lunedì 10 febbraio 2014

La Generazione della Guerra, tra polemiche e propaganda


In Italia è andata in onda in due puntate, la miniserie televisiva tedesca Generation War (in originale si chiamerebbe Unsere Mutter, Unsere Vater, Le Nostre Madri, I Nostri Padri), che in giro per il mondo – e anche da noi, - ha generato non poche polemiche e sicuramente discussioni.
La storia è molto semplice e origina, sia narrativamente che figurativamente, da una fotografia che ritrae cinque amici, nella Berlino del 1941, durante una serata di addio in cui si salutano: chi l’indomani partirà per la guerra, chi tenterà la fortuna come cantante, chi proverà a fuggire all’estero perché ebreo. L’inizio della vicenda occhieggia, abbastanza visibilmente, a quella serata tra amici che rimane una delle migliori trovate del film Sleepers.

Le strade che prenderanno i ragazzi sono diverse e tutte tragiche perché, come dice il titolo dello sceneggiato, si tratta di una generazione di guerra che, per forza maggiore, a tutte le proprie aspirazioni è la guerra e soltanto la guerra che deve/può anteporre.

Greta (Katharina Schuttler) diventa amante di un gerarca che la lancia nel mondo della musica leggera, salvo poi inviarla in ‘tournée’ sul Fronte Orientale per togliersela di torno e quindi farla incarcerare e giustiziare per disfattismo. Wilhelm (Volker Bruch), un giovane tenente imbevuto degli ideali del militarismo prussiano classico, si getta a capofitto nella guerra finendo poi per essere considerato un disertore e tornando a casa, a fine conflitto, per il rotto della cuffia. Friedhelm (Tom Schilling), fratello di Wilhelm, è invece un intellettuale e letterato che legge Rimbaud e si pone subito in contrasto con gli ideali del Reich epperò, poi, obnubilato dalle brutture della guerra aderisce, quasi spinto da un Fato che sembra maledirlo, alla causa del Reich proprio mentre questo sta per implodere. Charlotte (Miriam Stein) si impegna nella Croce Rossa, denuncia una amica ebrea ma poi si pente, rischia la vita all’arrivo dei russi e sopravvive alla guerra in tempo per ricongiungersi con Wilhelm di cui è da sempre silenziosamente innamorata. Infine Viktor (Ludwig Trepte), ebreo figlio di un padre che non vuole arrendersi all’evidenza della barbarie e che crede ancora che “il Dottor Goebbels voglia farci indossare la stella gialla per il nostro bene”, finisce anche lui rocambolescamente sul Fronte Orientale, fa la guerra coi partigiani e torna in patria assalito dal disgusto nel vedere il gerarca colpevole della morte di Greta promosso a collaboratore della nuova amministrazione americana.

Questa storia, pur nella sua semplicità, ha suscitato reazioni forti. Molti hanno visto in questo prodotto una auto-assoluzione postuma della Germania Nazista, un modo per deresponsabilizzare quella generazione che, secondo quanto la Storia scritta dopo il ’45 ci ha tramandato, non poteva non sapere o essere estranea alle atrocità che si commettevano in quegli anni.

Altri, poi, hanno rifiutato con sdegno le attribuzioni di antisemitismo che la fiction pone a carico dei Partigiani polacchi, ritratti come dalla parte giusta ma possibilmente feroci e razzisti quanto i tedeschi.

Ancora: qualche critico ha osservato che è troppo facile far commettere le atrocità – pur presenti nel film – solo ad ufficiali delle SS evidentemente psicopatici. Certo che la Gestapo era crudele ma la fiction, secondo questa versione, rinuncerebbe a voler dar conto di quanta ferocia si sia esplicata nella ‘banalità del male’ di milioni di tedeschi che nulla avevano a che fare con la politica ma che fecero di buon grado quanto il Regime chiedeva loro.

Guardando questo prodotto con imparzialità invece, cercando il più possibile di essere scevri sia da fiancheggiamenti assolutori e negazionisti sia da velleità giudiziarie alle quali ci hanno abituato gli oltre sessant’anni della retorica dei Vincitori (e già un film come Vincitori e Vinti di questo si occupava e cercava di render conto), rimane solo quello che probabilmente era l’intento primario del regista Philip Kadelbach: dar conto di come un evento inimmaginabile per tragicità e portata quale fu la Seconda Guerra Mondiale possa incidere e mutare le vite di cinque giovani che, in altre circostanze, avrebbero avuto ben altro futuro.

Si tratta dunque di un film che parla di vite spezzate, del dolore dell’allontanamento, del divenire adulti prima del tempo. Certo, ci dice anche che moltissimi tedeschi non volevano quel che poi è accaduto, ci fa capire come le condizioni economiche tragiche in cui versava la Germania prima del 1933 siano state il veicolo più adatto per far attecchire un’ideologia di odio e discriminazione.

Coloro che volevano vedere l’ennesimo film in cui i Nazisti sono cattivi per contratto e i Partigiani Comunisti stanno in sella a cavalli bianchi e liberano i campi di sterminio senza dubbio è rimasto deluso. In questa fiction c’è solo dolore, dolore a 360 gradi, c’è l’idea che quell’orribile guerra non ha risparmiato nessuno e che tutti ne hanno portato le cicatrici.

Per una volta si è deciso di privilegiare la problematicità a scapito del facile sensazionalismo, in un film che ha di certo imparato molto da The Reader e che lungi dal voler scusare alcuno, invita tutti a prenderci le nostre responsabilità: quelle di ieri e, soprattutto, quelle di oggi.

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