martedì 22 aprile 2014

“Hugo Cabret” di Martin Scorsese


Vi siete mai chiesti, parlando col vostro panettiere, o magari col netturbino, se dietro a quelle persone (in apparenza) umili non vi sia un grande artista dimenticato, uno scienziato mancato, un pittore perduto?

Sembra incredibile ma è storia vera: si tratta della straordinaria vicenda di Georges Méliès, da molti ritenuto il ‘vero’ inventore del cinematografo, o perlomeno - pur cronologicamente posteriore ai Lumière, - certo colui che per primo intuì le potenzialità oniriche della settima arte.

Da questa strana vicenda è rimasto affascinato anche Brian Selznick, pronipote di quel mitico David O. Selznick che produsse pietre miliari della storia del cinema come Via col vento e Rebecca. Ci ha scritto un libro per ragazzi – che in sé è un prodotto stranissimo e misterioso: un libro concepito come se fosse un film muto su carta, - che è finito nelle mani di Martin Scorsese il quale, senza pensarci troppo, ci ha fatto un film.

Hugo Cabret (2011) è una pellicola che, lo dico subito, a me è piaciuta solo in parte. Tuttavia racconta una storia così bella e degna di essere riportata alla luce che gli si perdonano anche i possibili difetti, del resto intrinseci a certo cinema un po’ troppo ‘carico’ cui Scorsese oramai ci ha abituati.

Hugo e Papà Georges
Il giovane Hugo (Asa Butterfield) è un orfano che vive nei cunicoli della Stazione di Montparnasse, a Parigi. Suo padre (Jude Law), un orologiaio molto dotato, è morto nell’incendio del museo per cui lavorava, lasciando in eredità al piccolo un misterioso automa scrivente (rotto) e uno zio ubriacone che ripara gli orologi della stazione.

La vita di Hugo trascorre tranquilla e infelice, sempre occupato a sfuggire al tragicomico Ispettore Ferroviario (Sacha Baron Cohen) ed al suo cane dobermann, finché un giorno non si imbatte in Papà Georges (Ben Kingsley), lo strano ed enigmatico vecchio che gestisce la bottega di giocattoli della stazione. Hugo ruba dal suo negozio qualche pezzo di ferraglia che gli serve per riparare il suo automa ed il vecchio lo scopre.

L'automa di Méliès
Papà Georges ha una figlia adottiva, Isabelle (Chloe Grace Moretz), appassionata di libri, alla quale ha severamente proibito di recarsi al cinema, attività che invece entusiasma Hugo. I due si conoscono, si scontrano, fanno amicizia, Hugo realizza che la chiave a forma di cuore che Isabelle porta al collo è l’interruttore d’accensione del suo automa. L’automa si mette finalmente a scrivere e disegna l’immagine che qualsiasi cinefilo che si rispetti riconosce ancora prima che la mano dell’automa finisca di tratteggiarla: la Luna che fa una smorfia mentre il proiettile-astronave terrestre la colpisce in un occhio, il fotogramma più famoso del film più famoso di Méliès: Viaggio nella Luna.

Illustrazione di Brian Selznick
Da qui in poi abbiamo tutti capito che il vecchio Papà Georges è proprio Méliès che, dopo esser stato dato per morto nella Grande Guerra, ha abbandonato il cinema distruggendo tutti (crede lui) i suoi film e rinnegando il suo passato di primo grande cineasta-produttore della storia.

Con l’aiuto del Professor Tabard (Michael Stuhlbarg) i due ragazzi mettono Papà Georges di fronte al fatto compiuto: gli contrabbandano in casa un proiettore e si mettono a mostrare il suo film più famoso. Papà Georges viene riconosciuto ed acclamato dalla critica, gli vien conferita la Legion d’Onore e gli vengono tributate serate di gala alle quali partecipa con la moglie, Isabelle ed Hugo, ormai parte della famiglia, che verrà avviato ad una carriera da illusionista.

Viaggio nella Luna di G. Méliès
La storia, come s’è detto, è molto bella. Il soggetto è ben trattato e la sceneggiatura, specie nella seconda parte del film, scorre via veloce. Nella prima, invece, sembra languire eccessivamente nel cercare di creare l’ambiente in cui Hugo si muove: invece di tratteggiare con rapide pennellate una certa imprescindibile ‘francesità’, Scorsese si sofferma nel girare scene francamente ridondanti e poco umoristiche.

D’altra parte, pur apprezzando la ricerca di una iconografia tipica che per tanti versi apparenta la pellicola al Favoloso mondo di Amélie, risultano piuttosto pesanti le scelte cromatiche insistite ed enfatizzate che, se ne L’età dell’innocenza conferivano alla narrazione quel passo claustrofobico che doveva rispecchiare il disagio di Newland Archer nella New York perbenista di fine ‘800, in questa situazione tolgono spontaneità ad un racconto che è, e dovrebbe rimanere, un racconto di bambini.

Il 'vero' Georges Méliès
Scorsese è un pezzo da novanta, per carità, e ce lo fa ben capire: basti la dissolvenza iniziale dal quadrante dell’orologio alla pianta a stella della Parigi voluta dal barone Haussmann. Bella anche la ricostruzione digitale degli ambienti (anche se alla lunga si finisce per pensare di essere di fronte ad un film d’animazione come il Tintin di Spielberg) e apprezzabile la cura nel ricreare le fisionomie, specie di un personaggio storico come Méliès.

Ed infatti è proprio nel riproporci la vicenda cinematografica di Méliès che il regista dà il meglio. Il flashback sugli studi del cineasta, la ricostruzione del set di film che riposano nel nostro immaginario inconscio – vero metacinema allo stato puro, - sono il cuore pulsante di questa strana pellicola molto e poco hollywoodiana ad un tempo.

Quando Scorsese ci mostra Méliès che gira scene subacquee con la cinepresa piazzata di fronte ad un acquario e le scenografie di cartapesta sullo sfondo, ecco, quello è grande cinema che racconta se stesso.

Un film dai risvolti duplici, quindi, che merita d’esser visto se non altro per trattenere nella mente la definizione che di cinema ci propone: la fabbrica dei sogni.

Nessun commento:

Posta un commento