giovedì 17 aprile 2014

FILM DA RISCOPRIRE : “La Corona di Ferro” di Alessandro Blasetti


Come nella migliore tradizione disneyana, anche La Corona di Ferro (1941) di Alessandro Blasetti si apre con l’aprirsi di un libro, un vecchio e polveroso tomo istoriato con una corona incastonata in copertina: già questo, forse, ci dovrebbe dire che i cineasti dell’Italia autarchica le pellicole americane le vedevano e le apprezzavano.

Si potrebbe definirlo un fantasy, e di certo lo è, anche se val la pena di capire sino a che punto l’escapismo di questa filmografia d’evasione sia invece funzionale ad una critica politica che, se compresa, diviene di portata enorme e rivoluzionaria nei confronti di un Regime ormai al tramonto.

La storia è ambientata in un regno immaginario, Kindaor, in un tempo che potrebbe essere un fantasioso alto medioevo e che tuttavia si cerca, per quanto possibile, di ancorare alla realtà storica introducendo l’elemento di una Corona Ferrea, massima reliquia della cristianità poiché portatrice di un chiodo della Vera Croce, che viene inviata dall’Imperatore di Bisanzio al Papa di Roma.


Vittoria Carpi e la scena scandalo
La Corona, naturalmente dotata di poteri magici, ha la prerogativa di portare la pace ove è la guerra e non per caso, quindi, la reliquia si ferma a Kindaor, regno di Licinio che ha appena concluso una guerra ed una pace con il rivale Artace: tregua passeggera giacché Sedemondo (Gino Cervi), fratello di Licinio, fa assassinare il legittimo re e ne usurpa il trono su una collaudata trama di provenienza shakespeariana, condannando Artace e il suo popolo alla fuga.

A Licinio e Sedemondo nascono due figli: Elsa è figlia del fratricida ed Arminio, legale erede al trono di Kindaor, è figlio del re ucciso. Una vecchia parca – che tradizionalmente fila ad un arcolaio, - profetizza a Sedemondo che i due giovani si ameranno tragicamente e lui, compresa la gravità della cosa, incarica il suo servo di colore di abbandonare Arminio nella Valle dei Leoni, un luogo separato dal resto del mondo da invalicabili montagne dove il piccolo avrà, novello Tarzan, per unici amici i leoni che lo cresceranno.
Luisa Ferida nel ruolo di Tundra
Passano vent’anni e Sedemondo bandisce un torneo, al vincitore del quale verrà concessa la mano di Elsa (Elisa Cegani). A quel torneo vuol partecipare anche Tundra (Luisa Ferida), figlia dello sconfitto Artace, il cui popolo da ormai due decenni vive nascosto tra le montagne. A complicare le cose, ci si mette la Natura stessa: una improvvisa frana apre un varco tra i monti che rinchiudono la Valle dei Leoni e Arminio (Massimo Girotti), ormai adulto e prestante quanto un eroe hollywoodiano, è libero di seguire un cervo – forse una rimembranza della leggenda di Sant’Eustachio? – verso una ignota destinazione che è poi il suo Destino.

Nella foresta, che è una selva ariostea nel senso che ognuno vi entra trovandoci qualcosa che non cerca, Arminio si imbatte in un manipolo di uomini al comando di Tundra. Stanno regolando un conto in sospeso con uno dei loro, reo di essersi innamorato di una nemica (Vittoria Carpi) che ci viene mostrata legata e a seno nudo (il primo seno nudo del cinema italiano, vogliono alcuni; per altri il primato andrebbe a Clara Calamai ne La cena delle beffe dello stesso Blasetti, Calamai che si era già mostrata in un più parco deshabillé ne I pirati della Malesia di Guazzoni).

Arminio salva la poveretta e incorre nelle ire di Tundra che si finge un ragazzo. La finzione dura pochissimo – ‘fai questo anche tu, allora!’, le urla Arminio, battendosi le mani sul petto come un orango, sapendo che la giovane non si percuoterà i seni, - e ad essa si sostituisce un’attrazione che da subito sembra carica di sviluppi. Tundra quindi propone ad Arminio di partecipare al torneo al fine di uccidere la figlia del re e rovesciare il tiranno Sedemondo.

Riassumendo una trama altrimenti lunga e assai articolata, si può dire che Arminio cade sotto il fascino della (presunta) sorella Elsa, stravince al torneo in cui umilia il re Eriberto (un come sempre istrionico Osvaldo Valenti, qui vestito da circasso) e tutto finirebbe secondo la profezia della vecchia signora del bosco, che abita una capanna assai simile al ‘cottage’ del Mago Merlino ne La Spada nella Roccia.

Arminio invece – quasi come Gregory Peck in Io ti salverò – comincia a riacquistare la memoria perduta nell'infanzia e rimane orripilato dal (presunto) incesto che sta per compiere. Elsa, sentendosi in colpa per il destino del popolo di Tundra, che intanto si appresta ad invadere Kindaor passando per le Gole di Natersa – dove venti anni prima Sedemondo aveva posto il suo servo/gigante Farkas a guardia delle porte del Regno, con l’ordine di uccidere chiunque varcasse i sacri confini, - corre dietro alla guerriera, avviando la macchina della scena finale.

Presso le Gole di Natersa il gigante Farkas uccide Elsa, che si interpone tra la freccia scagliata dall’energumeno e Tundra, che invece può riunirsi ad Arminio con cui regnerà pacificamente su Kindaor. I due eserciti, lanciati in battaglia, sono fermati dall’aprirsi di una voragine nella terra entro la quale scorgiamo, incrostata di terriccio, la Corona di Ferro che venti anni prima Sedemondo aveva gettato via dalle Gole di Natersa. Kindaor è finalmente in pace.

Palazzo Reale di Kindaor
Pellicola che aveva, sin dall’inizio, ambizioni da kolossal, questa produzione ENIC-LUX sforò a tal punto il budget che finì a costare ben quattordici milioni di lire dell’epoca. Solo alla costruzione del Castello di Kindaor lavorarono centinaia di operai come centinaia furono le comparse per le spettacolari scene belliche.

Se da un lato l’ispirazione primaria è l’Amleto, con un fratello ambizioso che uccide il legittimo Re (e la parca del bosco rinfaccia a Sedemondo le sue malefatte proprio come Amleto chiede di fare alla compagnia di teatranti che poi fa esibire davanti allo zio ed alla madre adultera), la storia procede in seguito tenendo ben a mente la letteratura medieval-cortese: l’esilio dell’erede è un calco diretto dalla leggenda di Parsifal, costretto a crescere lontano dalla cavalleria e dal suo rango.

La stanza di Elsa
Luisa Ferida, in questa pellicola di una bellezza davvero sorprendente, interpreta invece il mito dell’amazzone, della donna guerriero che era in enorme anticipo allora e che oggi è stato invece sfruttato in tutte le sue possibili varianti, da Mulan a Xena fino alla Ginevra di Keira Knightley in King Arthur.

D’altra parte, a vedere questo film, non si può non pensare a prodotti successivi di vasta eco, come ad esempio La storia fantastica: il gigante Farkas potrebbe essere il nonno del goffo gigante stupido Fezzik. E ancora: le Gole di Natersa, spudoratamente costruite all’interno di uno studio cinematografico e tuttavia così reali nel loro essere spazzate da una costante nebbia gelida, ricordano da vicino la Porta delle Sfingi de La Storia Infinita. E cosa dire del torneo indetto da re Sedemondo? Sembra modellato sulla tenzone de La Leggenda di Robin Hood, non c’è Erroll Flynn ma il sapore da film americano permane e lo gustiamo tutto.

Errol Flynn e Olivia De Havilland ne La leggenda di Robin Hood
Non infrequenti i richiami biblici: nel momento in cui Eriberto sembra aver vinto ed essere riuscito a precipitare Arminio in una ‘fossa dei leoni’, come il biblico Daniele il nostro eroe si mette a chiacchierare con le fiere che lo risparmiano, riconoscendolo come uno di loro, prima che lui compia un balzo degno dei Fantastici Quattro e torni sulla lizza per sconfiggere una volta per tutte Osvaldo Valenti che intanto se la ride con quel ghigno che gli era così tipico.

E’ un fantasy, si è detto. Epperò è già così ‘avanti’ che potremmo parlare di fantasy di ibridazione in quanto, proprio come C.S. Lewis nelle sue Cronache di Narnia, il regista sceglie di non attenersi ad un codice iconografico coerente e restrittivo, introducendo immagini orientaleggianti che si mischiano ad un non meglio definito medioevo germanico. In pratica, al rigore filologico di Tolkien è già stato sostituito l’immaginifico miscellaneo di Lewis.

Osvaldo Valenti nei panni di Eriberto
Il film vinse alla Mostra di Venezia la Coppa Mussolini per il Miglior Film Italiano, sebbene il severo alleato germanico non avesse per nulla gradito il prodotto, tanto che il Dottor Goebbels, allora potentissimo Ministro della Propaganda del Terzo Reich, ebbe a dire: “Un regista tedesco che avesse fatto questo film, oggi in Germania sarebbe messo al muro.”

In effetti, è già stato notato, il film allude ad un pur blando pacifismo che sembra informarne tutta la trama. Tuttavia non è solo questo. Innanzitutto vi è una fortissima velata ironia verso l’arianesimo, nei confronti della razza intesa come stirpe non ibridabile, cosa che per l’appunto non deve aver fatto piacere ai gerarchi nazisti.

E poi, osservando con attenzione, non si può non notare la strafottenza con cui si prende in giro il Regime Fascista. A cominciare da Sedemondo, a cui Gino Cervi conferisce delle caratteristiche che solo un ingenuo non definirebbe mussoliniane: gli occhi spiritati da folle, l’eloquio ricercato ed enfatico, le pause con sospiri cadenzati e la volubilità patologica ci fan quasi credere, per un momento, di esser di fronte a Filippo Timi che parodizza il Duce nel film Vincere di Marco Bellocchio.

Se poi, dopo una facile ricognizione, si inserisce questa pellicola in una più lunga serie che comprende, tra gli altri, Un’avventura di Salvator Rosa dello stesso Blasetti, in cui il noto pittore diviene eroe mascherato per combattere la tirannide borbonica, I Pirati della Malesia di Guazzoni e Le Due Tigri di Simonelli nei quali il principe spodestato Sandokan combatte la tirannide coloniale britannica, si capisce forse sin troppo bene che il famoso Ordine del Giorno Grandi, quello con cui il Gran Consiglio del Fascismo sfiduciò Mussolini il 25 luglio del ’43, al cinema era stato già decretato da produttori e registi.

Difficile non farsi affascinare da Luisa Ferida, che di lì a pochi anni sarebbe andata incontro ad un tragico destino, ‘giustiziata’ dai Partigiani all’interno di una dinamica processuale ancora tutta da chiarire. Se ne occupò qualche anno fa Marco Tullio Giordana, nel suo Sanguepazzo, di questa strana coppia del cinema italiano: coppia maledetta, coppia di cocainomani, coppia di ingenui che divennero vittime di una Storia non più disposta a scusarne la beffarda e cinematografica leggerezza.

Peccato che la critica italiana non valorizzi a sufficienza lo sforzo di questi cineasti di fine Regime che, come Blasetti, erano partiti da una (pur critica) adesione al Fascismo – si ricordi Vecchia Guardia – ed erano quindi maturati approdando a posizioni di contrapposizione pur velata e non urlata.

Certo La Corona di Ferro non è Roma città aperta ma a chi abbia voglia di scavare negli strati di celluloide non sfuggirà assolutamente l’intento polemico della pellicola. La vera domanda, cui nessuno potrà mai dare risposta, è piuttosto cosa sarebbe stato del cinema italiano se questo escapismo avesse prevalso sul nascente neorealismo. Forse, chi lo sa, oggi saremmo noi i produttori di Narnia, de Il Signore degli Anelli, di Hunger Games e di Noah.

Ma si sa, questa è pura fanta-cinematografia.

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