mercoledì 24 maggio 2017

COMICS : il ‘Pippo Reporter’ di Stefano Turconi e Teresa Radice

I personaggi ideati da Walt Disney, specie in area italiana, hanno vissuto tante vite diverse, dal Topolino delle prime avventure di Gottfredson, un esserino tutto nero con un paio di braghette rosse a bottoni dorati, fino al PK super fantascientifico che oggi troviamo in edicola in versione giant. Alcune di queste sono operazioni di rivisitazione davvero interessanti, altre magari sono meno sensate o meno appassionanti, da Fantomius ladro gentiluomo precursore di Paperinik fino ad arrivare alle avventure intergalattiche di Star Top.

Tra le tante variazioni sul tema, però, se ne segnala una davvero pregevole, carica di estetica armoniosa e dotta in modo leggero e divertente. Pippo Reporter, sceneggiata da Teresa Radice e disegnata da Stefano Turconi, è in questo periodo in edicola per i tipi di Panini Comics – Definitive Collection che ha riunito i diversi episodi apparsi in precedenza su Topolino settimanale consegnandoci una sorta di cofanetto completo.
L’idea di portare le peripezie di Pippo (quando si parla di Pippo, in effetti, più che avventure son peripezie) nei ruggenti anni ’20 non è magari troppo originale; anzi, a dire il vero non fa che riportare il personaggio dall’eterno presente disneyano al reale contesto storico che lo vide nascere insieme all’amico Mickey Mouse.

Ciò che invece davvero sorprende e rende questa serie originale quanto basta per avvincere il lettore anche più cinico è la scelta – matura e adulta, - di lasciare Topolino in disparte, di andare a scovare quel periodo in cui i due eterni amici ancora non si conoscevano. Questo però senza separare la coppia di (futuri) amici: squadra che vince non si cambia, così il trait d’union tra i due diviene Minni, spigliata ragazza anticonformista vicina di casa di Pippo e alle prese con un fidanzato, Topolino appunto, che le dà sempre buca e che noi vediamo solamente di spalle.

 Pippo è un ottimista, un inguaribile spensierato carattere un po’ babbeo che si ritrova per puro caso ad essere assunto come giornalista al Morning Blot, il più importante quotidiano della New York in cui questi personaggi sono calati. Il proprietario e direttore del Blot si chiama Basil Blackspot, Macchianera non per caso, ed è un torvo personaggio che cela dietro la sua rispettabile figura di magnate della stampa una losca relazione con la banda criminale di Pietro Gambadilegno e di suo cugino Plotty Plottigat, acquartierati su un vecchio cargo dal nome di Regina dei Mari costantemente alla fonda in porto.
A fianco di questi personaggi principali ritroviamo tutto o quasi il cast disneyano di sempre, da Orazio che diviene il sindaco Horace Horse fino alla sua lei, Clarabella, che in questa serie è una improbabile indovina di origine francese, Claire La Belle, proveniente dal superstizioso Sud degli States, quello del jazz e dei grandi battelli a vapore. Come spesso accade, i più irresistibili personaggi, oltre allo stesso Pippo, sono proprio i malviventi: dall’energumeno Plottigat sempre costretto alle mansioni più umilianti (per esempio divenire l’allievo del pianista Duckmaninoff al fine di rubargli l’uovo Paperger scampato alla Rivoluzione d’Ottobre) sino ad arrivare a Biagio Presagio, una sorta di avvoltoio - simile ai Tonto e Crucco del Robin Hood Disney (1973) di Wolfgang Reithermann, - che si esprime in rime con detti jettatori provenienti dal Sud Italia.

Va detto però che Pippo Reporter non è solo divertente, è anche e soprattutto un pregevole tentativo di avvicinare i più piccoli ad un periodo, i roaring twenties, leggendario eppure ormai così lontano. Il tratto delle tavole è pulito ed il colore vivace ma mai esagerato; la ricerca storica su cui si fonda questo prodotto editoriale è davvero lodevole, con citazioni continue e tuttavia mai invasive o didascaliche.
Per fare un esempio, basti pensare a Pippo seduto con Pluto a cavalcioni dell’intelaiatura di un grattacielo, chiaro omaggio alla notissima fotografia Lunch atop a skyscraper di Ebbets. Se ciò non bastasse, si possono citare l’introduzione di personaggi come, appunto, il musicista Sergey Duckmaninoff, riferimenti a Charles Lindbergh come pure a Louis Armstrong o magari alla poetessa Emily Duckinson. Pippo Reporter quindi non è, semplicemente, la solita storia Disney calata in un periodo piuttosto che in un altro: è una piccola enciclopedia degli anni ’20 ad uso dei più piccoli e, con notevole divertimento, anche dei più grandi.


La conoscenza che i due autori hanno del mondo disneyano, della storia del periodo e del cinema più in generale è davvero notevolissima. Se nell’episodio Scuola di Volo Minni, temporaneamente segretaria (cambia continuamente lavori, durante tutta la serie) di Charles Lindbergh, fa riferimento al suo ‘fidanzato’ che avrebbe costruito un aereo tutto da solo, strizzando così l’occhio a Plane Crazy (1928), il primo cartone animato in cui Disney fece apparire Mickey Mouse, sempre nella medesima storia, aguzzando la vista, possiamo notare che tra i modellini della scuola di volo di Lindbergh è appeso un piccolo idrovolante Savoia S.21 rosso, l’indimenticabile velivolo di Marco Pagot nel Porco Rosso (1992) di Hayao Miyazaki.

Ciò che stupisce è che finito di leggere anche l’ultimo episodio, nel quale infine Pippo incontrerà Topolino facendoci presto amicizia, è che del topo non avevamo, per ben quindici puntate della serie, sentito alcuna mancanza.
Forse perché l’ingenuità di Pippo, incapace di scorgere il male anche quando esso gli si para davanti nel più riconoscibile aspetto di Basil Blackspot e delle sue quotidiane truffe, ci dice di un mondo che può essere buono, di un mondo, anche nel nostro presente, in cui si può scegliere di ignorare la malvagità, il sotterfugio, la corruzione.

Se Pippo nasce come gregario, in questa serie diventa un gigante.

© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

lunedì 22 maggio 2017

CINEFILOSOFIA : 'Gravity' di Alfonso Cuaròn

Riuscire a gestire un film all’interno di uno spazio ristretto, costretto e costringente, è già di per sé un virtuosismo: lo fece Bresson con Un condannato a morte è fuggito e un anno dopo lo ripeté Sidney Lumet in La parola ai giurati. Lo fa anche Alfonso Cuaròn (Paradiso PerdutoHarry Potter e il Prigioniero di Azkaban, I Figli degli Uomini) che però decide di invertire la marcia e di portarci in uno spazio infinito.
Come nell’ agghiacciante Wolf Creek II, visto a Venezia 70, horror classico in cui l’ outback, il deserto australiano, diventa, in tutta la sua vastità, la prigione del protagonista inseguito da un folle sociopatico, così in Gravity, il nuovo film del regista messicano, il Cosmo diventa un piccolo grande palco su cui mettere in scena le debolezze e le grandezze di quel piccolo grande essere che è l’Uomo.
Il Vuoto di Cuaròn, l’immenso spazio misterioso, è però innanzitutto uno spazio filosofico – fa in effetti pensare alla reazione sgomenta dei legionari romani che, conquistata Gerusalemme e profanato il Tempio, rimangono attoniti nel vedere che nel Sancta Sanctorum non c'è assolutamente nulla. Ma come, è qui che dovrebbe stare il Dio degli Ebrei? Nel nulla?
Nothing comes out of nothing – dice Lear, e forse è vero. Ma non è così per Cuaròn perché il suo Vuoto è, a ben vedere, un vuoto proiettivo in cui l’essere umano può riversare le sue ansie, le sue paure ma anche, perché no, il suo ottimismo e la sua gioia di vivere.
Il Vuoto di Gravity è una tabula rasa che risponde al contatto umano ed in questo vien da chiedersi quanto abbia contato, per il regista, il precedente di un film come Sfera (1998), poco amato dalla critica (forse perché tratto da un romanzo di Micheal Crichton, la cui massima colpa agli occhi del mondo della cultura sembra essere l’aver scritto Jurassic Park ed averci fatto i milioni). Anche lì, l’oggetto alieno, in quel caso posto in fondo al mare (altro spazio pressoché in-finito) risponde alla stimolazione della mente umana amplificandone insicurezze e timori.
La trama di Gravity è di una semplicità (volutamente) estrema. Un navigato comandante alla sua ultima missione programmata (George Clooney) ed una enigmatica scienziata al suo battesimo spaziale (Sandra Bullock) si ritrovano nell’impossibilità di tornare a terra a causa di uno sciame di detriti che distrugge la navetta su cui sono imbarcati. Con il carburante rimasto allo scanzonato Clooney si avviano verso la Stazione Spaziale Internazionale (russa), dove comunque non riusciranno a combinar nulla, sino a che Sandra Bullock, sola superstite dopo il sacrificio del compagno, sarà in grado di raggiungere la Stazione Orbitante Cinese da cui prenderà un modulo di salvataggio e tornerà sulla Terra.
Funzionale alla semplicità della trama è la maestria del regista nell’orchestrare tutta la vicenda, la sua capacità di creare vera suspense in un contesto ad altissimo tasso di ripetitività. Alcune scene, va detto, tengono davvero col fiato sospeso.
La critica si è soffermata nel demolire la prova di Clooney, definito da più parti gigione e troppo legato al suo ruolo dell’ average American. In realtà, bisogna riconoscere che l’attore è riuscito a creare un personaggio – per quel poco che resta in scena, - pieno e ben caratterizzato, pur non uscendo mai dallo scafandro spaziale di cui è prigioniero. Se di Hal 9000 sentivamo solo la voce, e che voce, di Clooney vediamo solo il volto chiuso nel casco pressurizzato e tuttavia basta e avanza per farci conquistare subito da un personaggio che decide di non cedere alla paura, allo sconforto e che continua a fare dell'ironia anche quando si avvia, inevitabilmente, verso la morte (ma è proprio in quel momento che vede l’alba sul Gange, il Fiume Sacro per eccellenza, e ne rimane affascinato).
Sandra Bullock è invece un personaggio più ‘umano’, più fisico, e non solo perché si toglie la deformante tuta bianca ma perché il regista ha deciso che è sul suo corpo e sul suo volto che dobbiamo osservare il mutare delle sensazioni, sue e nostre di spettatori.
Nello svolgere del film scopriamo che la scienziata ha perso una figlia piccola (e la critica ha subito parlato di indulgenza verso clichés hollywoodiani: evidentemente, secondo alcuni commentatori, di genitori che perdono figli prematuramente ce ne sono solo a Hollywood?) e che questo lutto domina la sua esistenza impedendole di reagire (sarebbe interessante trovare il furbacchione che per primo ci ha raccontato che i lutti si superano – al massimo si accettano) così che forse sarà lo spazio infinito a darle quelle risposte che da tempo cerca invano sulla Terra.
Il film di Cuaròn è innanzitutto un film sulla trascendenza, per quanto essa possa sembrare obsoleta nell’era dello Space Shuttle. Questo è un film che è impregnato della ricerca (e della presenza) dell’Invisibile, sia esso rappresentato dal santino-icona di San Cristoforo che la Bullock trova nella Stazione Russa oppure dal piccolo e grasso Buddha che trova in quella Cinese.
La scena finale, che molti hanno giudicata ‘di troppo’, è in effetti una seconda alba dell’umanità, con la protagonista costretta a liberarsi dall’involucro del modulo di salvataggio che si inabissa in un lago (amniotico) dal quale la Bullock emerge (insieme ad una rana…e non è un girino, la prima forma di vita?) come la Vita stessa è uscita dall’acqua milioni di anni fa. Appena arrivata sulla spiaggia – rossa come la terra d’Africa che ha visto l’alba del genere umano, - stringe nel pugno una manciata di argilla, l’argilla biblica di cui è fatto l’Uomo, fino ad alzarsi eretta e poi, come in lei fosse concentrata la storia dell’Umanità tutta, a guardare verso il cielo.
Se pure Cuaròn non ci dice esplicitamente che veniamo dalle stelle, ha senza dubbio saputo fotografare l’omerico desiderio umano di raggiungere e afferrare l’Oltre-umano, l’unico vero sentimento, insieme all’amore, che unisce la nostra generazione spaziale a quella delle caverne.

mercoledì 17 maggio 2017

JURASSIC WORLD : se il maxi dinosauro non è altri che Gordon Gekko

Da anni ormai Hollywood sembra essersi dedicata ad un’enorme operazione nostalgia che spazia dalle astronavi della Galassia Lontana Lontana per arrivare alle prodigiose bestiole della InGen. A volte queste operazioni sono un po’ discutibili, ove non apertamente ripetitive e sterili (vedi Il risveglio della Forza), altre volte invece riescono ad aggiungere o meglio sviluppare dei temi del filone da cui sono gemmate.

E’ il caso di Jurassic World (2015) di Colin Trevorrow, regista cui è stata affidata la realizzazione di Star Wars Episode IX. Pur trattandosi di una di quelle manovre prudenziali tipiche delle majors della nostra era (in questo caso la Universal), siamo di fronte ad un film che dimostra un suo carattere, asseconda i fan nella ricerca nostalgica delle tracce di una pellicola adorata magari nell’infanzia non senza, però, progredire in un ragionamento autonomo interessante.

Con Steven Spielberg nella veste di produttore esecutivo, il film dimostra la guida di un timoniere esperto che, come il John Hammond del primo parco nel lontano 1993, magari i suoi dinosauri non li alleva personalmente ma vuole assolutamente vederli nascere. Spielberg ha sempre creduto molto nel romanzo di Crichton e nei temi forti che proponeva, cosa che è ben rintracciabile anche in questo blockbuster che film di cassetta lo è sin dall’inizio, non ne fa mistero e perciò risulta ancora più godibile.

Sono passati anni dal ‘disastro di Isla Nublar’ – come lo definivano alla InGen, la potente multinazionale di ingegneria genetica responsabile della resurrezione delle lucertoline carnivore, - e sulla medesima isola nuovi investitori impiantano un nuovo, più maestoso parco che chiamano Jurassic World. Già qui ci sarebbe da notare come il sequel segua l’ipertrofico egotismo che domina i nostri tempi: se Hammond si limitava a mettere le lucertole in un parco – per quanto fantasmagorico e avveniristico, - il nuovo super finanziatore Simon Masrani (certo non un WASP, dal nome, ed anche qui siamo nel nuovo millennio) non si contenta di una semplice attrazione turistica ma vuole, sin dal nome, ricreare un intero mondo.

Ma chi più vola in alto, più rischia di cadere e Masrani (Irrfan Khan) cade davvero, e dal suo elicottero, mentre sorvola la voliera degli pterosauri che intanto sono aizzati a sciamare via in branco dall’ Indominus Rex, la nuova ed aberrante attrazione del parco.

“Mi avevate detto ‘più denti’”, si difende la giovane genetista e manager del parco Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) quando il nuovo dinosauro fugge al controllo e semina il panico tra le migliaia di visitatori del parco. Il fatto è che di nuovo, a distanza di tanti anni, la InGen ha creduto di poter soggiogare la Natura, di poterla plasmare e di poterci giocare come se essa poi abdicasse al suo diritto di chiedere il conto.
La frase di Claire è – secondo quanto asserito dallo stesso regista, - una delle chiavi di lettura di tutto il film: questo ibrido mostruoso, un po’ raptor e un po’ T-Rex con il sangue d’una seppia che è l’Indominus Rex, è il risultato più delirante di una politica finanziaria folle. Non basta più ricreare delle creature estinte, non basta nemmeno farlo estraendo il sangue dalle zanzare incastrate millenni fa’ nell’ambra: dopo pochi anni anche questo per il pubblico è storia vecchia, ci vogliono nuove attrazioni.
E allora ‘più denti’, bisogna che la Bestia sia più famelica e più cattiva. Trevorrow sostiene che l’Indominus Rex potrebbe simboleggiare l’avidità, la sete del potere finanziario ed è difficile che non ci risuoni nelle orecchie il motto di Gordon Gekko, mastodonte malefico della finanza anni ’80, secondo cui ‘Greed is good’ con un’apofonia tutta inglese che serve ad inzuccherare una massima altrimenti inaccettabile.

Il film è un buon prodotto perché intrattiene con gran mestiere, certo, ma lo è anche perché prende i temi spielberghiani classici e li rimodella attualizzandoli, esasperandoli. Se il T-Rex del 1993 non accettava di mangiare la capretta a comando perché ‘è un predatore’, come ricordava il paleontologo Alan Grant, siamo al delirio totale con la vasca del Mosasauro, un’enorme balena voracissima costretta a danzare come una scimmietta ammaestrata per il plauso dei visitatori del week-end. Decisamente, il ‘disastro di Isla Nublar’ non ci ha insegnato nulla come non l’hanno fatto Fukushima o la British Petroleum.
Una buona trovata è stata l’aggiunta del personaggio di Owen Grady (Chris Pratt), un ex militare che si atteggia ad Allan Quatermain del parco e addestra  - per quanto si possa con animali simili, - i velociraptor a cacciare in branco con lui. “Dov’è il loro Alfa?” gli chiede uno dei nipotini di Claire in visita alla gabbia dei raptor; “Ce l’hai davanti, ragazzino” e siamo in piena Hollywood anni ’50 o in un film à la Tony Scott. Epperò la figura del cacciatore duro e rispettoso della Natura è una bella novità, aiuta lo svolgersi del plot e soprattutto si pone come buon esempio alternativo in contrapposizione a Masrani e ad Hoskins (Vincent D’Onofrio), il capo della sicurezza della InGen che vorrebbe, figuriamoci, usare i raptor in guerra e farci i miliardi vendendoli all’esercito.

Una pecca – magari non di poco conto, - è che in questo ennesimo capitolo della saga manca l’atmosfera di angoscia, di conto alla rovescia che invece permeava il primo film: sebbene tutti noi odiassimo Dennis Nedry, non potevamo fare a meno di palpitare con lui mentre correva tra le frasche e il fango sulla Jeep del Parco, ed eravamo tutti lì a dirgli: ehi, guarda che sei finito contro il segnale stradale, col cavolo che adesso lo ritrovi, il Porto.
Qui di tempo ce n’è, forse pure troppo, non ci sono scadenze. In fin dei conti quando infine il T-Rex spinge l’Indominus nella vasca del Mosasauro che se lo pappa di vivo cuore si è concluso uno screenplay che sembrava già scritto laddove, nel film originale, sia l’andamento che l’esito dell’avventura erano davvero imprevedibili.

Oltre al sempre suggestivo tema di John Williams del primo Jurassic Park, rimaneggiato in varie versioni, rimane come davvero potente l’ultima scena del film, il T-Rex che, di nuovo padrone della ‘sua’ isola, urla verso la valle sottostante protendendosi da uno degli edifici per i visitatori ormai definitivamente de-antropizzato.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA

lunedì 15 maggio 2017

TOMORROWLAND e il bisogno di non abbandonarsi al pessimismo

Ci sono due lupi.
Uno è oscurità e disperazione, l’altro è luce e speranza.
E lottano in continuazione. Chi dei due vince?
Quello che nutri.

All’insegna di un simile messaggio di genuina – per quanto forse infantile – speranza Casey Newton (Britt Robertson), protagonista di Tomorrowland-Il mondo di domani (2015) della Disney, prova a ricostruire il morale del padre (Tim McGrow), ingengere della NASA addetto ad una rampa di lancio di Cape Canaveral che presto andrà in dismissione condannandolo alla disoccupazione ed allo sconforto.
Brad Bird, già navigato regista di successi come il disneyano Ratatouille (2007), decide di costruire intorno a questa biondina scanzonata e piena di vita un’intera storia che si fa carico di spargere speranza nel mondo, come di rado si usa vedere nei film di questi tempi.

Sebbene Casey sia – sin dal suo cognome – il fulcro della pellicola in quanto si tratta di colei che ‘può rimediare’, il filo conduttore è aggrovigliato intorno ad una coppia di ex bambini super dotati: da un lato l’audio-animatronic (leggi robot) Athena (una bravissima Raffey Cassidy), sempre giovane e sempre (forse) impermeabile ai sentimenti, dall’altro Frank Walker (George Clooney), ragazzino prodigio ormai cresciuto che non vuole saperne più nulla né di Athena né di Tomorrowland, quell’utopia di mondo parallelo nel quale ‘tutti gli scienziati, gli artisti e i grandi pensatori’ si sono messi a lavorare insieme per migliorare il mondo reale.

La prima buona trovata di questa pellicola è proprio nell’espediente della cornice; la storia comincia con Frank adulto che prova a raccontare la sua vita, costantemente interrotto da Casey che non perde occasione per criticarlo: in questo modo gli scaltri sceneggiatori Bird e Lindelof hanno messo nel sacco uno dei classici dello screenplay writing americano, prendi due personaggi (meglio se uomo e donna) e falli litigare.
Il fatto è che Frank Walker – lo vediamo sin dal flashback che ci riporta alla Fiera della Scienza di New York del 1964, quando il bimbo Frank cerca di proporre un suo artigianale jet-pack e si trova quasi magicamente catapultato a Tomorrowland, - ha un bel caratterino, come tutti i geni poco compresi e non fa che litigare sia con Athena, androide di cui in fondo s’era innamorato in gioventù, sia con Casey che di Athena è una degna pur se organica sostituta. 


Il plot del film è portato avanti grazie ad una spilletta che permette la visione, temporanea, di alcuni squarci di Tomorrowland e Casey verrà appunto scelta da Athena come ultima candidata per salvare sia il mondo reale sia quel mondo parallelo che ha fatto della Scienza non più un nobile mezzo ma un pigro insensibile fine incarnato nella figura del governatore David Nix (Hugh Laurie), aristocratico nel disprezzo verso gli umani ignoranti tanto quanto il suo accento britannico lascia presumere nella versione in lingua originale del film.

Riprendendo la lezione di tanti manga e anime la Disney, che almeno dai tempi di Atlantis (2000) non disdegna di guardare al Sol Levante per ricavarne un poca di ispirazione, ripropone un topos classico della narrativa nipponica: l’arma o l’invenzione che non si doveva costruire – quasi un atto di hybris, - quell’oggetto che porterà alla fine dei tempi e che resterà come macabro simbolo di umana protervia.
Si tratta, nel nostro caso, di una sofisticata macchina a tachioni concepita da Frank quand’era ancora a Tomorrowland e sviluppata in seguito da Nix: sfruttando la superiore velocità di queste particelle di nanomateria si può, in sostanza, prevedere il futuro e gli scienziati di Tomorrowland hanno compreso che il futuro della Terra sarà disastroso (fin qui, nessuna novità).

Allora entra in gioco il messaggio ottimista e intrinsecamente disneyano del film. Se Walt era infatti quell’uomo che per mesi, da giovane, era vissuto a pane e fagioli perché non aveva di che mangiare ma alla figlia, in seguito, raccontava che in fin dei conti a lui i fagioli piacevano, vien da pensare che questo Tomorrowland sia una delle produzioni più fortemente disneyane dell’era non-Disney: Casey, che è un po’ un Frank in gonnella, comprende che il monitor, questa macchina tachionica che dovrebbe avvertire (ed ammonire) gli uomini circa il loro futuro, in realtà sta funzionando come un inconscio invito alla negatività globale portando il genere umano verso una fine annunciata (e condivisa).

Urge quindi distruggere questa torre malefica che sta avvelenando le menti degli esseri umani dandogli a credere che non vi sia nulla da fare, che nessuna via esista per salvare la Terra dall’inquinamento, dalla corruzione, dalle guerre. In fin dei conti, sin dall’inizio del film, l’unica cosa che Casey chiede a scuola mentre i suoi insegnanti fanno un quadro tragico dello stato del pianeta è: yes…but…can we fix it?, possiamo rimediare?

Come in tutti i film per famiglie che si rispettino – ed anche qui strizzando l’occhio a tanti cartoni animati giapponesi, - la salvezza deve passare attraverso il sacrificio così sarà Athena, ormai morente (o meglio disattivantesi) a farsi saltare in aria per distruggere l’infernale macchina ammazza-sogni del governatore Nix.
Distrutto il monitor, a Casey ed a Frank non rimane che portare avanti la memoria di Athena ‘reclutando’ per il mondo, con nuove spillette, altrettanti nuovi sognatori che facciano tornare Tomorrowland ad essere quell’oasi di progresso che ci si aspettava che fosse e non quel luogo di freddo e inumano progresso scientifico che la apparentava ormai alla distopica isola di W del romanzo di Georges Perec.


Al di là delle critiche alterne che la pellicola ha ricevuto bisogna dire che si tratta di un film coraggioso. Per almeno due motivi. Il primo è che questo film raccontando di uomini scoraggiati narra di noi stessi, ci mette allo specchio e ci costringe a chiederci se stiamo davvero credendo fino in fondo che il nostro mondo abbia delle chance di sopravvivenza. Il secondo è che è una storia che si incarica – in un’era di infatuazioni new age da Esercito delle 12 Scimmie, - di riportare in auge la positività della Scienza, le sue potenzialità di salvezza.
Si potrebbe arrivare a dire persino che si tratti di una storia positivista, oltre che positiva, e prova ne sarebbe che i quattro primi Plus Ultra (sorta di club di scienziati dediti al bene dell’umanità che poi fondano Tomorrowland) sono proprio Verne, Tesla, Eiffel e Edison: non siamo allo steampunk ma ci avviciniamo molto.

Il film è pregevole anche perché si propone di riportare alla luce, filologicamente o meno, un volto di Walt Disney che ai più è poco noto: quello del sognatore futurista. Tutto il progetto Tomorrowland si basa ovviamente sull’esperienza di EPCOT, sorta di città ideale scevra dalla conurbazione e dalla povertà, che occupò Disney per oltre sei anni, dal 1960 alla sua morte.
EPCOT doveva essere un luogo, secondo Walt, in cui le persone potessero riscoprire il piacere di stare insieme e la tranquillità del vivere senza dover scontare i mali del mondo post industriale che già affliggevano l’America di fine anni ’50. Fosse vissuto di più, forse la sua EPCOT sarebbe divenuta un vero esperimento sociale e non semplicemente una piccola attrazione in uno dei parchi a tema della Walt Disney Company.

Quindi perché vedere questo film?

Innanzitutto perché è sano entertainment, ben costruito e con un ritmo appassionante ben sostenuto da una colonna sonora all’altezza delle aspettative e mai eccessiva.
Ma anche e soprattutto perché le nuove generazioni possano porsi la domanda che sottende il testo dell’intera pellicola:

Possiamo davvero permetterci di nutrire il lupo sbagliato?


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA