sabato 8 febbraio 2014

“Navigator” o il ritorno ai mitici anni ‘80


I film che vediamo da piccoli, sembra, restano indelebili nel nostro cervello e contribuiscono a formarne l’immaginario con una galleria di archetipi che poi ci portiamo dietro tutta la vita. Così è, per quanto mi riguarda, per un film dei mitici anni ’80 che all’epoca ebbe un discreto successo e che oggi è pressoché dimenticato.

Navigator (USA, 1987) è un prodotto Disney ideato appositamente per i bambini e più in generale per le famiglie: un film forse non scientificamente all’altezza delle aspettative che crea e tuttavia di sicura fruibilità non per l’esattezza e la plausibilità – che appunto mancano, - ma per il semplice fatto che ‘funziona’, attrae e cattura lo spettatore riuscendo a regalargli non solo un’ora di distrazione ma anche degli spunti su cui riflettere.

La scena si apre, con tocco assai azzeccato del regista Randal Kleiser (Grease, Laguna Blu, Zanna Bianca), su un oggetto volante nel cielo di Fort Lauderdale (Miami) che a tutta prima sembra un’astronave ma che, quasi subito e grazie ad un aggiustamento di prospettiva in campo lungo, ci rendiamo conto essere un volgare frisbee lanciato in aria durante una competizione amatoriale per cani e padroni. In altre parole, un virtuosismo che però è anche una prolessi ironica di ciò che andremo a vedere a breve.

David Scott Freeman (Joey Cramer) è un dodicenne come tanti: ama giocare col cane, osserva le ragazze in costume da bagno con il telescopio nascosto in camera sua, litiga in continuazione con il fratellino più piccolo. Una sera, la madre gli chiede di andare a prendere proprio il fratello andato a giocare a casa di un amico, prima di fare una gita serale, tutti insieme, in barca.

David, insieme al suo cane, attraversa il bosco dove trova il fratellino che gli fa uno scherzo e corre a casa. Il cane, attratto da qualcosa di inattingibile ai sensi umani, si sporge su un piccolo declivio, su cui a sua volta si protende anche David che però vi cade dentro e perde i sensi.

Passa forse qualche minuto e David rinviene. Preoccupato per l’ora, corre dritto a casa, pensando che i suoi siano già andati in barca senza di lui. Suonato il campanello, gli risponde una signora che non è sua madre e che infine, giudicatolo in stato confusionale, lo porta alla stazione di polizia.

Lì, per voce di un poliziotto, apprendiamo che David risulta scomparso da ben otto anni.

Lo sviluppo del film è quindi interessante e duplice: da un lato David, alle prese con una famiglia che è ‘cresciuta’ sia fisicamente che psicologicamente, in sua assenza; dall’altro il Dottor Faraday, uno scienziato della NASA, che deve capire che cos’è quella strana navicella che ha appena sbattuto contro un traliccio dell’elettricità e che sembra impenetrabile ed incomprensibile.

In poco tempo si capisce che David, pur lontano, è mentalmente in contatto con l’ ‘oggetto volante non identificato’ e viene quindi prelevato e portato alla base della NASA dove fa amicizia con Carolyn (una giovanissima Sarah Jessica Parker), un’impiegata del luogo, che lo aiuterà a fuggire ed a ricongiungersi con la navicella su cui David - ricostruiamo poi - ha passato quattro ore soltanto che corrispondono però, sulla nostra Terra, agli otto anni della sua assenza da casa.

La trama, forse incoerente in alcuni punti, risulta tutto sommato scorrevole e di certo avvincente. D’altra parte, il ‘paradosso dei gemelli’ della teoria di Einstein, citato anche nel film, rimane indubbiamente uno degli interrogativi scientifici più intriganti: come sia possibile che per un essere umano sulla Terra ed uno nello spazio il tempo passi diversamente.

Come spesso nei prodotti Disney, poi, c’è la felice immagine rousseauviana del bambino/ragazzino, portatore di valori ancora sani, in perenne conflitto con il mondo degli adulti, per tanti versi già corrotto dalla ricerca del profitto e dell’utile a scapito del nobile e del generoso.

Il film si chiude con David che, ottenuto dall’intelligenza artificiale dell’astronave di essere riportato a otto anni prima, torna a casa di corsa dal bosco, pieno della legittima paura che di nuovo ad aprirgli sarà una sconosciuta, sino a che la madre, dalla barca attraccata al porticciolo qualche metro oltre la casa, lo chiama dicendogli di sbrigarsi, ché altrimenti si perderà la gita in famiglia…

Pellicola senza pretese di eccezionalità, Navigator ha il pregio di trattenere in sé, intatta, tutta l’ingenua speranza nel futuro che nutrivamo negli anni ’80: la Scienza, pur se presentata anche come nemica, era ancora più che altro una grande avventura; la società era ‘semplice’ e lineare, senza disoccupazioni di massa e crisi economiche; non c’erano gli I-Phone e il massimo cui un dodicenne aspirava era partecipare, col suo inseparabile cane, alla competizione internazionale di frisbee.

I ben informati dicono che dal 2009 Disney stia lavorando ad un remake. Difficilmente però, immagino, potrà sfuggire al clima di precarietà ed incertezza che ci circonda.

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