mercoledì 19 febbraio 2014

“Il nastro bianco” di Michael Haneke


Quando nel film V per Vendetta il ‘terrorista noto col nome di V’ arringa la folla londinese dagli schermi pubblicitari di Piccadilly Circus, pone alla gente una domanda molto semplice, subito dopo aver enumerato le atrocità perpetrate dal regime che nella fictio distopica governa l’Inghilterra: “Chi è da biasimare, chi dobbiamo incolpare, per tutto questo? Non abbiate paura di farlo: guardatevi allo specchio.”

Leonard Proxauf nei panni di Martin,
uno dei figli del Pastore
Sembra essere questo anche il messaggio che vuole trasmetterci Michael Haneke (Funny Games), regista del film Il nastro bianco (Germania 2009), premiato, tra gli altri riconoscimenti, anche con una meritatissima Palma d’Oro al Festival di Cannes.

Questa scabra pellicola in bianco e nero, dalle luminosità volutamente disturbanti, intrisa di un indefinibile senso di minaccia e insicurezza incombenti, così cruda pur senza mostrare nulla (pochissimo sangue e pochissimo sesso) sembra puntare il dito contro di noi, contro noi tutti come ‘società borghese’, responsabili del totalitarismo di qualsiasi colore.

Storia o trama, a dire il vero, non ce n’è. Più che altro, ci sono avvenimenti sparsi attraverso i quali lo spettatore, piano piano, si fa strada cercando di dar loro una logica composizione formale. La scena è quella di un villaggio campagnolo del Nord della Germania, Eichwald (e alcuni critici hanno voluto vederci la contrazione dei nomi Eichmann e Buchenwald), un piccolo centro rurale dominato dal Barone (Ulrich Tukur), dal Pastore Luterano (Burghart Klaussner), dal Dottore (Reiner Bok) e, seppure in tono assai minore, dal Maestro di scuola (Christian Friedel). Un villaggio come tanti, la vita scandita dal progredire della stagione agricola.

Eppure, da subito, si ha l’indefinibile e irrazionale impressione che qualcosa di sinistro incomba sulla comunità. In questo, fa pensare al villaggio di The Village del regista indo-americano Shyamalan. Ben presto, questo indefinito senso di disagio diviene presentimento e, in un climax ascendente ma mai tragico, una certezza: cominciano a verificarsi strani accadimenti, difficilmente collegabili epperò sostanzialmente simili.

Il Dottore cade da cavallo e poi si scopre che vi era una corda tesa nel suo giardino; il figlio del Barone, Siegy (Fion Mutert), viene trovato semi incosciente dopo essere stato frustato; la finestra della cameretta dove dorme l’ultimo nato dell’Intendente del Barone viene lasciata aperta e il piccolo quasi muore assiderato; il granaio del Barone viene dato alle fiamme; il figlio storpio e ritardato della levatrice viene torturato e per poco non perde la vista.

Piano piano ci accorgiamo che questi fatti sono lo scheletro intorno al quale il regista costruisce un ambiente, un teatrino degli orrori in cui i veri orrori non sono – sembra un paradosso – gli eventi singolari che si verificano ma la agghiacciante routine bestiale che domina il paesino. Il Dottore che, in una scena vedo/non vedo, sembra abusare della figlia adolescente; le angherie che i braccianti subiscono dall’Intendente del Barone; la morale inflessibile del Pastore che si flette sempre e solo per giustificare i figli; l’Intendente che riserva ‘attenzioni particolari’ alla giovane governante del Barone.

Infine, pur senza giungere ad una definitiva soluzione dei ‘casi’ in questione (nemmeno la Polizia sembra riuscire a venirne a capo), il film termina con la dichiarazione di guerra dell’Austria alla Serbia e con un confronto rivelatore tra il Maestro – che i ‘suoi polli’ li conosce bene e comincia a nutrire fondati sospetti – ed il Pastore che difende i figli, essi stessi capaci di mostrare al giovane insegnante delle vere e proprie facce di bronzo, impenetrabili e severe, degne del miglior Collaborazionismo che vent’anni dopo avrebbe caratterizzato praticamente il 99% dei Tedeschi (e degli Italiani).

Già perché alla fine, il dubbio, ce lo teniamo pure noi pubblico che invece la verità l’abbiamo ben intesa: un gruppo di ragazzi, i ragazzi normali, i ragazzi di tutti i giorni, i ragazzi medi (socialmente e culturalmente), si fanno giustizieri, nel villaggio di Eichwald, secondo un loro personale concetto di espiazione, vagamente ispirato alla morale luterana del Pastore (da cui il nastro bianco del titolo): va punito il Dottore, reo di aver abusato della figlia e di intrattenere una relazione adulterina colla levatrice; va punito il figlio del Barone, colpevole di essere se stesso, un diverso in quanto socialmente superiore; va punito il neonato dell’Intendente, ennesima bocca da sfamare in una famiglia già numerosa; va punito il Barone, in quanto superiore a tutti loro e sciolto dalla stringente e severa morale borghese che domina il villaggio; va infine punito il povero Karli, il figlio storpio della levatrice, in quanto ritenuto il degenere risultato della relazione adulterina che questa intratteneva col Dottore e, poiché ritardato, simbolo del diverso par excellence.

In effetti, quasi tutti i critici hanno rilevato come al regista prema farci notare il quasi diretto legame di filiazione esistente tra la Germania guglielmina della vigilia del conflitto mondiale e la Germania del Cancelliere Hitler: molta ideologia Nazionalsocialista si nutriva, senza nemmeno nasconderlo, dell’ossessivo militarismo prussiano da un lato (e bene lo mostra Stefan Zweig ne Il mondo di ieri) e della ferrea morale luterana dall’altro.

Ma c’è di più, e per capirlo bisogna tornare alla frase ad inizio articolo. Che il Nazismo – come pure il Fascismo (con buona pace di Benedetto Croce), - non fosse un’astronave cattiva atterrata nella Germania dei grandi filosofi dell’Ottocento già lo sapevamo. Ciò che Haneke fa, di rivoluzionario, è piuttosto puntare il dito contro un preciso tipo social-culturale: la società borghese, la società media, la società degli uguali o, se si vuole e per capire meglio, dei conformi.

Ecco che allora i ragazzini che perseguitano il povero storpio perché lo “vogliono aiutare” (e non era la frase che si diceva anche degli Ebrei, degli Zingari, dei paralitici: che il pietoso Governo Nazista voleva, appunto, ‘aiutarli’?) sono l’incarnazione, quasi unipersonale, di quel morboso ceto medio che dal ciabattino al grande industriale identifica nell’adesione la sua precipua regola di vita e la sua ragion d’essere.

Tutto ciò che esula dalla normalità, dalla medietà - si tratti della malformazione del povero Karli o della libertà sessuale del Barone (entrambe hanno la colpa di essere ‘gridate’ e visibili erga omnes) – viene percepito come dannoso per la comunità che accetta la deviazione purché sia invisibile. Purché non implichi una presa di posizione visibilmente diversa rispetto a quella della comunità tutta.

E d’altra parte, sintomatica è la scena in cui Siegy, il figlio del Barone, è sdraiato sulle rive del laghetto coi due figli dell’Intendente: loro si stanno intagliando dei flauti di fortuna con delle canne, peraltro con scarso successo, mentre Siegy sta suonando pacifico lo zufolo che il superiore potere economico del padre gli ha assicurato. Frustrati dagli sforzi inutili, alla fine i figli dell’Intendente strappano di mano lo zufolo a Siegy e gettano il bambino nel laghetto, scena sin troppo allusiva di quel che farà il Nazismo con la vecchia classe dirigente degli junkers.

Sottile poi la precisazione ulteriore: tornati a casa, i figli dell’Intendente subiscono le vergate del padre, a sua volta sgridato dal Barone per l’intemperanza della sua prole. Lo sguardo feroce che il figlio rivolge all’Intendente chiude in sé tutta la rabbia della futura generazione nazista che a dei padri ‘asserviti’ all’ordine costituito – Dio, Imperatore, Famiglia – vuole sostituire il Nuovo Ordine della rivoluzione. “Noi stiamo costruendo la nuova Germania” recita il cugino nazista dei baroni Von Essenbeck ne La caduta degli dei di Luchino Visconti.

Se, come molti commentatori fanno notare in questo periodo, il 1914 fu per l’Europa l’inizio della fine, sembra altrettanto evidente che per Haneke esso rappresenti anche il compimento dell’emancipazione della classe borghese cominciato colla Rivoluzione Francese, processo da cui, si potrebbe inferire per deduzione, deriveranno tutti i totalitarismo novecenteschi che dello sforzo di adesione della piccola, media e grande borghesia hanno sempre fatto la spina dorsale delle loro azioni.

Se il bravo avvocato, commerciante, industriale che viveva a due kilometri da Bergen-Belsen, agli americani che lo interrogavano dopo il ’45, usava rispondere “non ne sapevo nulla, credevo che in quei campi stesse chi non trovava lavoro”, giova forse ricordare, vieppiù, che il capo della rivolta che nel ’44 tentò di deporre Hitler si chiamava, forse non per caso, Von Stauffenberg.

Il film non offre speranze, a dire il vero, a meno che per speranza non si intenda la fuga. Ci mostra, piuttosto, due (forse) inevitabili sconfitte: da un lato quella del Barone, rappresentante della vecchia classe terriera, che ormai ha perso il controllo del ‘suo’ villaggio e dall’altro quella del Maestro, costretto a emigrare, personaggio che infine rappresenta la sconfitta del dissenso e del Libero Pensiero.

domenica 16 febbraio 2014

REMAKE : “Blue Lagoon – Il Risveglio”


Alzi la mano chi, negli anni ’80, si innamorò follemente di Brooke Shields naufragata sull’isola deserta nel film Laguna Blu. Tutti. Infatti, si può ben dire che la pellicola che fece conoscere al grande pubblico l’attrice americana sia, nel suo genere, un piccolo capolavoro, una chicca che ha fatto scuola e impostato tutte le produzioni successive che volessero condire Daniel Defoe con D.H. Lawrence.

Locandina originale de "Incantesimo
nei mari del Sud" (1949)
E non intendiamo solo i film direttamente ispirati. In quel senso, basterebbe citare Paradise del 1982, un tipico prodotto Exotic Teen che fa il suo dovere e regala un sacco di sogni ai giovincelli che si affacciano alla maturità. Phoebe Cates è ben più che solo carina e le riesce di cantare un motivo, Paradise appunto, che resterà in classifica per diverso tempo e diverrà una sorta di colonna sonora delle storie stile ‘amanti sperduti’.

Va detto però, da subito, che Blue Lagoon è superiore sia a Paradise, che in fondo cercava solo di sfruttarne l’onda lunga di successo, che anche a Ritorno alla Laguna Blu, una sorta di remake del 1991 che tuttavia aveva lasciato piuttosto delusi. Partendo dal fatto che il film del 1981 è esso stesso un rifacimento de Incantesimo nei mari del Sud del 1949 che aveva, nel cast, Jean Simmons e che era, per forza maggiore, assai più pudico, si può dire che raggiunga un equilibrio realizzativo tra trama, attori e ritmo che ne fa di certo un punto di riferimento.

Locandina de "Blue Lagoon: The
Awakening"
Nel 2012 è Mikael Salomon (Abyss, Aracnofobia, Cuori Ribelli) che ci riprova con una produzione per la tivù americana, facendoci capire sin dal titolo che il richiamo all’originale è e vuole essere forte: Blue Lagoon – Il Risveglio, riproposizione della storia di due adolescenti lasciati a se stessi su un’isola deserta ma declinata in tempi contemporanei.

Emma (Indiana Evans) è una bellissima ragazza di un liceo americano – e nei tratti, in effetti, ricorda proprio Brooke Shields da giovanissima, - popolare tra i compagni di classe, amata dai genitori e romantica come lo può essere una giovane di quell’età. Nella stessa classe ha per compagno Dean (Brenton Thwaites), un atletico ragazzone che a scuola tutti chiamano il ragazzo solitario (un po’ come Ephram di Everwood) perché se ne sta sulle sue, non si lascia prendere dal mainstream che domina i compagni e se ne infischia, almeno in apparenza, di piacere alle ragazze o di giocare nella squadra di football.

Si capisce, da qualche sguardo, che i due giovani non sono indifferenti uno all’altra ma in quel modo che può sfociare in reciproca attrazione o, più spesso, in reciproca antipatia. Si ignorano ma si scrutano.

La svolta della trama la si ha con una gita scolastica a Trinidad, nei Caraibi. Lì, una sera, il gruppo di giovani partecipa ad una festa su uno yacht e Emma, perduto l’equilibrio mentre la Guardia Costiera abborda la barca, cade in acqua. Dean la nota e si tuffa a salvarla. I due salgono sul gommone dello yacht che intanto viene portato via dalle autorità, del tutto ignare della presenza dei due futuri naufraghi. Da qui in poi i ragazzi vanno alla deriva sinché arrivano su un’isola.

Dapprincipio è tutto un cliché più o meno ovvio: si cerca di capire se l’isola è un’isola, se è abitata, dove si trova nel planisfero mondiale. Insomma, basterebbe prendere in mano Robinson Crusoe per ritrovarci la sceneggiatura della prima mezz’ora del film.

Poi però le cose cambiano. Come per il precedente anni ’80, ciò che interessa a questo film non è tanto l’isola deserta in sé e per sé ma piuttosto come un ambiente chiuso, in questo caso un’isola, possa influire sul comportamento e sui rapporti di due persone fondamentalmente attratte una dall’altra.

Dopo un primo momento di diffidenza da parte di Emma, poco convinta dall’atteggiamento eccessivamente tranquillo e sicuro di sé di Dean, tra i due naufraghi comincia a nascere una prima intesa, il tutto mentre, con un montaggio alternato un po' scontato e ripetitivo, il regista ci mostra i genitori dei ragazzi che si recano ai Caraibi per ritrovarli.

Nei tre mesi che trascorrono sull’isola, Dean e Emma scoprono, com’è di rigore in una produzione di questo tipo, il sesso e il piacere di un’intimità forzata ma soprattutto costruiscono un rapporto di quotidianità, vicinanze e piccole tenerezze che viene favorito dal trascorrere del tempo in un contesto separato dal resto del Mondo. Non ci sono i compagni che dichiarano ‘sfigato’ lui o che si aspettano che lei lo eviti, non ci sono imbarazzi sessuali e sociali in una vita quotidiana che prevede la nudità come sopravvivenza all’intenso calore equatoriale, non ci sono differenze tra le famiglie di provenienza da far pesare. Sono uomo e donna allo stato primordiale.

Infine i due giovani vengono trovati e recuperati da un aereo e così restituiti alle famiglie. Vengono anche, naturalmente, immersi di nuovo nell’ambiente in cui erano dei perfetti estranei con Emma sempre più avviata a divenire la reginetta della scuola - ora che è pure armata di una storia pazzesca da poter raccontare - e Dean che da tutti viene visto come il misantropo con cui la povera ragazzina ha dovuto convivere per ben tre mesi.

E c’è da dire che Emma, cedendo agli impulsi della socialità, non fa nulla per smentire queste impressioni. Bella la scena in cui, la prima sera che passano separati dopo la lunga e coatta convivenza, Dean bussa alla finestra della casa di Emma per parlarle: per un momento sembra che tutto sia come sull’isola ma poi la giovane lo prega di andarsene ché i genitori potrebbero chiamarla a cena. Di certo, è un piccolo tocco che sembra ricordare la sequenza di Cast Away nella quale Tom Hanks, tornato a casa ed alloggiato in un prestigioso Hotel, si mette a dormire per terra, oramai disabituato a tutto ciò che è soffice e ‘facile’.

E’ al ballo della scuola, al quale sembra che Dean in un primo tempo non voglia partecipare, che Emma si rende conto del suo errore: forse il ragazzo non è popolare, forse non gioca a football, ma è comunque colui che c’era quando lei aveva paura, che le dava la sua camicia quando lei aveva freddo e che le procurava da mangiare quando lei aveva fame. In altre parole, c’era nel prendersi cura di lei.

Al di là del fatto che una simile pellicola possa piacere, ovviamente, ad un pubblico di adolescenti, trova il suo punto forte proprio nel suo essere una sorta di bildungsroman a due in cui la separazione dal mondo costringe due teenagers a diventare adulti prima del tempo e a prender coscienza di cosa sia davvero volersi bene.

venerdì 14 febbraio 2014

FILM DIMENTICATI : “Il Cigno” di Charles Vidor


“La verità, Altezza, è che Lei non mi vedrà mai come uno di voi”. Così diceva il povero professor Agi ad una altera e (forse) mai così bella Grace Kelly in una delle scene per cui questo film, se non proprio per altri lampanti meriti, si guadagna di diritto un posto nella galleria dei grandi film degli anni ’50.

 Il Cigno (USA 1956) è una interessante produzione MGM per la regia di un mostro sacro come Charles Vidor (Gilda, Addio alle Armi) e per un cast di altrettanti attori super affermati: Grace Kelly, Alec Guinness e Louis Jourdan.

In un immaginario principato del centro Europa, ai primi del novecento. La giovane principessa Alessandra (Grace Kelly) è in età da marito e la madre Beatrice (Jessie Roy Landis), donna che ancora lamenta la perdita del trono a causa di Napoleone – e perciò pretende che i figli non studino nulla che riguardi il generale francese asserendo che “quell’uomo non è mai esistito”, - cerca in tutti i modi di far innamorare il cugino Alberto (Alec Guinness), effettivamente sul trono, della bellissima ma algida figlia.

Intanto la ragazza, che nel tempo libero tira anche di scherma (cosa in effetti un po’ strana, per l’epoca), è segretamente attratta dal Professor Agi (Louis Jourdan), un giovane ungherese che fa da precettore ai figli della principessa Beatrice. Forse non lo ama davvero, ci suggerisce più volte il regista, ma lo ama per come può una ragazza alla sua prima esperienza. In più, e non guasta, la giovane sente per l’uomo una pietà che le deriva dal vederlo quotidianamente umiliato dalla madre che invece lo tratta come si tratterebbe un mobile.

Un bel giorno Alberto arriva a palazzo (che poi è in realtà una di quelle grandi case americane del Sud di proprietà dei Vanderbilt, come ha ben ricostruito altrove Olghina di Robilant che in quella casa era stata ospite da piccola) e tutti si mettono sull’attenti per riceverlo a dovere e fare in modo che si innamori della bella principessina. Tutti, in effetti, tranne Alessandra che in un empito di femminismo ante litteram si indispettisce d’essere una pedina scambiata nella politica matrimoniale e si impegna a dismisura per risultare sgradevole al cugino.

La madre quindi, per correre ai ripari, organizza un ballo e le permette di invitarvi anche il buon Agi, al fine di attirare la figlia dopo averne intuito la preferenza per il giovane studioso. Memorabile la frase di Beatrice alla figlia che le chiede se deve o no ballare col professore: “Cara, fai questo sforzo. So che non è proprio uno di noi, ma è pur sempre una creatura di Dio… E poi, avrai i guanti.” 


Al ballo succede l’impensabile: Alberto infastidisce Alessandra che per ripicca bacia il professorino, ormai già perso d’amore per lei. Infine, lo zio dei principini – un monaco che tempo addietro aveva volontariamente abbandonato quella vita di agi e ipocrisie, - convince i due giovani che a continuare quella relazione nessuno dei due renderebbe felice l’altro, perché entrambi provenienti da mondi troppo diversi ed incomunicanti.

Il film quindi si chiude con Alessandra, sulla terrazza del palazzo, con a fianco Alberto che le prende la mano senza che lei, finalmente, la ritragga. Tu sei uno di quei cigni – le dice lui – altera e fiera, vorresti salire sulla terra ma sai, in fondo, che potrai star bene solo al centro del lago.

Il film si rivelò, per la MGM, un piccolo disastro. A dispetto dei grandi costi di produzione, del fatto che se ne posticipò l’uscita affinché coincidesse con il matrimonio tra la Kelly e Ranieri di Monaco (il cui regalo di fidanzamento, un grosso brillante, l’attrice indossa durante la scena del ballo), la pellicola chiuse in perdita.

Molti critici attribuiscono questo fallimento in parte alla filosofia dominante del film. Lungi dall’essere una storia con un ovvio happy ending, si tratta di un prodotto che propone al contrario un ‘ritorno al passato’: difende l’etica di classe e quasi la radica nell'ontologia stessa delle persone, dando l’impressione di non voler per nulla criticare l’ordine aristocratico e borghese ma anzi darlo come unico sistema sociale possibile.

In realtà, a ben vedere, il film è spesso ironico e, per coloro che hanno pazienza di osservare attentamente, segni di critica sociale ce ne sono molti. Tutti quanti, in un modo o nell’altro, confluiscono prospetticamente nel personaggio dello zio monaco (Brian Aherne) che, sebbene scoraggi i due giovani innamorati, non fa che punzecchiare la sorella Beatrice rimproverandola per i suoi atteggiamenti snob e antiquati.

Si può ben dire che il film si regge su due cose: la principesca bellezza di Grace Kelly (altrettanto bella, forse, solo in Alta Società al fianco di Bing Crosby) e l’altera naturalezza di Alec Guinness (di cui l’attore darà altra eccellente prova ne Il Piccolo Lord).

Una parola va detta anche sulla zia Sinforosa (Estelle Winwood), una irresistibile parente sull’orlo della demenza senile, che è, ove possibile, persino più classista e caustica della nipote Beatrice: non ne siamo certi, ma non è escluso che il personaggio di Lady Violet nella famosa serie Downton Abbey non debba un pochino anche a lei.

Probabilmente non si può dire che sia un grande film, e siamo d’accordo, ma di certo non merita di giacere tra i Dimenticati, sebbene ad oggi, qui da noi, sia indisponibile anche nelle più grandi videoteche.

martedì 11 febbraio 2014

“2012” di Roland Emmerich : la catastrofe è (già) tra noi


Un problema dei film di genere catastrofico è che o sono troppo stupidi – e allora magari li si guarda una volta e via, giusto per togliersi lo sfizio, - o sono così veritieri che mettono paura e a riguardarli ci si pensa comunque due volte. In questa lista si potrebbero annoverare anche le distopie fantascientifiche, una tra tutte e tra le più efficaci, il brillante V per Vendetta.

"2012" di Roland Emmerich
Nel caso di 2012 di Roland Emmerich (Stargate, Independence Day, Godzilla, Il Patriota, The Day after Tomorrow, 10.000 A.C.) siamo di fronte ad uno di quei film che potrebbero senza dubbio finire nella pinzillacchera e invece ci forniscono spunti su cui riflettere, angosce da sedimentare e interrogativi di difficile soluzione.

Innanzitutto si deve precisare che il film gioca sul sicuro sin dall’inizio: decidendo di modellare la trama su un archetipo religioso-mitologico presente in praticamente tutte le cosmogonie mondiali quale il diluvio universale o, come lo chiamano gli antropologi, la grande alluvione, regista e sceneggiatore sanno che il nostro subconscio primordiale ci darà una mano nel venire anche involontariamente catturati dal plot del film.

Siamo nel 2009 e i Governi di tutto il mondo si riuniscono per far fronte alla allarmante scoperta di un astrofisico indiano: una serie di tempeste di neutrini, che si verificheranno nel 2012 (anno della fine del mondo secondo il Calendario Maya, come si sa), porteranno allo scioglimento del manto esterno della terra ed alla successiva inondazione di tutti (si pensa) i continenti con relativa estinzione della razza umana.

Questo G8 ‘biblico’ decide quindi che verranno costruite delle enormi arche metalliche su cui imbarcare tutte le specie terrestri, le opere d’arte, le scoperte scientifiche e, non meno importante, una ‘selezione’ di uomini, non già i più meritevoli ma coloro che saranno in grado di pagare, pro capite, un miliardo di dollari, contribuendo così economicamente alla realizzazione dei mostri d’acciaio.

Intanto la scena si sposta nel 2012, nel parco di Yellowstone, dove Jackson Curtis (John Cusack), scrittore di fantascienza di scarsissimo successo che fa anche l’autista di limousine per arrotondare, incontra, durante un campeggio coi figli, il folle visionario e profetico Charlie Frost (un divertentissimo Woody Harrelson), il quale gli predice, per sommi capi, ciò che sta per avvenire e lo mette al corrente di come i capi di stato stiano eliminando tutti coloro che cercano di avvisare la popolazione della Terra riguardo alla incombente catastrofe.

Curtis riporta i figli alla moglie separata (Amanda Peet) anche se, ormai, il pazzo profeta di catastrofi ha fatto breccia nella sua immaginazione. Da qui in poi, il regista lascia spazio ad un fuoco di fila di effetti speciali digitali abbastanza prevedibili, da un lato, ma spesso giocati in modo del tutto originale nella loro applicazione (un esempio potrebbe essere la Casa Bianca sommersa da un’onda tsunami che le rovescia addosso una portaerei: forse un riferimento alle spese militari dell’era Bush/Obama?).

Lo scopo di tutti coloro che hanno capito cosa sta succedendo – e i Curtis sono tra questi, - è di procurarsi un aereo per raggiungere la località segreta, in Cina, dove le potenze hanno preparato le arche e dove tutti coloro che sono destinati a salvarsi dovranno imbarcarsi. Comincia quindi una lotta contro il tempo di Curtis e del milionario russo suo datore di lavoro, a bordo di un vecchio Antonov sovietico, per raggiungere la Cina attraverso l’Himalaya, colosso ormai ridotto ad una piccola catena montuosa che timidamente emerge dalle acque.

Infine, i ‘nostri eroi’ (come usava dire nei cinema di una volta) ce la faranno ad imbarcarsi sull’arca americana, a far ammettere a bordo anche quelli che non erano riusciti a procurarsi un biglietto ma che si trovavano nelle vicinanze ed il film terminerà quindi con l’immagine biblica del primo giorno di sole dopo le tempeste, momento in cui sui ponti delle arche si riuniranno gli esseri umani sopravvissuti per osservare l’infinito azzurro davanti a loro.

Dati satellitari, intanto, informano i naviganti che l’Himalaya è ormai sommerso e che il ‘nuovo tetto del mondo’ è costituito dai Monti dei Draghi in Sudafrica, probabilmente nell’unico continente che non si è inabissato.

Al di là dei riferimenti biblici che si sprecano (sebbene manchi quello alla colomba nel primo giorno di tempo sereno), sembra molto azzeccata l’idea che l’Africa sia l’unica terra emersa rimasta: da una parte, infatti, è l’area più povera del mondo che di colpo diviene la terra promessa di una nuova colonizzazione umana; dall’altra, vi è un chiaro riferimento al fatto che la vita, come troppo spesso tendiamo a dimenticare, è proprio in Africa che ha avuto inizio e non è improbabile, quindi, che da lì debba ricominciare.

Forse non siamo destinati, come razza umana, a perire a causa di un secondo diluvio universale. Forse si tratta dell’ennesima fanfaluca di un bravo regista che ci vuole stupire. Ciò che è certo, è che la lotta dei tanti che cercano di ritagliarsi un posto a bordo delle arche è tremendamente simile alla lotta dei tanti che, nel nostro mondo, ogni giorno cercano di trovarsi un posto sulla zattera del lavoro, del benessere economico, della soddisfazione dei bisogni primari come il semplice nutrimento.

lunedì 10 febbraio 2014

La Generazione della Guerra, tra polemiche e propaganda


In Italia è andata in onda in due puntate, la miniserie televisiva tedesca Generation War (in originale si chiamerebbe Unsere Mutter, Unsere Vater, Le Nostre Madri, I Nostri Padri), che in giro per il mondo – e anche da noi, - ha generato non poche polemiche e sicuramente discussioni.
La storia è molto semplice e origina, sia narrativamente che figurativamente, da una fotografia che ritrae cinque amici, nella Berlino del 1941, durante una serata di addio in cui si salutano: chi l’indomani partirà per la guerra, chi tenterà la fortuna come cantante, chi proverà a fuggire all’estero perché ebreo. L’inizio della vicenda occhieggia, abbastanza visibilmente, a quella serata tra amici che rimane una delle migliori trovate del film Sleepers.

Le strade che prenderanno i ragazzi sono diverse e tutte tragiche perché, come dice il titolo dello sceneggiato, si tratta di una generazione di guerra che, per forza maggiore, a tutte le proprie aspirazioni è la guerra e soltanto la guerra che deve/può anteporre.

Greta (Katharina Schuttler) diventa amante di un gerarca che la lancia nel mondo della musica leggera, salvo poi inviarla in ‘tournée’ sul Fronte Orientale per togliersela di torno e quindi farla incarcerare e giustiziare per disfattismo. Wilhelm (Volker Bruch), un giovane tenente imbevuto degli ideali del militarismo prussiano classico, si getta a capofitto nella guerra finendo poi per essere considerato un disertore e tornando a casa, a fine conflitto, per il rotto della cuffia. Friedhelm (Tom Schilling), fratello di Wilhelm, è invece un intellettuale e letterato che legge Rimbaud e si pone subito in contrasto con gli ideali del Reich epperò, poi, obnubilato dalle brutture della guerra aderisce, quasi spinto da un Fato che sembra maledirlo, alla causa del Reich proprio mentre questo sta per implodere. Charlotte (Miriam Stein) si impegna nella Croce Rossa, denuncia una amica ebrea ma poi si pente, rischia la vita all’arrivo dei russi e sopravvive alla guerra in tempo per ricongiungersi con Wilhelm di cui è da sempre silenziosamente innamorata. Infine Viktor (Ludwig Trepte), ebreo figlio di un padre che non vuole arrendersi all’evidenza della barbarie e che crede ancora che “il Dottor Goebbels voglia farci indossare la stella gialla per il nostro bene”, finisce anche lui rocambolescamente sul Fronte Orientale, fa la guerra coi partigiani e torna in patria assalito dal disgusto nel vedere il gerarca colpevole della morte di Greta promosso a collaboratore della nuova amministrazione americana.

Questa storia, pur nella sua semplicità, ha suscitato reazioni forti. Molti hanno visto in questo prodotto una auto-assoluzione postuma della Germania Nazista, un modo per deresponsabilizzare quella generazione che, secondo quanto la Storia scritta dopo il ’45 ci ha tramandato, non poteva non sapere o essere estranea alle atrocità che si commettevano in quegli anni.

Altri, poi, hanno rifiutato con sdegno le attribuzioni di antisemitismo che la fiction pone a carico dei Partigiani polacchi, ritratti come dalla parte giusta ma possibilmente feroci e razzisti quanto i tedeschi.

Ancora: qualche critico ha osservato che è troppo facile far commettere le atrocità – pur presenti nel film – solo ad ufficiali delle SS evidentemente psicopatici. Certo che la Gestapo era crudele ma la fiction, secondo questa versione, rinuncerebbe a voler dar conto di quanta ferocia si sia esplicata nella ‘banalità del male’ di milioni di tedeschi che nulla avevano a che fare con la politica ma che fecero di buon grado quanto il Regime chiedeva loro.

Guardando questo prodotto con imparzialità invece, cercando il più possibile di essere scevri sia da fiancheggiamenti assolutori e negazionisti sia da velleità giudiziarie alle quali ci hanno abituato gli oltre sessant’anni della retorica dei Vincitori (e già un film come Vincitori e Vinti di questo si occupava e cercava di render conto), rimane solo quello che probabilmente era l’intento primario del regista Philip Kadelbach: dar conto di come un evento inimmaginabile per tragicità e portata quale fu la Seconda Guerra Mondiale possa incidere e mutare le vite di cinque giovani che, in altre circostanze, avrebbero avuto ben altro futuro.

Si tratta dunque di un film che parla di vite spezzate, del dolore dell’allontanamento, del divenire adulti prima del tempo. Certo, ci dice anche che moltissimi tedeschi non volevano quel che poi è accaduto, ci fa capire come le condizioni economiche tragiche in cui versava la Germania prima del 1933 siano state il veicolo più adatto per far attecchire un’ideologia di odio e discriminazione.

Coloro che volevano vedere l’ennesimo film in cui i Nazisti sono cattivi per contratto e i Partigiani Comunisti stanno in sella a cavalli bianchi e liberano i campi di sterminio senza dubbio è rimasto deluso. In questa fiction c’è solo dolore, dolore a 360 gradi, c’è l’idea che quell’orribile guerra non ha risparmiato nessuno e che tutti ne hanno portato le cicatrici.

Per una volta si è deciso di privilegiare la problematicità a scapito del facile sensazionalismo, in un film che ha di certo imparato molto da The Reader e che lungi dal voler scusare alcuno, invita tutti a prenderci le nostre responsabilità: quelle di ieri e, soprattutto, quelle di oggi.

sabato 8 febbraio 2014

“Navigator” o il ritorno ai mitici anni ‘80


I film che vediamo da piccoli, sembra, restano indelebili nel nostro cervello e contribuiscono a formarne l’immaginario con una galleria di archetipi che poi ci portiamo dietro tutta la vita. Così è, per quanto mi riguarda, per un film dei mitici anni ’80 che all’epoca ebbe un discreto successo e che oggi è pressoché dimenticato.

Navigator (USA, 1987) è un prodotto Disney ideato appositamente per i bambini e più in generale per le famiglie: un film forse non scientificamente all’altezza delle aspettative che crea e tuttavia di sicura fruibilità non per l’esattezza e la plausibilità – che appunto mancano, - ma per il semplice fatto che ‘funziona’, attrae e cattura lo spettatore riuscendo a regalargli non solo un’ora di distrazione ma anche degli spunti su cui riflettere.

La scena si apre, con tocco assai azzeccato del regista Randal Kleiser (Grease, Laguna Blu, Zanna Bianca), su un oggetto volante nel cielo di Fort Lauderdale (Miami) che a tutta prima sembra un’astronave ma che, quasi subito e grazie ad un aggiustamento di prospettiva in campo lungo, ci rendiamo conto essere un volgare frisbee lanciato in aria durante una competizione amatoriale per cani e padroni. In altre parole, un virtuosismo che però è anche una prolessi ironica di ciò che andremo a vedere a breve.

David Scott Freeman (Joey Cramer) è un dodicenne come tanti: ama giocare col cane, osserva le ragazze in costume da bagno con il telescopio nascosto in camera sua, litiga in continuazione con il fratellino più piccolo. Una sera, la madre gli chiede di andare a prendere proprio il fratello andato a giocare a casa di un amico, prima di fare una gita serale, tutti insieme, in barca.

David, insieme al suo cane, attraversa il bosco dove trova il fratellino che gli fa uno scherzo e corre a casa. Il cane, attratto da qualcosa di inattingibile ai sensi umani, si sporge su un piccolo declivio, su cui a sua volta si protende anche David che però vi cade dentro e perde i sensi.

Passa forse qualche minuto e David rinviene. Preoccupato per l’ora, corre dritto a casa, pensando che i suoi siano già andati in barca senza di lui. Suonato il campanello, gli risponde una signora che non è sua madre e che infine, giudicatolo in stato confusionale, lo porta alla stazione di polizia.

Lì, per voce di un poliziotto, apprendiamo che David risulta scomparso da ben otto anni.

Lo sviluppo del film è quindi interessante e duplice: da un lato David, alle prese con una famiglia che è ‘cresciuta’ sia fisicamente che psicologicamente, in sua assenza; dall’altro il Dottor Faraday, uno scienziato della NASA, che deve capire che cos’è quella strana navicella che ha appena sbattuto contro un traliccio dell’elettricità e che sembra impenetrabile ed incomprensibile.

In poco tempo si capisce che David, pur lontano, è mentalmente in contatto con l’ ‘oggetto volante non identificato’ e viene quindi prelevato e portato alla base della NASA dove fa amicizia con Carolyn (una giovanissima Sarah Jessica Parker), un’impiegata del luogo, che lo aiuterà a fuggire ed a ricongiungersi con la navicella su cui David - ricostruiamo poi - ha passato quattro ore soltanto che corrispondono però, sulla nostra Terra, agli otto anni della sua assenza da casa.

La trama, forse incoerente in alcuni punti, risulta tutto sommato scorrevole e di certo avvincente. D’altra parte, il ‘paradosso dei gemelli’ della teoria di Einstein, citato anche nel film, rimane indubbiamente uno degli interrogativi scientifici più intriganti: come sia possibile che per un essere umano sulla Terra ed uno nello spazio il tempo passi diversamente.

Come spesso nei prodotti Disney, poi, c’è la felice immagine rousseauviana del bambino/ragazzino, portatore di valori ancora sani, in perenne conflitto con il mondo degli adulti, per tanti versi già corrotto dalla ricerca del profitto e dell’utile a scapito del nobile e del generoso.

Il film si chiude con David che, ottenuto dall’intelligenza artificiale dell’astronave di essere riportato a otto anni prima, torna a casa di corsa dal bosco, pieno della legittima paura che di nuovo ad aprirgli sarà una sconosciuta, sino a che la madre, dalla barca attraccata al porticciolo qualche metro oltre la casa, lo chiama dicendogli di sbrigarsi, ché altrimenti si perderà la gita in famiglia…

Pellicola senza pretese di eccezionalità, Navigator ha il pregio di trattenere in sé, intatta, tutta l’ingenua speranza nel futuro che nutrivamo negli anni ’80: la Scienza, pur se presentata anche come nemica, era ancora più che altro una grande avventura; la società era ‘semplice’ e lineare, senza disoccupazioni di massa e crisi economiche; non c’erano gli I-Phone e il massimo cui un dodicenne aspirava era partecipare, col suo inseparabile cane, alla competizione internazionale di frisbee.

I ben informati dicono che dal 2009 Disney stia lavorando ad un remake. Difficilmente però, immagino, potrà sfuggire al clima di precarietà ed incertezza che ci circonda.

venerdì 7 febbraio 2014

"Philomena" di Stephen Frears

Noi italiani, di solito, siamo abituati a denigrare il nostro paese, ad essere esterofili a tutti i costi, ad apprezzare ciò che viene da fuori più di ciò che abbiamo. E, per solito, sbagliamo.
Poi invece ci sono quelle volte in cui eccediamo dall’altro lato, ci convinciamo, in modo quasi mussolinianamente autarchico, di essere migliori degli altri a dispetto dell’evidenza. E’ questo il caso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, evento in cui si è preferito premiare il francamente deludente e scontato Sacro Gra di Gianfranco Rosi a scapito di una produzione inglese di prim’ordine come Philomena (GB 2013).

Il film che Stephen Frears (Piccoli affari sporchi, Lady Henderson presenta, The Queen) ha confezionato è sotto tutti i punti di vista un film ‘perfetto’ – se si accetta di usare questo termine per un’opera d’arte, – nel senso che rispetta e sviluppa al massimo livello tutto ciò che ci aspettiamo di trovare in un ‘buon’ film.

Si tratta di una storia (vera) qualunque, a ben vedere. La storia di una ragazza come tante, nell’Irlanda degli anni ’50. Una storia che potrebbe quindi essere sintagmatica e riguardare, catarticamente, un’intera società.
Philomena Lee (Judi Dench), ospite in un collegio di suore (le terribili Maddalene di cui già ci aveva parlato Peter Mullan, quella volta sì vincendo il Leone d’Oro a Venezia), rimane incinta, dopo un fugace incontro d’amore, ed è costretta a lavorare nel convento per mantenere sé ed il bambino. In seguito, come spesso accadeva all’epoca, il piccolo Anthony, suo figlio, viene ‘venduto’ ad una coppia di ricchi americani che come molti connazionali di allora facevano la spola con l’isola di smeraldo per adottare appunto bambini locali.

Cinquanta anni dopo, ormai anziana, Philomena decide di voler una volta per tutte sciogliere il dubbio che da una vita le attanaglia il cuore: che ne sarà stato di Anthony? Sarà ancora vivo? E dove?
Attraverso la figlia che ha avuto dal suo matrimonio, cronologicamente posteriore alla sua ‘fuga’ dal convento-lager di Rosecrea, riesce a mettersi in contatto con Martin Sixsmith (Steve Coogan), giornalista consulente del Governo Blair appena defenestrato da Downing Street a causa di un equivoco politico.

Lungo il viaggio spazio-temporale che i due intraprendono, si formerà tra loro un legame para filiale che sembrerebbe dimostrare come la biologia conti sì ma tanto quanto il prendersi cura di chi si ama. Questo percorso di ricerca prima di tutto introspettiva finirà in modo alquanto inaspettato ma certamente pacificante per entrambi.

Al di là della perfezione della sceneggiatura – cui il cinema inglese ci ha abituati da anni, dalle produzioni di James Ivory sino a Downton Abbey, – va spesa una parola sulla maestria degli attori: Judi Dench è impeccabile, a tal punto in parte da permettersi virtuosismi e invenzioni che non fanno che impreziosire la scena, spalleggiata da Coogan che, anche se non sembra, è il vero perno intorno al quale ruota tutta la vicenda.

E’ un film che parte in quarta, sembra languire nello scontato a due terzi della pellicola (ma è tutto calcolato), per poi ridecollare verso la fine infilando proprio lì, sul limitare della conclusione, i colpi registicamente migliori: scene come la visione del filmino a casa del compagno di Anthony (filmino che noi vediamo sin dall’inizio della storia, a spezzoni, senza mai capire bene a chi si riferisca), il rinvenimento della tomba nel convento o lo scontro verbale tra Martin e Suor Ildegarde rimangono facilmente impresse nella memoria.

Molto astuto il regista, poi, nel mettere in bocca a Philomena, donna poco istruita e conservatrice, delle sentenze vere che tutti pensiamo e che nessuno vuol ammettere perché politicamente scorrette. Sarà stata quest’astuzia a rendere il film inviso ai giudici della Mostra di Venezia? Chi lo sa, sta di fatto che un misero premio alla sceneggiatura sembra davvero poco, considerando che perlomeno si sarebbe potuto attribuire la Coppa Volpi a Judi Dench come miglior attrice.

Alcuni hanno criticato l’anti-cattolicità del film il quale, tuttavia, non fa altro che prendere la storia recente d’Irlanda e mostrarcela per quello che era – dispiace se a qualcuno non va giù che la lesione dei diritti umani di queste giovani donne avvenisse per mano della Chiesa Cattolica e nell’Irlanda Repubblicana invece che nell’Ulster inglese e protestante, ma tant’è, la Storia non si può contraffarla.

[da RIVOLUZIONE LIBERALE del 14/01/2014]

"La zia smemorata" di L. Vajda e A. Robilant

Spesso e volentieri, complice sicuramente la difficoltà nel reperirli, alcuni film che hanno goduto di un discreto successo all’epoca loro vengon quasi dimenticati, per non dire taciuti, dagli attenti compilatori dei dizionari cinematografici dei giorni nostri.

Volendo andare alla ricerca de La zia smemorata, una pellicola del 1940 diretta da Ladislao Vajda e sceneggiata da Andy di Robilant, su un affidabile compendio come il MORANDINI, ci si accorge ben presto che non solo il film non è recensito ma addirittura non figura nemmeno tra i lungometraggi realizzati in quell’anno. Una nemesi davvero un po’ esagerata per una commediola godibile e non priva di arguzie di genere.

La storia è quella tipica della commedia degli equivoci: ci sono due amici, l’avvocato Alberto Moretti (Carlo Campanini) e l’ingegnere Paolo Ravelli (Osvaldo Valenti) che hanno l’abitudine di innamorarsi delle stesse donne. Ma Alberto è da poco fidanzato con Maria Giusti (Nelly Corradi), una ragazza graziosa e posata che ha una zia ‘picchiatella’ (Dina Galli) – uno dei titoli che si volevano dare al film, in prima istanza, era proprio La zia picchiatella, - la quale dimentica tutto, o fa mostra di dimenticare tutto, e ingarbuglia situazioni apparentemente semplicissime.

Ravelli se ne va’ a Santa Maura, tra le “montagne d’Abruzzo” (difficile non pensare, qui, alla Capracotta del futuro Conte Max con Sordi e De Sica), a passare qualche giorno di vacanza agostana: nel rifugio si ritrova insieme ad una donna (Alanova) che, per sfuggire ai gendarmi che la inseguono, gli dichiara di essere Maria Giusti, la fidanzata del suo migliore amico (che lui non ha ancora mai vista). Al ritorno a Tivoli, Ravelli va a cercare la fidanzata dell’amico asserendo di esser stato in montagna con lei, scatenando le gelosie del povero Alberto che trascina tutti in un viaggio in treno alla ricerca della misteriosa donna che si è spacciata per la sua fidanzata.

                               
Il viaggio terminerà, tra un equivoco ed un gesto galante, in un hotel di lusso di Rimini dove la bella ballerina ricercata è scritturata come danzatrice e dove, grazie ad un forzoso viaggio insieme, Maria scoprirà di preferire il fascinoso e generoso Paolo al sospettoso e pedante Alberto.

Si diceva della zia smemorata: come si evince bene dal titolo, è lei il fulcro ed il perno di questa leggera commedia che si basa quasi del tutto sulle prove di attori come la Galli, appunto, ma anche Campanini e, soprattutto, Osvaldo Valenti.

E’ Valenti infatti, sulle prime, a catturare l’attenzione del pubblico: attore a quell’epoca in lieve declino, aveva furoreggiato tra le spettatrici degli anni ’30 per il suo charme e i suoi modi spigliati e accattivanti.

Se questa zia smemorata non fa che dimenticare le cose (“Maria? E dov’è andata Maria? Come, a Firenze da nonna Orsolina? E io che ero sicura di aver assistito al funerale, di nonna Orsolina…”), vien subito chiarito che spesso lo fa di proposito, già presaga della cattiva sintonia tra Maria e Alberto, in questo apparentabile a svariati personaggi femminili austeniani che dedicano la loro vita di zitelle all'arte del perfetto match-making.
Valenti non è mai eccessivo, pur considerata la vita di eccessi che conduceva, ed anzi restituisce un’interpretazione pienamente riuscita, anche se spesso tinta di una certa malizia dovuta a quella sua naturale espressione talvolta un po’ luciferina.

Il quid di mistero lo introduce Alanova, al secolo Alice Allan, già ballerina di Diaghilev imprestata al cinema e scritturata dal marito produttore e sceneggiatore Andy di Robilant. Sebbene le scene di balletto siano forse un poco risibili, alla luce degli standard di oggi, resta il fatto che Alanova compie bene la missione affidatale di introdurre nel film un pizzico di esotismo che ben si addice al suo personaggio di donna misteriosa e in fuga (e del resto, un anno dopo sarà Surama ne Le Due Tigri di Simonelli).

Il vero punto forte del film, tuttavia, è la sceneggiatura. Carica di battute spesso brillanti, come ci si aspetta dal genere, non disdegna riferimenti dotti: da un lato, una allusione alla libbra di carne del Mercante di Venezia, da un altro, un più prosaico richiamo al cinema d’allora con una frase che sembra presa di peso da Rebecca di Hitchcock, segno che anche nell’Italia fascista i film stranieri, qualcuno, li guardava.

  

Ma il pregio più inaspettato e forse più appagante per lo spettatore moderno riguarda proprio il contesto di riferimento della pellicola: film di regime, perché altrimenti non poteva essere, all’osservatore acuto non sfuggirà che si tratta al medesimo tempo di un film contro il regime che utilizza ironia e amnesia come antidoti alla stolida ottusità governativa.

I due gendarmi alla ricerca della bella Alanova sono i personaggi più insulsi del film, persino più insulsi del cameriere del rifugio montano Taddeo che ripete sempre e solo questa frase: benvenuti, questo è un posto bellissimo, molto pittoresco, un vero angolo di paradiso. I due gendarmi vengon presi in giro da tutti, in un modo o nell’altro: da Taddeo, apppunto, che li accoglie al rifugio con la frase che riserva ai turisti; dalla ballerina che riesce a gabbarli e a fuggire; da Valenti che li canzona per tutto il film (e anche nella vita, Valenti, problemi colle autorità fasciste li aveva avuti, pur finendo poi fucilato dai Partigiani nel ’45).
“Venga Lei, non son tempi di inscenare false identità, questi”, dice uno dei poliziotti alla bella Alanova e tanto basta per ricordarci che l’Italietta delle mille lire al mese sta solo nei film e che siamo già in tempo di guerra, quantunque il cinema cerchi di farcelo dimenticare.

La chiusura finale è degna di Billy Wilder, regista con cui Vajda aveva cominciato a lavorare in Ungheria, quando era alle prime armi: scoperto che Maria ama ora Paolo, il ‘povero’ Alberto se ne va sconsolato dicendo “Per me, le donne, sono un capitolo chiuso”, salvo poi aprire la porta della stanza ed essere letteralmente assalito da una torma di bionde romagnole che lo hanno scambiato per un produttore del cinema e vogliono da lui una parte in un film.

[da LINKIESTA del 25/08/2013]

"Downton Abbey" o l'eccellenza della fiction inglese

Nel clangore a volte davvero insopportabile a cui le serie televisive americane ci hanno abituati, passa quasi inosservata, con piede vellutato, una fiction che è pura delizia per tutti coloro che serbano con gelosia i piccoli volumetti blu di Trollope editi da Sellerio.

           
Downton Abbey, fenomeno ormai di costume oltremanica ma discretamente seguito anche qui da noi, è uno sceneggiato come in Italia se ne vedevano solo negli anni ’60. L’idea e la sceneggiatura sono di Julian Fellowes (Oscar per la sceneggiatura del Gosford Park di Robert Altman), noto attore e scrittore inglese, che con i suoi Snob e Un passato imperfetto ha dimostrato di sapersi inserire, con destrezza e sapienza, nel solco del genere del romanzo sociale così caro ai Vittoriani.

Fellowes – che tra un romanzo e l’altro ha ricevuto da Sua Maestà il titolo di Life Peer e che quindi per il momento (tempi moderni permettendo) siede alla Camera Alta – è un signore di mezza età che non fa mistero delle sue origini di piccolo nobilotto di campagna. Padre al servizio del Foreign Office (e questo lo si capisce anche dal suo secondo libro, per certi versi assai autobiografico) e carriera piuttosto unconventional nel mondo dello spettacolo, Fellowes ha anche sposato la nipote di Lord Kitchener, quello di Karthoum, per capirci. Insomma, se si mette a raccontare la storia di una grande casa inglese, dobbiamo dargli credito di sapere di che cosa parla.

La trama del “fumettone” è vagamente austeniana sin dall’inizio: il conte di Grantham (un ottimo Hugh Bonneville), proprietario di Downton Abbey (che nella realtà si chiama Highclere Castle ed è lo humble abode, l’umile dimora, dei conti di Carnaervon – sì, per chi avesse reminiscenze archeologiche, stiamo parlando della famiglia dell’uomo che finanziò Howard Carter e la scoperta della tomba di Tuthankhamen), ha solo figlie femmine ed il suo titolo è destinato a passare ad un cugino di terzo grado.

L’ “orribile cugino” Matthew non è così obbrobrioso come il Mr Collins di Orgoglio e Pregiudizio (e del resto Downton non è Longbourne…), anzi ha le fattezze del bel Dan Stevens, ma è un avvocato – obbrobrio ugualmente, perlomeno per le classi aristocratiche vittoriane – che per giunta ha abitato, fino al momento di dover assumere il ruolo di erede presuntivo, nella fumosa e malsana Manchester: e i riferimenti, anche impliciti, alla Gaskell e al suo North and South si sprecano.

Il problema non è solo che Mary, una graziosa e brava Michelle Dockery, prima figlia di Lord Grantham, non erediterà il titolo – intere schiere di cavalieri normanni si rivolterebbero nella tomba, se solo sentissero qualcuno ventilare una simile abominevole proposta… – ma anche che la dote della madre, un’ereditiera americana a suo tempo sposata da Lord Grantham per rimpinguare le finanze del casato, è vincolata (entailed, appunto) al titolo ed alla tenuta e quindi se la prenderà il buon cugino Matthew, un provinciale di sani principi borghesi che in meno di una puntata capisce come tira il vento e si abitua senza troppe difficoltà a “tenere la forchetta nel modo giusto”.

La brillante soluzione al problema la trova Maggie Smith, sensazionale interprete e vera star della serie, che impersona Lady Violet, la wildiana e corrosiva madre di Lord Grantham. Santo Cielo, se il nemico non lo puoi sconfiggere, allora alleati con lui! Ed ecco che per un po’ si vocifera di un possibile matrimonio fra i due cugini: l’altera e scostante (ma in fondo assai passionale) Mary ed il solido e a suo modo ribelle Matthew. Inutile dire che i due finiranno insieme, ma non subito. Sennò, che gusto c’è?


Fellowes occhieggia anche, bisogna dirlo (giacché il pubblico è eterogeneo, mica tutti son nobili), ad una notissima serie britannica degli anni settanta: Upstairs Downstairs, che da noi si potrebbe tradurre “Su e giù per le scale”, che poi sono quelle che dividono i quartieri della servitù, nel seminterrato, da quelli dei signori.

Tutto quello che accade ai padroni di Downton si ripercuote su queste persone che sembrano inesistenti ma che, oltre a costituire il nerbo della casa, ne vivono e assorbono gli umori. Ripicche, amori, scherzi e balli a fine giornata di lavoro allietano le stanze di una servitù che nella visione – forse, concesso, un po’ edulcorata (ma ci piace per questo) - di Fellowes sa qual è il suo posto ma non è preda dei maltrattamenti dei padroni. Del resto, come ben diceva Nancy Mitford, la upper class britannica adora credere di essere “assolutamente adorabile” con il personale di servizio.

Ovviamente qui da noi un simile prodotto non può far presa sulle masse – come invece è in Inghilterra. I tempi della monarchia sono troppo lontani perché un pubblico spesso traviato, con compiacimento, da classi dirigenti di poco spessore, sia in grado di affezionarsi a simili personaggi, a inquadrature che sembrano dei dipinti ed a colloqui che paiono usciti dalla penna di Jane Austen. Troppo è stato fatto, in questi nostri strani tempi, affinché prodotti spesso mediocri e sanguinolenti come CSI o Criminal Minds non riescano, alla fin fine, a surclassare, nelle menti della gente, la indiscutibile qualità dei prodotti del cinema inglese.

Per fortuna, e ci sembra davvero una benedizione, nella nebbiosa Britannia hanno deciso che il Tempo può andare dove più gli piace, ma gli inglesi rimangono inglesi.

[da LINKIESTA del 27/11/2012]