venerdì 7 febbraio 2014

"Philomena" di Stephen Frears

Noi italiani, di solito, siamo abituati a denigrare il nostro paese, ad essere esterofili a tutti i costi, ad apprezzare ciò che viene da fuori più di ciò che abbiamo. E, per solito, sbagliamo.
Poi invece ci sono quelle volte in cui eccediamo dall’altro lato, ci convinciamo, in modo quasi mussolinianamente autarchico, di essere migliori degli altri a dispetto dell’evidenza. E’ questo il caso dell’ultima Mostra del Cinema di Venezia, evento in cui si è preferito premiare il francamente deludente e scontato Sacro Gra di Gianfranco Rosi a scapito di una produzione inglese di prim’ordine come Philomena (GB 2013).

Il film che Stephen Frears (Piccoli affari sporchi, Lady Henderson presenta, The Queen) ha confezionato è sotto tutti i punti di vista un film ‘perfetto’ – se si accetta di usare questo termine per un’opera d’arte, – nel senso che rispetta e sviluppa al massimo livello tutto ciò che ci aspettiamo di trovare in un ‘buon’ film.

Si tratta di una storia (vera) qualunque, a ben vedere. La storia di una ragazza come tante, nell’Irlanda degli anni ’50. Una storia che potrebbe quindi essere sintagmatica e riguardare, catarticamente, un’intera società.
Philomena Lee (Judi Dench), ospite in un collegio di suore (le terribili Maddalene di cui già ci aveva parlato Peter Mullan, quella volta sì vincendo il Leone d’Oro a Venezia), rimane incinta, dopo un fugace incontro d’amore, ed è costretta a lavorare nel convento per mantenere sé ed il bambino. In seguito, come spesso accadeva all’epoca, il piccolo Anthony, suo figlio, viene ‘venduto’ ad una coppia di ricchi americani che come molti connazionali di allora facevano la spola con l’isola di smeraldo per adottare appunto bambini locali.

Cinquanta anni dopo, ormai anziana, Philomena decide di voler una volta per tutte sciogliere il dubbio che da una vita le attanaglia il cuore: che ne sarà stato di Anthony? Sarà ancora vivo? E dove?
Attraverso la figlia che ha avuto dal suo matrimonio, cronologicamente posteriore alla sua ‘fuga’ dal convento-lager di Rosecrea, riesce a mettersi in contatto con Martin Sixsmith (Steve Coogan), giornalista consulente del Governo Blair appena defenestrato da Downing Street a causa di un equivoco politico.

Lungo il viaggio spazio-temporale che i due intraprendono, si formerà tra loro un legame para filiale che sembrerebbe dimostrare come la biologia conti sì ma tanto quanto il prendersi cura di chi si ama. Questo percorso di ricerca prima di tutto introspettiva finirà in modo alquanto inaspettato ma certamente pacificante per entrambi.

Al di là della perfezione della sceneggiatura – cui il cinema inglese ci ha abituati da anni, dalle produzioni di James Ivory sino a Downton Abbey, – va spesa una parola sulla maestria degli attori: Judi Dench è impeccabile, a tal punto in parte da permettersi virtuosismi e invenzioni che non fanno che impreziosire la scena, spalleggiata da Coogan che, anche se non sembra, è il vero perno intorno al quale ruota tutta la vicenda.

E’ un film che parte in quarta, sembra languire nello scontato a due terzi della pellicola (ma è tutto calcolato), per poi ridecollare verso la fine infilando proprio lì, sul limitare della conclusione, i colpi registicamente migliori: scene come la visione del filmino a casa del compagno di Anthony (filmino che noi vediamo sin dall’inizio della storia, a spezzoni, senza mai capire bene a chi si riferisca), il rinvenimento della tomba nel convento o lo scontro verbale tra Martin e Suor Ildegarde rimangono facilmente impresse nella memoria.

Molto astuto il regista, poi, nel mettere in bocca a Philomena, donna poco istruita e conservatrice, delle sentenze vere che tutti pensiamo e che nessuno vuol ammettere perché politicamente scorrette. Sarà stata quest’astuzia a rendere il film inviso ai giudici della Mostra di Venezia? Chi lo sa, sta di fatto che un misero premio alla sceneggiatura sembra davvero poco, considerando che perlomeno si sarebbe potuto attribuire la Coppa Volpi a Judi Dench come miglior attrice.

Alcuni hanno criticato l’anti-cattolicità del film il quale, tuttavia, non fa altro che prendere la storia recente d’Irlanda e mostrarcela per quello che era – dispiace se a qualcuno non va giù che la lesione dei diritti umani di queste giovani donne avvenisse per mano della Chiesa Cattolica e nell’Irlanda Repubblicana invece che nell’Ulster inglese e protestante, ma tant’è, la Storia non si può contraffarla.

[da RIVOLUZIONE LIBERALE del 14/01/2014]

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