione del mondo magico, un aldilà nell' aldiquà - dove il padrino le chiede di aggiustare una macchina carillon che sembra procedere con un moto invertito: Clara la fa ripartire nel verso corretto dandoci così, in chiave prolettica, un primo assaggio di ciò che la aspetterà nel regno incantato, ossia invertire la marcia di una macchina bellica ben più pericolosa di un giocattolo.

La bella e dolce Clara scopre che nulla è come sembra ma soprattutto si accorge, e noi con lei, che nessuno di noi è ciò che crede di essere.

© 2018 EDIZIONI CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 30 settembre 2018

Quando l’ANTAGONISTA è il motore della storia


Spesso ciò che dispiace, fa male, provoca dolore, ci dà fastidio, ci indispettisce, non ci piace è poi fondamentalmente ciò che ci permette di migliorare, raggiungere più alti traguardi, comprendere, ragionare e in definitiva maturare.

Le storie che andiamo a vedere al cinema non sono diverse dalla vita reale e sono, di norma, delle storie di formazione: il protagonista, o l’Eroe, intraprende un viaggio per raggiungere un obiettivo. A prescindere dal successo dell’impresa, che può esserci ma può anche latitare fino a mutare le aspirazioni del protagonista, l’Eroe giunge alla fine del viaggio con un nuovo bagaglio di conoscenza, nuove visioni circa la vita e la morte e nuovi obiettivi.

Ma basta l’ambizione del protagonista? E’ sufficiente la motivazione dell’Eroe a condurre innanzi la nostra trama? Se in alcuni casi, rari, ciò è plausibile, nella maggior parte delle narrazioni abbiamo bisogno di un agente disturbante, un nemico, che si incarichi di mettere in difficoltà il protagonista al fine di costringerlo a superare quei limiti che la quotidianità impone e che il viaggio nel Mondo Straordinario permette invece di annullare.

Un caso interessante in questo senso è il film Rush (2013) di Ron Howard, un vero e proprio piccolo saggio cinematografico sul ruolo funzionale e salvifico dell’Antagonista.

Convenzionalmente si potrebbe decidere di vedere Nikki Lauda come vero protagonista della storia, se non altro perché è il narratore che fornisce la cornice agli avvenimenti. Tuttavia con lo svolgersi del racconto diviene sempre più difficile ritenere che attore principale non sia anche James Hunt, l’eterno rivale di Lauda nella conquista del titolo di campione del mondo di Formula 1.

Analizzando a fondo la struttura della storia è possibile notare che lo sceneggiatore Peter Morgan (The Queen, L’altra donna del Re, Hearafter, The Crown) ha inteso creare un sistema del tutto sui generis: non c’è un Eroe che lotta contro il suo Antagonista ma piuttosto una coppia di Eroi che di volta in volta svolgono il ruolo di Antagonisti l’uno dell’altro. Sostanzialmente una trama chiastica che funziona proprio perché ogni mossa da Eroe riceve una risposta da Antagonista e viceversa, muovendo in avanti il racconto con armonia e dinamicità.


Appena Hunt apprende che Lauda si è ‘pagato’ l’ingresso in Formula 1, anche lui smania e fa di tutto per lasciare la Formula 3 e seguirlo nella serie più alta, come attratto magneticamente da un duello che prima di essere sportivo è personale, un confronto tra due modi di essere e di vivere.

Tanto Lauda è meticoloso, aritmetico, preciso e dedito al lavoro, tanto Hunt è godereccio, incostante, disimpegnato, incapace di obiettivi. Sono due visioni della vita che si contendono il favore del pubblico sugli spalti e dello spettatore oltre lo schermo: sono però al contempo complementari perché ogni volta che Hunt eccede nei bagordi vorremmo tornare a Lauda e ogni volta che Lauda si dimostra meschinamente impiegatizio vorremmo riprendere la joie de vivre di Hunt.

D’altra parte qualsiasi storia che ambisca a costruire un Antagonista che funzioni non può tralasciare il fondamentale aspetto del doppelgänger, del doppio: ogni Antagonista deve essere la proiezione del lato oscuro (Darth Vader è appunto paradigmatico) dell’Eroe. Ben lo comprese appunto Lucas che, seppure molto avanti nella storia, si premurò di dirci che quella fenomenale Figura Ombra che è Darth Vader non solo assomiglia a Luke Skywalker ma ne è, addirittura, il padre ossia, potremmo dire, una sua proiezione oltre che archetipica davvero genetica.

La parte centrale del film di Howard, vale a dire il vero e proprio Viaggio dei due eroi, culmina con un midpoint notevolissimo che non può essere se non uno spartiacque: l’incidente di Lauda che lo lascia sfigurato ma gli permette di divenire più consapevole (anche rispetto al rivale Hunt) che nella vita ci sono valori più alti della fama, del successo, della sconfitta del nemico.

Sebbene l’azione del film risalga verso il climax finale con il Gran Premio del Giappone, sin dal midpoint dell’incidente è a tutti ben chiaro che nulla è come prima. Per Lauda, certo, che antepone anche visivamente il volto della moglie Marlene alla sfida mortale al suo avversario ma anche per Hunt, colto a malmenare un giornalista che si era permesso di fare una domanda sgradevole a Lauda circa il suo aspetto fisico post incidente.

Infine che i due Eroi-Antagonisti siano necessari l’uno all’altro ce lo dice lo stesso Lauda, nella scena conclusiva del film. Di scalo in un aeroporto con le consuete ragazze al seguito, Hunt incontra Lauda che ormai è divenuto appassionato pilota d’aerei: i due si confrontano, si beccano come al solito ma infine Lauda riconosce che l’unica immagine che l’ha tenuto in vita durante le estenuanti cure mediche per le ustioni riportate è stata quella di Hunt che vinceva le gare in sua assenza. Come a dire che nessuno può fare l’Eroe senza un degno Antagonista.

© 2018 EDIZIONI CINEVECIO e Gaspare B Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

mercoledì 26 settembre 2018

Appunti sulla figura del MENTORE

Quando si prende in esame il viaggio che un eroe di fiction compie verso il raggiungimento della propria maturità, è indispensabile tener conto anche della figura che maggiormente fa da specchio al protagonista del racconto. Sia che si voglia decodificare una storia, un film, una striscia a fumetti o che magari ci si accinga a scrivere la sceneggiatura del prossimo successo al botteghino, si deve per forza fare i conti con la figura del Mentore.

Se già Dante Alighieri fece di Virgilio la spalla sulla quale costruire l’intero castello – complessissimo e ricchissimo di letture a vari livelli, - della sua Commedia, si dovrebbe realizzare con facilità come sia centrale nella narratologia la presenza di una figura di consigliere. Il Mentore è appunto questo, qualcuno che si prende in carico l’Eroe e cerca di consigliarlo e di fargli apprendere tutta la sua conoscenza: in questo modo l’Eroe diviene addirittura, in alcuni casi, l’erede del Mentore, specie quando questi è, per ragioni di costruzione della storia, tolto di mezzo in funzione della trama.

Il Mentore è un personaggio che sembra avere un diretto contatto con la divinità, ha potenzialità spesso magiche che gli permettono di camuffarsi secondo le necessità (in ciò apparentandosi al Mutaforma), ha in definitiva un ruolo fortemente psicologico nella vita dell’Eroe, assumendo una funzione maieutica che permette all’Eroe di scovare dentro di sé ciò che gli serve per portare a compimento la sua missione.

L’aiuto che il Mentore fornisce è di due tipi. In prima istanza c’è appunto l’aiuto psicologico, quello che lavora a livello intellettivo e che risulta invisibile ai più (per esempio, le facoltà di controllo mentale dimostrate da Obi One Kenobi all’arrivo con Luke a Mos Eisley, in Star Wars IV); in seconda battuta l’aiuto può concretizzarsi, ed accade assai spesso, in qualcosa di concreto e prendere pertanto la forma del dono, elemento di antichissima origine mitologica, che serve all’Eroe per sbloccarsi o per vincere in una battaglia particolarmente complessa (è Obi One, in definitiva, a donare a Luke la spada laser che era stata del padre).

Il Mentore però, contrariamente a quanto si possa pensare, non assume sempre le sembianze di un insegnante, di un vecchio saggio o di un anziano pacato e desideroso di trasmettere le sue conoscenze. Il Mentore è di per sé una figura versatile, può travestirsi e prendere temporaneamente le sembianze di un altro archetipo o, semplicemente, essere collocato in una posizione sociale e geografica del racconto che gli conferisce caratteristiche peculiari.

Per cominciare, possono esistere Mentori negativi. Sebbene il Mentore sia solitamente una figura positiva, nulla esclude che egli o ella possa essere semplicemente il vettore di una conoscenza positiva ma, quanto alla sua persona, essere negativo e distruttivo per l’Eroe. Un esempio tipico è la strega del mare Ursula ne La Sirenetta: senza di lei Ariel non otterrebbe le gambe che le permettono di avvicinare e conquistare Eric ma noi spettatori sappiamo bene che il contratto concluso dalla sensuale giovane sirena è un patto faustiano che può portare solo rovina, seppur non scevro da risvolti assolutamente utili.

Del resto, il Mentore quando non negativo può essere almeno riluttante, come accade in molte storie nelle quali l’Eroe è costretto ad inseguire il Mentore al fine di ottenere gli insegnamenti che sente gli servano per la propria missione. Un caso visivamente emblematico è quello di Dr Strange, precisamente nel momento in cui Stephen Strange siede fuori dalla porta di Kamar-Taj in attesa che l’Antico si decida a prenderlo come suo allievo e discepolo.

Talvolta il Mentore è riluttante perché anche lui non ha completato il suo viaggio dell’Eroe ed è rimasto bloccato in una delle fasi del suo percorso, divenendo infine scorbutico e negativo verso la vita, il mondo e spesso verso l’Eroe stesso. E’ un Mentore caduto. Un caso interessante è quello di Scoprendo Forrester, film di formazione nel quale il giovane ragazzo di colore Jamal vorrebbe diventare un grande scrittore e frequentare una scuola per ricchi: ad aiutarlo sarà lo scrittore misantropo William Forrester, un tempo famosissimo ma ora psicologicamente instabile e paranoico.


In alcune storie il Mentore è ricorrente, si tratta di un personaggio che interagisce con l’Eroe ogni volta che egli ne ha bisogno. Non è infrequente che in questi casi, spesso all’interno di prodotti seriali, il Mentore sia il latore dell’inciting incident della storia, che insomma giochi il ruolo di Messaggero oltre che di guida, dando il via al racconto. Tipico in questo senso è il ruolo di M nei film di James Bond.

Il Mentore può avere anche un risvolto fondamentalmente comico, come spesso accade nelle commedie, specie sentimentali, nelle quali il ruolo di guida viene affidato ad un amico o collega dell’Eroe che lo conosce molto bene e che presenta in sé delle caratterizzazioni di alta comicità ed eccentricità. Un esempio divertente da ricordare è quello di Birdie, la contabile della Libreria Dietro L’Angolo in C’è Post@ per Te: conosce la protagonista da quando è nata, la sa consigliare per il meglio ed è così eccentrica che parla con i defunti attraverso un antico medaglione quando non sostiene di aver avuto storie sentimentali con dittatori europei ormai nell’aldilà.

La declinazione in cui però il Mentore eccelle è senza dubbio quella del mago, la declinazione sciamanica. Come nei Tarocchi, dove il Mago viene rappresentato come un uomo in contatto con tutti e quattro i semi delle carte del mazzo (ossia con tutte le essenze dell’Universo), così nelle storie di questo tipo il Mentore è una persona che custodisce un sapere straordinario, inattingibile all’uomo comune. Si può trattare di un cavaliere Jedi come Obi One Kenobi, di un vero mago come Merlino ne La Spada nella Roccia o persino, ai nostri tempi, di uno scienziato come la Dottoressa Scott, virologa imbarca sulla Nathan James nella serie TV The Last Ship.

Qualsiasi forma esso assuma, è essenziale ricordare che un Eroe senza Mentore non può completare fruttuosamente il suo viaggio.
© 2018 EDIZIONI CINEVECIO e Gaspare B. Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

giovedì 7 giugno 2018

QUANDO SI SPENSE LA NOTTE di Ottavia Casagrande


Ci vuole coraggio anche per stare dalla parte sbagliata. Questa frase l’ho attesa per 235 pagine ma sapevo, dentro di me, che sarebbe arrivata. Me lo sentivo. Non poteva essere altrimenti, da un vecchio amico come Raimondo. Beninteso: non che io e lui siamo mai stati amici – è morto più di sessant’anni fa, - ma sono certo che lo saremmo stati, ai suoi tempi. E’ un vecchio amico perché da che ne sentii parlare tanti anni orsono per la prima volta, prima di conoscere Raimonda, la figlia, e Ottavia, la nipote, sapevo che c’era un feeling con questo matto aristocratico sempre di traverso a tutto, ideologie, sacramenti, boriosa pompa politica e professionale.

Era un Rhett Butler, uno di quelli che ti dicono che fare la guerra ai nordisti è una cosa stupida e che finirà male ma che alla fine, quando Atlanta brucia, si arruola nell’esercito sconfitto. Ma proprio perché è sconfitto. Perché ha una passione per le cause perse. Ottavia Casagrande, scrittrice e sceneggiatrice che di Raimondo è appunto la nipote, ci regala un ritratto di questo complesso, incomprensibile ed affascinante uomo nel suo nuovo romanzo Quando si spense la notte (Feltrinelli, pp. 243, € 16), entrando nel profondo dei pensieri di questo nonno mai conosciuto epperò sempre vissuto.

Ma andiamo con ordine, perché anche la storia editoriale di questo libro è un racconto di spionaggio. Qualche tempo fa Ottavia e Raimonda ricevono una telefonata dal Dorset (c’è contea più intrinsecamente britannica da cui ricevere una misteriosa call?). E’ una signora, tale Geraldine S., che probabilmente abita in uno di quei villaggi dove c’è anche una Miss Marple. O magari lei stessa è anche un po’ Miss Marple. Sostiene di aver ravvisato delle somiglianze, leggendo Mi toccherà ballare, il libro che Raimonda e Ottavia avevano già dedicato al principe, tra Raimondo Lanza di Trabia ed il bel Rodrigo Linzer, la spia italiana con cui la madre di Geraldine sosteneva di aver avuto una storia poco prima che l’Italia entrasse in guerra nel 1940.

Rodrigo Linzer. O Riddrick Linzer, come a volte si firmava. Per chi conosca quel matto di Raimondo ci vuol poco a fare due più due: uno che in missione segreta si faceva chiamare Rodolfo Lentini o dottor Roberto Lima solo allo scopo di poter comunque vagare per l’Europa indossando la propria finissima biancheria cifrata…. è più facile che l’incredibile sia vero, quando c’è di mezzo Raimondo.
© Il Giornale

Così viene fuori che la compassata signora inglese si chiama Geraldine perché questo era il nome che sua madre Cora, all’epoca agente britannica semi-dormiente nell’Italietta fascista, prese a utilizzare subito dopo che uno zelante brigadiere dei carabinieri ne aveva denunciata l’identità all’oscuro e temibile tenente colonnello Santo Emanuele, vera anima nera del Servizio Informazioni del Regime, in contatto con l’OVRA e pronto a ricattare persino la Casa Reale (sua la paternità del dossier che sosteneva una presunta omosessualità dell’erede al trono Umberto, il futuro Re di Maggio).

Prima che possiamo accorgercene, Ottavia Casagrande ci scaraventa di peso nella splendida atmosfera della fine degli anni ’30, poco prima che si scateni la tempesta perfetta. Raimondo salva, da par suo, la bella Cora che era stata beccata a osservare troppo da vicino le strutture portuali siciliane. La conduce a mangiare a casa, dalla austera e severissima nonna Giulia Florio (quella che faceva paura pure al Duce) e quindi la mette a lavorare come insegnante in un collegio di Roma.

Solo che è un collegio di suore e allora è tutto un girare per scale segrete e saltare su tetti spioventi per i due giovani amanti che cercano di consumare il loro amore in barba alle pie suorine. “Dica pure al suo parente di uscire da sotto il letto” chiosa con understatement Suor Mathilde, la superiora dal britannico aplomb, uscendo dalla camera della povera Cora dopo che i due erano stati interrotti durante un rendéz-vous. Già, perché non erano ammessi ospiti maschili – nel morigerato collegio, - e allora Raimondo si faceva passare per un parente. Servizio in camera, mannaggia a lui!

Raimondo con il suo idolo Erroll Flynn
Ma in fondo sta tutto qui il fascino incredibile dell’ultimo principe di Trabia. E’ l’uomo dai mille volti, anche tragici (quello del frac trasportato dal fiume nella canzone di Modugno, per dirne uno), l’uomo che sogna e con il sogno forgia la realtà che lo circonda. Si veste da monaca per sfuggire alle monache; si fa passare per attore; inventa divisioni e reparti inesistenti da inserire in microfilm falsi da inviare a Berlino, così che il caporale ci pensi bene prima di provare a tirar brutti scherzi all’Italia. E’, in definitiva, l’uomo che mal tollera qualsiasi censura e la fugge con l’ingegno del travestimento e dell’ironia.

Anche quando ormai le cose si mettono al peggio e l’amico Galeazzo Ciano – qui ritratto con penna magistrale da Ottavia che ne coglie tutta la tragica inadeguatezza, - gli consiglia la fuga, non potendo più proteggere lo scalmanato principe e la ragazzina inglese che giocano a fare le spie, Raimondo trova la forza dei grandi e attraversa l’Europa già in guerra al solo scopo di riportare in salvo Cora in Inghilterra, quella stessa Cora che gli chiederà di lì a poco di tradire se stesso, il suo paese: che poi alla fine per Raimondo è quella noiosa di nonna Giulia o il panzone di Galeazzo mentre fa la sauna ma è pur sempre il suo paese, sgarrupato che sia.

Right or wrong, my country, diceva Winston Churchill, il vecchio leone con cui Raimondo fa colazione prima di diventare nemico degli inglesi. Certo l’Inghilterra lo affascina e Cora ha ragione: se qualcosa è rimasto della civiltà occidentale, quel qualcosa alberga in Inghilterra, tra i vecchi che giocano a bocce in Hyde Park mentre la Luftwaffe bombarda Londra. Ma ci vuole coraggio anche per stare dalla parte sbagliata e se c’è una cosa che a Raimondo non è mai mancata – pur nelle sue enormi mancanze e nei suoi immensi limiti, - è il coraggio. Quello innato, quello che viene da chissà quale avo che aveva combattuto a Lepanto o magari aveva chiuso il quadrato della Vieille Garde a Waterloo.

Il tempo d’una doccia, e Raimondo sparisce. Non per vigliaccheria, naturalmente, ma perché ci sono cose che un uomo deve fare, al di là della convenienza. E allora addio sogni d’amore, addio paese civile e addio all’illusione che Raimondo sia stato solo uno scapestrato perdigiorno. Addio, addio, addio, cantava appunto Domenico Modugno, addio a quell’attimo d’amore che mai più ritornerà.

Raimondo e Susanna Agnelli a Cortina
Più che nel precedente Mi toccherà ballare, in questo libro la canzone di Modugno diventa davvero una cifra per comprendere il profondo di Raimondo, quei sogni mai sognati che mascherava dietro il pulito volto del rampollo di una delle più vecchie famiglie d’Italia. E’ la malinconia di Lili Marlene, il triste lamento di un giovane al fronte che spera di tronare a baciare l’innamorata sotto quel lampione. “Ma porta male!” sbotta Gino, il suonatore d’organetto, quando Raimondo, tornato a casa, gli chiede di metter su proprio quella canzone. “Appunto!” risponde Trabia. E intanto, i lampioni vengono spenti per il coprifuoco, per i venti di guerra. E, con loro, si spegne anche la notte.

Ottavia Casagrande ha il dono del romanziere, sa tenere il lettore per mano quando serve accompagnarlo e sa togliergli il fiato quando serve stupirlo. Non ha paura di mettere in luce le contraddizioni del nonno, lo osserva come un entomologo farebbe con una splendida farfalla che sa, purtroppo, destinata a morire troppo presto. Sa cogliere il letterario, o forse il cinematografico, in ciò che racconta: da non perdere, il momento in cui Raimondo va a trovare Cora, ora nota col nome di Geraldine Blake, sul set de La corona di ferro, primo e ultimo kolossal fantasy del cinema italiano, e si addentra nel folto della foresta, vera, che il regista Blasetti aveva preteso fosse ricostruita in studio a Cinecittà.
Ottavia Casagrande e Raimonda Lanza di Trabia

Tra gerarchi spompati, attrici russe doppiogiochiste, militari sadici, avvelenamenti, inseguimenti, rifugi montani e scelte difficili Ottavia ci presenta un Raimondo che in fondo era, nella sua impreparazione, più preparato di chi avrebbe dovuto condurre in salvo il paese. Era un matto scavezzacollo, pieno di contraddizioni, sfotteva il Regime ma si conquistava, volontario in Spagna, una medaglia d’argento al valor militare. Era un tombeur de femmes che ne amò davvero solo poche, forse una, un Clive Candy che nel volto di Cora ritrovava i lineamenti di Magdalene, l’inglesina che anni prima aveva perduto per una brutta malattia.

E se alla fine Raimondo fosse stato solo un bambino innamorato che provò a fare lo sgambetto alla Storia?

© 2018 CINEVECIO e Gaspare B. Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 1 aprile 2018

PEAKY BLINDERS : si torna vivi da una guerra?


Immaginate di prendere un cane già abituato a doversi procacciare il pane per suo conto, un randagio; immaginate di incattivirlo con privazioni e sofferenze d’ogni sorta al fine di favorirne l’aggressività; immaginate di usarlo per quattro lunghi anni, tenendolo sulla corda della vita e della morte, come un’arma mortale finché uccidere non diventi l’unico tratto certo del suo esistere. Ora fate finta di riportarlo a prima e ditegli che deve dimenticare tutto, che deve darsi una calmata, che è tutto tornato normale.

Se riuscite a rispondervi su come reagirà il povero animale, avrete capito non solo le gang inglesi (ma se è per questo tedesche, ungheresi, francesi) del primo dopoguerra ma anche – e forse questo suona più scandaloso, - le squadracce fasciste dei primi anni ’20. Che tragedia immane fu la Grande Guerra possiamo solo immaginarlo e, probabilmente, ricostruirlo per evidenze negative, riandando con calma a misurare i solchi che quel conflitto lasciò nella società europea e nelle anime delle persone, al fronte e a casa.

Di questo si occupa la bellissima serie Peaky Blinders (2013-presente) scritta e ideata da Steven Knight, prodotta dalla BBC e distribuita online da Netflix. Non di malavita, non di gangster in senso stretto, non di delinquenti che pure lo sono eccome: decide di raccontare cosa è stato il ritorno a casa dopo la più grande carneficina della storia contemporanea, quale sia stato l’impatto di un simile evento (sindrome post traumatica da stress, diremmo oggi) sulla mente di chi vi prese parte.

E’ così per Arthur Shelby (Paul Anderson), il più grande della famiglia Shelby che vive in uno slum di Birmingham. Ha il cervello completamente bruciato, se l’è giocato nelle gallerie che i soldati semplici erano costretti a scavare sotto le trincee, per aggirare una guerra di posizione estenuante e senza vincitori. Ma quelle gallerie perseguitano anche Tommy (un magistrale Cillian Murphy), il secondogenito degli Shelby che torna a casa trovando nell’oppio l’unico conforto all’immagine di un drappello di soldati tedeschi che sembra voler perforare il muro della sua camera da letto ogni notte.

Tommy è quello che si prende sulle spalle tutta la baracca. Non che lo voglia, evidentemente, ma non c’è nessun altro. La splendida e quasi greca figura della zia Polly (Helen McCrory), donna indurita dalla perdita dei figli per indigenza, non è sufficiente – ora che tutti gli uomini sono tornati dal fronte, - a mandare avanti le attività della famiglia: scommesse illegali, contrabbando di sigarette, protezione agli esercenti locali.

Cherchez la femme, dicono i teorici della buona sceneggiatura ed in effetti è con l’entrata di Grace (Annabelle Wallis) nel giro degli Shelby – arriva come cameriera ma è un’infiltrata dell’oscuro ispettore Chester Campbell (Sam Neill) – che le cose si complicano. Perché se Tommy va con le prostitute per concedersi quei conforti che possano placare le voci che sente nella testa, certo non è disposto ad amare nessuna: ma Grace, nel tipico modo che solo la crudele ironia della vita riesce sempre ad escogitare, così diversa da lui per estrazione ed abitudini riuscirà a diventare il suo grande amore.

Solo che non c’è grande amore senza perdita. L’amore di Tommy Shelby non può essere un sentimento borghese, misurato, corretto, civilizzato, quotidiano: Grace viene scoperta e sebbene le sia risparmiata la vita, è bene che se ne vada il prima possibile dal reame dei Peaky Blinders. Una settimana. Il tempo che Grace concede a Thomas per decidere se seguirla in America. E Thomas non va.

Ma come potrebbe? Come può un uomo che ha visto la morte sulla Somme e non ha fatto un passo indietro, come potrebbe un uomo abituato a lavorare nelle condizioni peggiori abbandonare le persone che dipendono da lui, lasciarle sole nella guerra del vivere quotidiano, quella guerra che accolse i poveri al ritorno da quella più grande scatenata dai ricchi? Se Grace ama Tommy per quel che lui è, sa che non può fare altrimenti. Non può giocare al golf la domenica o andare a Nizza in vacanza, se Tommy si gira anche solo un attimo, il suo piccolo angolo di salvezza è perduto per sempre, preso da qualcuno che magari ha più fame di lui.

Ispirata alla vera gang vittoriana dei Peaky Blinders, divenuti leggendari perché cucivano lamette di rasoio nei risvolti dei berretti, pronte all’uso per – si dice – accecare gli avversari o più probabilmente semplicemente per ferirli in velocità, la serie dimostra sin dal pilot una qualità che spesso solo la BBC è in grado di garantire. Scritta con grande maestria, non solo ha dei dialoghi da romanzo ma presenta dei tempi drammatici esemplari che la potrebbero assimilare ad un lungometraggio vero e proprio.

I caratteri sono studiati nel dettaglio: Arthur e la sua ormai belluina incapacità a controllare la voglia di uccidere; la durezza difensiva di Polly, donna che ne ha viste troppe persino per raccontarle; il coraggio di Grace nel perseguire un amore pericoloso ed infine il fato di Tommy, difficile ed imperscrutabile uomo, destinato a trovare l’amore nel momento in cui la sua anima è ormai troppo annerita per poter decidere di salvarsi seguendolo.


Una parola va spesa anche per le ambientazioni, tutte scovate nello Yorkshire di cui sembra possibile respirare la nera fuliggine, il freddo e la nebbia che ti penetra le ossa gelandoti lo spirito. Perfetta la ricostruzione degli ambienti della working class britannica, quelle casettine a schiera con il nerofumo di anni depositato alle finestre e la carta da parati stinta, tutte provviste, però, di una foto di Sua Maestà il Re.

In effetti questa serie è anche un grande affresco della dignità della working class inglese. Se altrove le classi povere tendono ad appiattirsi in un informe minestrone di degrado e sporcizia, il quarto stato inglese ha sempre rivendicato una sua peculiarità ed una sua fierezza difficilmente comprensibile a noi continentali. Se un operaio d’altoforno non vuole bere con un Lord non lo fa perché si sente inferiore ma perché non mischia le due tribù e pensa, al fondo, che la sua sia la migliore.

We will remember them, dicono gli inglesi ogni novembre, quando ricordano i caduti della prima guerra mondiale. 'Noi che abbiamo potuto diventare grandi grazie al sacrificio di coloro che non poterono, li ricorderemo': Peaky Blinders prova a ricordare anche chi da quell’inferno tornò.

© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

mercoledì 28 febbraio 2018

CinemaDautore : I GUARDIANI DEL DESTINO di George Nolfi

Com’è rassicurante pensare che la nostra vita sia gestita da un’entità superiore, da un Destino o da un Demiurgo: non dovremmo preoccuparci di fare scelte, se non quelle tra due tipi di dentifricio o su che film guardare il sabato sera. Ma il Destino può essere anche la più terribile delle gabbie, un padrone tirannico cui è impossibile ribellarsi.

Di questa e d’altre domande filosofiche si occupa l’ottimo film I guardiani del destino (Adjustment Bureau, 2010) di George Nolfi, una pellicola tratta da un racconto di Philip K. Dick (quello di Blade Runner, per intenderci) e che tuttavia risulta difficilmente ascrivibile ad un genere: non è fantascienza stricto sensu, non è commedia sentimentale, non è thriller e nemmeno film d’avventura. Ma allora cos’è?

E’ una piccola gemma a sé stante e totalmente autosufficiente, un racconto avventuroso e filosofico ad un tempo, film dotto ma anche di puro entertainment in una confezione sapientemente preparata per lasciarci con più domande che risposte.

David Norris (Matt Damon) è un giovane deputato rampante con uno sfolgorante futuro di fronte a sé. Ha appena perso una tornata elettorale ma non è tipo da non sapersi rialzare, vincerà alla prossima, le premesse ci sono e sono ottime. Prima del discorso della sconfitta, si reca nel bagno degli uomini della sala convention e lì fa la conoscenza della ballerina Elise Sellas (Emily Blunt), imbucatasi ad un matrimonio ed in fuga dai bodyguard della sicurezza. I due si piacciono subito ma le loro strade tendono a dividersi.

Qualche giorno dopo – causa la distrazione di un non meglio precisato figuro con indosso un trilby d’ordinanza, - David incontra nuovamente Elise su un autobus che non avrebbe dovuto prendere. I due continuano a piacersi, e anche molto, tanto che lei infine capitola e gli consegna il suo numero di telefono. David si reca in ufficio e lì vi trova degli strani agenti, tutti dotati di cappello, che sembrano ipnotizzare il suo amico Charlie (Michael Kelly). In quel frangente, David viene prelevato e gli viene spiegato cosa sta succedendo.

Sin dalle epoche più remote, sin dalla preistoria a quanto pare, il mondo è come salvaguardato da alcune persone, dei guardiani, che hanno vite lunghissime e indirizzano l’agire umano secondo il piano, ossia una sorta di schema scritto dal Presidente, una non meglio identificata figura che sembra gestire i destini del mondo. Questo piano è contenuto – ed in divenire in tempo reale, - in alcuni libri neri a disposizione dei guardiani che lì osservano e controllano che gli esseri umani non deviino da quanto preordinato.

Questi agenti tolgono a David il biglietto con il numero di Elise sostenendo che il piano non prevede una loro relazione: non c’è spiegazione, semplicemente David deve scordarsela. Il mondo è pieno di donne, dimenticala, gli vien detto da Richardson (John Slattery), un quadro intermedio tra i guardiani. Pena l’obliterazione totale della sua memoria, una sorta di lobotomia paranormale che lo condannerebbe alla follia.

Fin qui tutto bene. Tutti noi, e tutti i giorni, abbiamo la sensazione che l’Universo non voglia che facciamo qualcosa, che ci porti dove vuole lui. Chissà perché: le cose succedono e basta, ci andiamo ripetendo. Solo che David non è il prototipo del levantino fatalista, è piuttosto un volterriano alla ricerca del migliore dei mondi possibili: così Elise non la dimentica e per tre anni, per tre anni di seguito, ogni giorno riprende lo stesso autobus nella speranza di poterla incontrare di nuovo.

Siccome il Presidente è il boss ma il Fato - il caso che stava al di sopra persino di Zeus nella visione greca, - è più potente di tutti, un giorno David è sull’autobus e guarda un po’, omaggio nemmeno velato a David Lean e al suo Dottor Zhivago, scorge Elise che cammina sul marciapiedi di fronte. L’autista non lo vuole far scendere ma lui sono tre anni che aspetta, sarebbe capace di frantumare un finestrino per poter uscire. E la rincontra.

Lei per tre anni ha creduto che lui non la volesse chiamare (beata ingenuità femminile) ma lui ha perduto il numero, certo non può raccontarle quel che tre anni prima gli aveva detto Harry Mitchell (Anthony Mackie), il più umano e comprensivo tra i guardiani che si erano occupati del suo caso e che aveva voluto svelargli parte della verità. Ma tra i guardiani c’è subbuglio, David rischia di mettere a repentaglio di nuovo il piano così questa volta viene allestita una squadra più forte, più determinata e più spaventosa. Solo che si scopre anche che versioni precedenti del piano (ebbene sì, anche il Presidente cambia idea) prevedevano che David ed Elise stessero insieme, ecco perché si sentono irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra.

Di nuovo, questa volta con un ricatto psicologico, David è costretto a lasciare Elise, convinto con ciò di fare al meglio l’interesse di lei. Ma poi, mesi dopo, per caso legge che la giovane ballerina sta per sposarsi e allora no, si decide: le mie scelte sono tutto quello che ho, dice al suo amico, e si convince che deve tentare il tutto per tutto, almeno tentare. Con l’aiuto di Harry raggiunge Elise al Municipio e comincia con lei una fuga onirico-fantascientifica che culmina sulla vetta di un grattacielo. I due non hanno più scampo, sono accerchiati dai guardiani. Poi, più nulla: i guardiani spariscono, c’è solo Harry che li rassicura; il Presidente, in ragione degli immani sforzi che entrambi hanno fatto, giocandosi tutto solo per stare insieme, ha deciso di modificare il piano, si sono guadagnati la loro felicità.

Che gli uomini non sembrino capaci di gestirsi da soli è nozione antica quanto le stesse civiltà protostoriche: persino nelle caverne, i nostri antenati che a stento parlavano disegnavano superuomini capaci di navigare tra le stelle. Come nei film di Miyazaki, tutti noi post millennial siamo ben consci del fatto che l’uomo non è maturo per fare le proprie scelte in autonomia. E tuttavia, così ci dice la voce narrante di Harry (è forse lui il Presidente?) è proprio ciò che vorrebbe questa misteriosa entità che sceglie per noi: che un giorno giungessimo ad essere sufficientemente maturi da scrivere noi il piano della nostra storia.

Sempre con David Lean e con il suo Lawrence d’Arabia, sembra proprio che David Norris somigli non poco all’eroe anglo-arabo. Nulla è scritto che non sia scritto qui, dice un esausto Lawrence, scendendo dal cammello ed indicandosi il capo, dopo aver recuperato un uomo persosi nel deserto, tra l’incredulità delle sue truppe arabe fataliste e prone al volere del Destino. David non si vuole piegare a nessuna entità superiore, se cartesianamente sono perché penso, tanto più esisto solo in funzione delle scelte che posso compiere. E se scegliere è ciò che definisce chi sono, David sceglie Elise, con tutto ciò che una simile audacia può significare.

Il Presidente è buono o cattivo? Ecco un altro bel quesito che millenni di sacerdoti e chiese non sono stati in grado di risolvere. Stando al film, che rimane volutamente criptico, il Presidente è giusto, fa quel che si deve affinché l’universo proceda secondo un piano di sopravvivenza. Ma allora il Presidente è darwinista? In certo qual modo, sì; tuttavia, è anche capace di riconoscere il merito e la forza di volontà. Forse, semplicemente, il Presidente è quella parte di noi con la quale di rado riusciamo ad entrare in contatto, è il nostro inconscio, è le nostre paure se abbiamo paura e la nostra forza se ci sentiamo forti.

Nolfi gira un film che è veloce e scattante, l’ultimo inseguimento tra porte che si aprono e uscite su mondi altri è un montaggio di grande maestria che incolla lo spettatore allo schermo senza mai scadere nel banale. Ma è anche una pellicola che non disdegna d’indugiare quando si cerca l’introspezione: lo sguardo di Elise verso David al Municipio racconta di una donna che fatica a comprendere le motivazioni dell’uomo che, volente o nolente, non riesce a non amare.

Forse è sbagliato insistere, di qualsiasi cosa si tratti. Ma se David ha ragione, se nel chaos dell’universo non ci restano che le nostre scelte, allora è bene difenderle fino alla morte.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.