domenica 19 febbraio 2017

STRANGER THINGS : il mito del piccolo cosmonauta americano, tra Beowulf e Guerre Stellari

La serie evento che Netflix ha messo in onda lo scorso luglio 2016 è un fenomeno molto interessante sotto vari punti di vista. Si tratta di certo di un prodotto di pop-culture e, come Spielberg prima di loro, i Fratelli Duffer con la pop-culture ci giocano, la manipolano, la modificano e ce la ripropongono in chiave sempre differente e però sufficientemente uguale a se stessa da creare una irresistibile operazione nostalgia.

Chi è stato bambino negli anni ’80 non potrà non amare questa serie che pur trascendendo lievemente nel genere horror in stile Stephen King (per ammissione dei suoi stessi creatori) non fa che riproporre un archetipo ormai caro a più di una generazione: quello del piccolo cosmonauta di provincia che parte (o non parte, ma è lo stesso) alla ricerca di mondi altri.

Ha cominciato Spielberg, con Eliott e con E.T. (1982), anche se ad essere precisi il vero precursore – pur sempre spielberghiano, - è Barry Guiler (Cary Guffey), il bimbo dell’Indiana che per primo entra in contatto con gli alieni di Incontri ravvicinati del terzo tipo (1977). Poi però è stata anche la volta di David Freeman (Joey Cramer), il piccolo astronauta suo malgrado che viene prelevato da un’intelligenza superiore e fatto viaggiare nel tempo per otto anni, nel bel film Navigator (1986) prodotto dalla Disney.

Ed ora i quattro fraterni amici di Stranger Things, una serie nata per la tv e addirittura per la tv online che sta tenendo incollati – in attesa della seconda stagione, - milioni di giovani ed ex giovani sparsi per il mondo. Anche questi quattro ragazzini vengono dall’Indiana, abitano in una cittadina di provincia dove tutto è sempre uguale e rilassante - quando Will Byers (Noah Schnapp) scompare il capo della polizia Hopper (David Harbour) nemmeno vuole cominciare le ricerche: impossibile che a Hawkins scompaia qualcuno - eppure sognano mondi impossibili, diversi, in cui mettere alla prova il proprio coraggio e la propria astuzia come nel gioco di ruolo Dungeons & Dragons.

Solo che la provincia americana, con i suoi boschi misteriosi (uno dei quali dai ragazzi è tolkienianamente soprannominato Bosco Atro), potrebbe rivelare cose che non ti aspetti; se l’Area 51 deve essere nel deserto affinché nessuno la veda, quale miglior posto se non una sonnacchiosa cittadina di provincia per stabilire un inquietante laboratorio governativo in cui eseguire esperimenti al limite della Scienza conosciuta violando magari i diritti civili delle cavie? Allora i quattro bambini dovranno stare bene in guardia perché a voler sognare mondi paralleli, c’è il rischio che il mondo parallelo venga a bussare alla tua porta.


I piccoli cosmonauti viaggiatori dell’ignoto dovranno allora vedersela, in successione con: la scomparsa di un amico fraterno; la comparsa di una ragazzina dai super poteri ma con un tasso di afasia disarmante; agenti del Governo pronti ad ucciderli; i soliti bulli della scuola e familiari così calati nella realtà quotidiana da non avere gli strumenti intellettivi adeguati per seguire i balzani voli nell’ignoto dei propri figli.

A ben vedere però i Duffer Brothers non giocano solo con la pop-culture. In fin dei conti, anche George Lucas costruì la sua intera epopea ispirandosi, forse persino inconsciamente, al ciclo arturiano: Luke Skywalker è né più né meno di un futuristico Parsifal a cui nessuno ha detto che suo padre apparteneva alla Cavalleria.
Così i Duffer si inventano un Sottosopra, un mondo parallelo di tristezza e gelo perenne, dominato da spore tossiche (qualche pensierino a Miyazaki e a Nausicaa della Valle del Vento, magari) ed abitato da una sorta di mostro che i piccoli protagonisti rinominano Demogorgone mutuando il nome di uno dei mostri del loro gioco preferito. Bene, ma da dove viene tutto questo e perché ci piace così tanto?

La risposta è così semplice da essere sempre stata di fronte ai nostri occhi: l’antenato nobile di Stranger Things è il Beowulf, antico poema scritto in anglosassone e vera pietra fondativa della letteratura inglese. Il Demogorgone non è altri che Grendel, l’informe e tuttavia antropomorfo mostro di cui nell’antico poema si sentono le grida sin nella reggia di Herot (ed infatti il verso raccapricciante dell’altra, più moderna creatura ci accompagna per tutta la serie); come Grendel anche il Demogorgone vive in un luogo tetro e sembra ricercare, pur se poi con esiti distruttivi, il contatto con gli abitanti del mondo della luce: non per caso Joyce Byers (Winona Ryder) è proprio attraverso l’elettricità delle lampadine che stabilisce un primo contatto con il figlio scomparso; le voci di chi sta nel nostro mondo sono udibili nel Sottosopra proprio come le urla di gioia di re Hrothgar e dei suoi convitati erano strazianti per il triste e solo Grendel nel sottosuolo.


Le somiglianze si sprecano e tuttavia, al di là dell’analisi sinottica, rimane una vera domanda che potrebbe avere a che fare con la seconda stagione della serie: e se Demogorgone avesse una madre come ce l’ha Grendel nel Beowulf?


Staremo a vedere fino a che punto i Duffer Brothers vorranno rimanere fedeli alla letteratura.

Nessun commento:

Posta un commento