martedì 11 febbraio 2014

“2012” di Roland Emmerich : la catastrofe è (già) tra noi


Un problema dei film di genere catastrofico è che o sono troppo stupidi – e allora magari li si guarda una volta e via, giusto per togliersi lo sfizio, - o sono così veritieri che mettono paura e a riguardarli ci si pensa comunque due volte. In questa lista si potrebbero annoverare anche le distopie fantascientifiche, una tra tutte e tra le più efficaci, il brillante V per Vendetta.

"2012" di Roland Emmerich
Nel caso di 2012 di Roland Emmerich (Stargate, Independence Day, Godzilla, Il Patriota, The Day after Tomorrow, 10.000 A.C.) siamo di fronte ad uno di quei film che potrebbero senza dubbio finire nella pinzillacchera e invece ci forniscono spunti su cui riflettere, angosce da sedimentare e interrogativi di difficile soluzione.

Innanzitutto si deve precisare che il film gioca sul sicuro sin dall’inizio: decidendo di modellare la trama su un archetipo religioso-mitologico presente in praticamente tutte le cosmogonie mondiali quale il diluvio universale o, come lo chiamano gli antropologi, la grande alluvione, regista e sceneggiatore sanno che il nostro subconscio primordiale ci darà una mano nel venire anche involontariamente catturati dal plot del film.

Siamo nel 2009 e i Governi di tutto il mondo si riuniscono per far fronte alla allarmante scoperta di un astrofisico indiano: una serie di tempeste di neutrini, che si verificheranno nel 2012 (anno della fine del mondo secondo il Calendario Maya, come si sa), porteranno allo scioglimento del manto esterno della terra ed alla successiva inondazione di tutti (si pensa) i continenti con relativa estinzione della razza umana.

Questo G8 ‘biblico’ decide quindi che verranno costruite delle enormi arche metalliche su cui imbarcare tutte le specie terrestri, le opere d’arte, le scoperte scientifiche e, non meno importante, una ‘selezione’ di uomini, non già i più meritevoli ma coloro che saranno in grado di pagare, pro capite, un miliardo di dollari, contribuendo così economicamente alla realizzazione dei mostri d’acciaio.

Intanto la scena si sposta nel 2012, nel parco di Yellowstone, dove Jackson Curtis (John Cusack), scrittore di fantascienza di scarsissimo successo che fa anche l’autista di limousine per arrotondare, incontra, durante un campeggio coi figli, il folle visionario e profetico Charlie Frost (un divertentissimo Woody Harrelson), il quale gli predice, per sommi capi, ciò che sta per avvenire e lo mette al corrente di come i capi di stato stiano eliminando tutti coloro che cercano di avvisare la popolazione della Terra riguardo alla incombente catastrofe.

Curtis riporta i figli alla moglie separata (Amanda Peet) anche se, ormai, il pazzo profeta di catastrofi ha fatto breccia nella sua immaginazione. Da qui in poi, il regista lascia spazio ad un fuoco di fila di effetti speciali digitali abbastanza prevedibili, da un lato, ma spesso giocati in modo del tutto originale nella loro applicazione (un esempio potrebbe essere la Casa Bianca sommersa da un’onda tsunami che le rovescia addosso una portaerei: forse un riferimento alle spese militari dell’era Bush/Obama?).

Lo scopo di tutti coloro che hanno capito cosa sta succedendo – e i Curtis sono tra questi, - è di procurarsi un aereo per raggiungere la località segreta, in Cina, dove le potenze hanno preparato le arche e dove tutti coloro che sono destinati a salvarsi dovranno imbarcarsi. Comincia quindi una lotta contro il tempo di Curtis e del milionario russo suo datore di lavoro, a bordo di un vecchio Antonov sovietico, per raggiungere la Cina attraverso l’Himalaya, colosso ormai ridotto ad una piccola catena montuosa che timidamente emerge dalle acque.

Infine, i ‘nostri eroi’ (come usava dire nei cinema di una volta) ce la faranno ad imbarcarsi sull’arca americana, a far ammettere a bordo anche quelli che non erano riusciti a procurarsi un biglietto ma che si trovavano nelle vicinanze ed il film terminerà quindi con l’immagine biblica del primo giorno di sole dopo le tempeste, momento in cui sui ponti delle arche si riuniranno gli esseri umani sopravvissuti per osservare l’infinito azzurro davanti a loro.

Dati satellitari, intanto, informano i naviganti che l’Himalaya è ormai sommerso e che il ‘nuovo tetto del mondo’ è costituito dai Monti dei Draghi in Sudafrica, probabilmente nell’unico continente che non si è inabissato.

Al di là dei riferimenti biblici che si sprecano (sebbene manchi quello alla colomba nel primo giorno di tempo sereno), sembra molto azzeccata l’idea che l’Africa sia l’unica terra emersa rimasta: da una parte, infatti, è l’area più povera del mondo che di colpo diviene la terra promessa di una nuova colonizzazione umana; dall’altra, vi è un chiaro riferimento al fatto che la vita, come troppo spesso tendiamo a dimenticare, è proprio in Africa che ha avuto inizio e non è improbabile, quindi, che da lì debba ricominciare.

Forse non siamo destinati, come razza umana, a perire a causa di un secondo diluvio universale. Forse si tratta dell’ennesima fanfaluca di un bravo regista che ci vuole stupire. Ciò che è certo, è che la lotta dei tanti che cercano di ritagliarsi un posto a bordo delle arche è tremendamente simile alla lotta dei tanti che, nel nostro mondo, ogni giorno cercano di trovarsi un posto sulla zattera del lavoro, del benessere economico, della soddisfazione dei bisogni primari come il semplice nutrimento.

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