venerdì 7 febbraio 2014

"Downton Abbey" o l'eccellenza della fiction inglese

Nel clangore a volte davvero insopportabile a cui le serie televisive americane ci hanno abituati, passa quasi inosservata, con piede vellutato, una fiction che è pura delizia per tutti coloro che serbano con gelosia i piccoli volumetti blu di Trollope editi da Sellerio.

           
Downton Abbey, fenomeno ormai di costume oltremanica ma discretamente seguito anche qui da noi, è uno sceneggiato come in Italia se ne vedevano solo negli anni ’60. L’idea e la sceneggiatura sono di Julian Fellowes (Oscar per la sceneggiatura del Gosford Park di Robert Altman), noto attore e scrittore inglese, che con i suoi Snob e Un passato imperfetto ha dimostrato di sapersi inserire, con destrezza e sapienza, nel solco del genere del romanzo sociale così caro ai Vittoriani.

Fellowes – che tra un romanzo e l’altro ha ricevuto da Sua Maestà il titolo di Life Peer e che quindi per il momento (tempi moderni permettendo) siede alla Camera Alta – è un signore di mezza età che non fa mistero delle sue origini di piccolo nobilotto di campagna. Padre al servizio del Foreign Office (e questo lo si capisce anche dal suo secondo libro, per certi versi assai autobiografico) e carriera piuttosto unconventional nel mondo dello spettacolo, Fellowes ha anche sposato la nipote di Lord Kitchener, quello di Karthoum, per capirci. Insomma, se si mette a raccontare la storia di una grande casa inglese, dobbiamo dargli credito di sapere di che cosa parla.

La trama del “fumettone” è vagamente austeniana sin dall’inizio: il conte di Grantham (un ottimo Hugh Bonneville), proprietario di Downton Abbey (che nella realtà si chiama Highclere Castle ed è lo humble abode, l’umile dimora, dei conti di Carnaervon – sì, per chi avesse reminiscenze archeologiche, stiamo parlando della famiglia dell’uomo che finanziò Howard Carter e la scoperta della tomba di Tuthankhamen), ha solo figlie femmine ed il suo titolo è destinato a passare ad un cugino di terzo grado.

L’ “orribile cugino” Matthew non è così obbrobrioso come il Mr Collins di Orgoglio e Pregiudizio (e del resto Downton non è Longbourne…), anzi ha le fattezze del bel Dan Stevens, ma è un avvocato – obbrobrio ugualmente, perlomeno per le classi aristocratiche vittoriane – che per giunta ha abitato, fino al momento di dover assumere il ruolo di erede presuntivo, nella fumosa e malsana Manchester: e i riferimenti, anche impliciti, alla Gaskell e al suo North and South si sprecano.

Il problema non è solo che Mary, una graziosa e brava Michelle Dockery, prima figlia di Lord Grantham, non erediterà il titolo – intere schiere di cavalieri normanni si rivolterebbero nella tomba, se solo sentissero qualcuno ventilare una simile abominevole proposta… – ma anche che la dote della madre, un’ereditiera americana a suo tempo sposata da Lord Grantham per rimpinguare le finanze del casato, è vincolata (entailed, appunto) al titolo ed alla tenuta e quindi se la prenderà il buon cugino Matthew, un provinciale di sani principi borghesi che in meno di una puntata capisce come tira il vento e si abitua senza troppe difficoltà a “tenere la forchetta nel modo giusto”.

La brillante soluzione al problema la trova Maggie Smith, sensazionale interprete e vera star della serie, che impersona Lady Violet, la wildiana e corrosiva madre di Lord Grantham. Santo Cielo, se il nemico non lo puoi sconfiggere, allora alleati con lui! Ed ecco che per un po’ si vocifera di un possibile matrimonio fra i due cugini: l’altera e scostante (ma in fondo assai passionale) Mary ed il solido e a suo modo ribelle Matthew. Inutile dire che i due finiranno insieme, ma non subito. Sennò, che gusto c’è?


Fellowes occhieggia anche, bisogna dirlo (giacché il pubblico è eterogeneo, mica tutti son nobili), ad una notissima serie britannica degli anni settanta: Upstairs Downstairs, che da noi si potrebbe tradurre “Su e giù per le scale”, che poi sono quelle che dividono i quartieri della servitù, nel seminterrato, da quelli dei signori.

Tutto quello che accade ai padroni di Downton si ripercuote su queste persone che sembrano inesistenti ma che, oltre a costituire il nerbo della casa, ne vivono e assorbono gli umori. Ripicche, amori, scherzi e balli a fine giornata di lavoro allietano le stanze di una servitù che nella visione – forse, concesso, un po’ edulcorata (ma ci piace per questo) - di Fellowes sa qual è il suo posto ma non è preda dei maltrattamenti dei padroni. Del resto, come ben diceva Nancy Mitford, la upper class britannica adora credere di essere “assolutamente adorabile” con il personale di servizio.

Ovviamente qui da noi un simile prodotto non può far presa sulle masse – come invece è in Inghilterra. I tempi della monarchia sono troppo lontani perché un pubblico spesso traviato, con compiacimento, da classi dirigenti di poco spessore, sia in grado di affezionarsi a simili personaggi, a inquadrature che sembrano dei dipinti ed a colloqui che paiono usciti dalla penna di Jane Austen. Troppo è stato fatto, in questi nostri strani tempi, affinché prodotti spesso mediocri e sanguinolenti come CSI o Criminal Minds non riescano, alla fin fine, a surclassare, nelle menti della gente, la indiscutibile qualità dei prodotti del cinema inglese.

Per fortuna, e ci sembra davvero una benedizione, nella nebbiosa Britannia hanno deciso che il Tempo può andare dove più gli piace, ma gli inglesi rimangono inglesi.

[da LINKIESTA del 27/11/2012]

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