giovedì 3 aprile 2014

CLASSICI INTRAMONTABILI : “Laputa” di Hayao Miyazaki

Il bello di certe storie è che più le ripeti e più sono affascinanti. Magari non sono miti o archetipi però traggono un indubbio giovamento dalla possibilità di rinascere a nuova vita, in uno scambio osmotico tra la matrice – che diviene proto-versione sempre più interessante e a cui tornare costantemente, - e le ‘copie’ che copie infine non sono ma danno a loro volta principio ad altre storie.

Sheeta e Pazu in fuga
E’ quello che accade per Laputa-Castello nel cielo (1986), un bellissimo e raffinato anime del mostro sacro del cartone giapponese Hayao Miyazaki (Nausicaä della Valle del Vento, Porco Rosso) che ha dato l’avvio, si potrebbe dire, ad un vero e proprio filone che varca i confini del Sol Levante sino ad arrivare in America ed influenzare persino la Disney.

La storia della giovane Sheeta, erede inconsapevole di un regno magico (in cui però la magia ha piuttosto le fattezze di una avanzatissima scienza, altro tema focale in questo genere cinematografico), che incontra un giovane orfano, Pazu, il quale la aiuterà da un lato a sfuggire alle grinfie dei pirati di Dola e dall’altro a vanificare le mire espansionistiche di una non meglio precisata superpotenza, diviene un format presto esportabile.

Sheeta, infatti, quale ultima erede della fantomatica isola volante di Laputa (l’ispirazione viene da Jonathan Swift che fa arrivare a Laputa il suo Lemuel Gulliver subito dopo una puntatina a Lilliput) è anche depositaria di una strana pietra azzurra, una gravipietra, sorta di minerale sconosciuto ai terrestri che permette, appunto, di sconfiggere la gravità e dona a Laputa l’enorme energia (atomica? nell’animazione giapponese solitamente è il nucleare ad occupare l’immaginario fantascientifico) con cui potrebbe distruggere l’intero mondo.

Un'altra ragazzina, ricorderà chi è stato piccolo negli anni ’80, era depositaria di una simile pietra azzurra: la meticcia Nadia della fortunata serie Nadia: The Secret of Blue Water (1989) [in Italia, però: Il Mistero della Pietra Azzurra] di Hideaki Anno, lui stesso allievo di Miyazaki e, in un primo tempo, collaboratore dello Studio Ghibli. La pietra di Nadia non è una gravipietra, è un materiale stellare che gli antichi chiamavano oricalco (ne parla anche Platone nel Crizia) giacché il regno di cui è erede la piccola africana dai tratti europei non è Laputa ma Atlantide.

E con Atlantide giungiamo sino alla più recente rivisitazione di questo plot assai azzeccato: Atlantis l’Impero Perduto (2001) della Disney, tentativo nemmeno troppo nascosto di rimaneggiare solo lievemente quanto già elaborato da Anno. Nadia diventa Kida ed anche lei porta al collo, come le due colleghe, un cristallo azzurro che è parte del cuore di Atlantide, gruppo di strane pietre che donerebbero alla città scomparsa un immenso potere che fa gola, nella versione americana della storia, ad un capitano che lavora per i servizi segreti della Germania guglielmina.

Va’ detto che se da una parte Nadia è una rivisitazione parodistica di Laputa ed è ‘autorizzata’ - nel senso che a fine anni ’80 fu proprio l’emittente nipponica NHK a chiedere a Miyazaki un rifacimento di Laputa in chiave di serie televisiva (il maestro giapponese, altrove impegnato, passò il testimone ad Anno che ne fece ciò che sappiamo) - dall’altra il tentativo Atlantis della Disney sembra più che altro un modo per inserire l’animazione americana in un filone che tuttavia è solo in certa sensibilità tipicamente giapponese che trova la sua ragion d’essere.

In effetti, quando il colonnello Muska (anche lui, scopriamo alla fine, erede della stirpe reale di Laputa) tenta di usare il potere scientifico dell’isola volante in chiave distruttiva siamo di fronte alla stessa scena in cui Gargoyle (l’antagonista di Nadia, che si crede lui stesso Atlantideo ma non lo è) usa la Torre di Babele – sorta di biblico e potentissimo cannone laser - per devastare con un’esplosione nucleare un’intera isola nell’oceano Atlantico: è tutto vero perché verisimile, si sente che chi racconta è figlio, nipote, cugino di coloro che a Hiroshima c’erano davvero e che, per dirla con la sigla di un altro anime di successo, sentirono sul serio “la terra che tremò, l’aria s’incendiò, e poi: silenzio”.

Viceversa, le minacce del comandante Rourke in Atlantis somigliano più che altro alle spacconate di un ragazzone del Mid-West, non veicolano l’immagine di una vera minaccia incombente. Ciò, naturalmente, senza togliere alla versione disneyana la grande accuratezza per la riproduzione cromatica, per la ricerca fisiognomica (che porta gli atlantidei ad assomigliare, per certi versi, a degli amerindi dai volti angolosi); resta il fatto, però, che Atlantis manca abbastanza inevitabilmente di accuratezza nella costruzione degli antefatti fantascientifici: siamo di fronte ad una archeologia non certo ad una fanta-archeologia.

Se già in Laputa Miyazaki allude, qui e là, alla possibilità che i laputiani abbiano ingerito, in passato, nella storia dell’umanità (si parla, ad un certo punto, della ‘luce di Laputa’ come del ‘fuoco che distrusse Sodoma e Gomorra’), tale espediente narrativo è magistralmente sviluppato da Anno che fa di Nadia l’ultima erede di una dinastia extraterrestre (e pensiamo al Jupiter Ascending dei fratelli Wachowski di prossima uscita) proveniente da Nebula M78, una nebulosa realmente esistente nella costellazione di Orione: la civiltà da cui proviene Nadia, scientificamente avanzatissima, sbarca per errore sulla Terra 10.000 anni prima di Cristo e ne plasma la storia celandosi dietro a delle fattezze divine che un’ umanità ancora incolta e ai suoi albori le attribuisce con ammirazione.

Ma Anno va oltre, e va oltre prima di Voyager (oggigiorno tutti parlano di queste cose), va oltre quando di ‘extraterrestri nella Storia’ ne parlava solo Peter Kolosimo: come apprendiamo negli ultimi episodi di Nadia, sarebbero stati gli Atlantidei a sintetizzare il gene (l’anello mancante di Darwin) che avrebbe permesso alle scimmie di evolvere in esseri umani.

Per dar conto della complessità di questi che da noi con sufficienza chiamiamo ‘cartoni giapponesi’ ci sarebbe bisogno, forse, di un libro. Basti ricordare, a titolo di esempio, le similarità anche narrative tra i due prodotti: Sheeta è inseguita dalla banda dei Pirati di Dola, una signora di mezz’età rossa di capelli, proprio come Nadia è inseguita dalla banda di Grandis Granva, avvenente pin-up dai capelli rossissimi (i figli di Dola, come gli scagnozzi di Grandis, indossano degli impeccabili completi bianchi, neanche fossero dei Blues Brothers al contrario); l’interno di Laputa come pure gli interni di Tartesso (l’Atlantide di Nadia, in sé già una località menzionata nel Libro di Ezechiele) sono direttamente ispirati ai dipinti murali minoici, che Arthur Evans volle identificare come plausibili originali dell’Atlantide platonica.

In tutte e tre le produzioni, poi, abbiamo una coppia di protagonisti che si ripete sempre uguale, tenuto conto di qualche ovvia variazione. In primis la bella Sheeta, ragazzina misteriosa ed enigmatica, che incontra il giovane Pazu, appassionato di aviazione ed orfano di un padre scomparso in volo, ragazzo che passa le giornate a costruire aeroplani in solitudine (l’archetipo del nerd, si direbbe oggi). Poi c’è Nadia, misteriosa quanto Sheeta ma possibilmente più problematica (del resto il conflitto adolescente/adulto è una tematica fondamentale per Anno, si pensi a Shinji Ikari con suo padre in Neon Genesis Evangelion), che si innamora di Jean Luc-Lartigue, giovane inventore anche lui appassionato di aviazione, anche lui orfano di un padre scomparso questa volta in mare, anche lui un disadattato con due occhiali tondi enormi e un cognome che è un omaggio palese al più famoso fotografo francese. Infine Kida, principessa emancipata e volitiva che prende in mano la vita del mite seppur brillante Milo Thatch, impacciato scienziato incompreso costretto a sbarcare il lunario come idraulico del museo in cui lavora, anche lui orfano, anche lui dotato di un paio di occhiali francamente parabolici.

Ma da dove viene, tutto questo materiale?

In realtà, la risposta è più semplice del previsto: da Jules Verne. E’ infatti ai Viaggi Straordinari dello scrittore francese che si ispirano queste storie. Miyazaki lavora tenendo Verne come sottotesto, mai nominato ma sin troppo presente (l’idea di un’arma letale e finale, del resto, viene dal romanzo Di fronte alla bandiera, poi portato sullo schermo da Karel Zeman in quel capolavoro dell’animazione cecoslovacca che è La Diabolica Invenzione) mentre Anno, sin dai titoli di testa di Nadia, ci avverte che l’opera è liberamente ispirata alla Trilogia del Mare di Verne.

Abbiamo infatti i due ragazzini soli alla ventura per il mondo, alla ricerca di un mitico padre scomparso (I Figli del Capitano Grant); abbiamo un principe spodestato, che poi scopriamo essere il padre di Nadia, in lotta con il mondo a bordo di un modernissimo sommergibile (Ventimila leghe sotto i mari) e abbiamo dei naufraghi su un’isola ‘deserta’ assai peculiare in cui la Natura sembra comportarsi al contrario e presenze oscure ma benigne – si pensi solo a LOST, insomma, - si fanno percepire nel silenzio (L’isola misteriosa).

Al di là di tutte le considerazioni, i confronti, le ipotesi che ci porterebbero lontano e abbisognerebbero di fiumi di inchiostro, rimane, quale fil rouge di queste produzioni (includiamo anche quella Disney), l’intuizione che Jules Verne, inventore della fanta-scienza, aveva già avuto oltre cento anni fa sul conto del Progresso: facciamo attenzione che esso non distrugga chi si illude di averlo creato.

Già: chi si illude. Del resto, ci dice Anno, chi ci assicura che noi umani, per solito orgogliosi e supponenti sino all’insensatezza, non siamo solo delle scimmie a cui una civiltà superiore ha fatto il dono della ragione?

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