lunedì 21 aprile 2014

“War Horse” di Steven Spielberg


Un film per loro, un film per me. Così recita la vecchia massima hollywoodiana dei registi: un film lo si fa per compiacere i produttori, le Majors, le Banche finanziatrici e un film lo si fa per sé, per il proprio modo di fare arte e per la propria poetica.

Steven Spielberg non è nuovo a questa dinamica, specie da che è divenuto produttore di fama con la Amblin Entertainement e la DreamWorks: i grandi successi di botteghino gli danno la possibilità di investire in produzioni meno urlate e tuttavia più curate.

Albert e Joey
Nel caso di War Horse (2011) i soldi spesi sono stati comunque tanti ma si riesce lo stesso a capire che il film pesca nell’immaginifico infantile spielberghiano più classico. C’è un ragazzo con un padre che ammira e non comprende ad un tempo; c’è un essere gentile e parzialmente indifeso con cui il ragazzo fa amicizia (qui è un cavallo e non un extraterrestre con le fattezze di un barattolo ma il principio è lo stesso); c’è un antagonista, il mondo dei Grandi e Adulti che se in E.T. era rappresentato dall’F.B.I., qui invece è incarnato dalla Guerra che per mano dell’Esercito sottrae Joey, il cavallo, all’affetto del suo simbiotico padrone Albert (Jeremy Irvine).

Joey ne vedrà delle belle: prima cavallo di un aristocratico tenente che muore subito in una disperata quanto anacronistica carica contro gli scaltri prussiani; poi bestia da soma per i ‘crucchi’ che gli fanno portare l’artiglieria pesante; quindi cavallino di una bimba dalla salute cagionevole e dal destino segnato per poi tornare ad essere carne da macello dell’esercito del Kaiser.

La corsa folle di Joey
Finché, stremato dall’illogico agire di questi esseri umani che contrariamente a qualsiasi pensiero naturale si stanno autodistruggendo da tre anni, Joey si lancia in una folle corsa verso la no man’s land, la terra di nessuno, il limbo tra i due schieramenti di trincee dove tutto può succedere perché è una sorta di aldilà mitico in cui le regole nazional-borghesi non funzionano.

Nel suo fuggire Joey si trascina dietro tutto, persino il filo spinato che infine lo vince e gli si avvolge intorno imprigionandolo sempre di più e costringendolo all’immobilità nel bel mezzo degli enormi buchi creati dalle bombe. In quel momento, Spielberg introduce il miracolo per cui il suo cinema è famoso: un soldato inglese avvista il cavallo agonizzante, e così fa un soldato tedesco. L’inglese alza una bandiera bianca, si avventura nella terra di nessuno, seguito dal suo nemico. Si trovano di fronte al povero animale, simulacro di una natura violentata dall’insensatezza umana, e con pazienza lo liberano dalla stretta mortale che lo avvolge.

Joey e Albert, a fine film, si ritroveranno e torneranno a casa (quasi) come prima, diversi e carichi di esperienze, entrambi sopravvissuti ad un orrore difficilmente immaginabile.

  E tuttavia Spielberg, che già in Salvate il soldato Ryan quell’orrore aveva provato a descrivercelo, ritorna anche qui a mostrarci fangose e gelide trincee, uomini mandati al macello e altri uomini costretti a restare nelle retrovie ed a sparare a chi torna indietro, per non parlare di quelli che invece raccoglievano i preziosi dei commilitoni prima che andassero alla carica per evitare che quegli oggetti se li prendessero i ‘crucchi’, in caso di morte del proprietario.

L'omaggio a Via col vento
Si tratta di un film classico, di puro cinema in pieno stile anni ’50, in cui il regista si compiace delle immagini che crea, si tratti della superba campagna del Devon, della Francia martoriata dai crateri delle granate o degli splendidi esterni color seppia con cui tinge il ritorno a casa di Albert e Joey, un chiaro omaggio sia cromatico che registico a Via col vento.

Spielberg si diverte, vuole raccontare a suo modo una storia che gli sta a cuore e lo fa da par suo. Splendida la scena in cui un carro armato insegue Joey e non gli dà tregua finché il cavallo, intrappolato in un cul-de-sac, non balza sopra l’infernale macchinario e scappa nella direzione opposta. Del carro armato vediamo solo l’esterno e le feritoie, mai chi lo comanda, come in Duel non vedevamo mai il conducente del terrificante camion rugginoso e sferragliante: la Natura che sfugge alla caccia della tèchne che dall’ ‘800 in poi sembra non darle un minuto di respiro.

Joey e il carro armato
Il giovane soldato che, bandiera bianca in pugno, si avventura nella desolata terra di nessuno (sembrano quasi le Pianure di Mordor de Il Signore degli Anelli) recita il Salmo 23, quasi che tutta la scena fosse un semplice dare immagine a quel passo biblico che funziona perfettamente come sostituto della sceneggiatura.

Duel
Un film sulla brutalità della guerra, sulla bellezza della Natura, sul semplice e speciale legame che può instaurarsi tra un animale ed un essere umano. Steven Spielberg si conferma, ad oggi, uno dei più talentuosi registi di Hollywood e non solo, un artista che sa farci riflettere e commuovere, un cineasta che conosce alla perfezione il mestiere e che ormai si sceglie solo i copioni che stimolano la sua fantasia.

Peccato per i soliti critici brontoloni che non trovando nulla da ridire, hanno definito il film prolisso e ne hanno criticato il doppiaggio italiano, incline a far parlare i tedeschi ‘da tedeschi’. E pazienza, siamo ancora tutti in attesa che molti italiani – anche tra i critici, - imparino a parlare ‘da italiani’.

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