mercoledì 17 maggio 2017

JURASSIC WORLD : se il maxi dinosauro non è altri che Gordon Gekko

Da anni ormai Hollywood sembra essersi dedicata ad un’enorme operazione nostalgia che spazia dalle astronavi della Galassia Lontana Lontana per arrivare alle prodigiose bestiole della InGen. A volte queste operazioni sono un po’ discutibili, ove non apertamente ripetitive e sterili (vedi Il risveglio della Forza), altre volte invece riescono ad aggiungere o meglio sviluppare dei temi del filone da cui sono gemmate.

E’ il caso di Jurassic World (2015) di Colin Trevorrow, regista cui è stata affidata la realizzazione di Star Wars Episode IX. Pur trattandosi di una di quelle manovre prudenziali tipiche delle majors della nostra era (in questo caso la Universal), siamo di fronte ad un film che dimostra un suo carattere, asseconda i fan nella ricerca nostalgica delle tracce di una pellicola adorata magari nell’infanzia non senza, però, progredire in un ragionamento autonomo interessante.

Con Steven Spielberg nella veste di produttore esecutivo, il film dimostra la guida di un timoniere esperto che, come il John Hammond del primo parco nel lontano 1993, magari i suoi dinosauri non li alleva personalmente ma vuole assolutamente vederli nascere. Spielberg ha sempre creduto molto nel romanzo di Crichton e nei temi forti che proponeva, cosa che è ben rintracciabile anche in questo blockbuster che film di cassetta lo è sin dall’inizio, non ne fa mistero e perciò risulta ancora più godibile.

Sono passati anni dal ‘disastro di Isla Nublar’ – come lo definivano alla InGen, la potente multinazionale di ingegneria genetica responsabile della resurrezione delle lucertoline carnivore, - e sulla medesima isola nuovi investitori impiantano un nuovo, più maestoso parco che chiamano Jurassic World. Già qui ci sarebbe da notare come il sequel segua l’ipertrofico egotismo che domina i nostri tempi: se Hammond si limitava a mettere le lucertole in un parco – per quanto fantasmagorico e avveniristico, - il nuovo super finanziatore Simon Masrani (certo non un WASP, dal nome, ed anche qui siamo nel nuovo millennio) non si contenta di una semplice attrazione turistica ma vuole, sin dal nome, ricreare un intero mondo.

Ma chi più vola in alto, più rischia di cadere e Masrani (Irrfan Khan) cade davvero, e dal suo elicottero, mentre sorvola la voliera degli pterosauri che intanto sono aizzati a sciamare via in branco dall’ Indominus Rex, la nuova ed aberrante attrazione del parco.

“Mi avevate detto ‘più denti’”, si difende la giovane genetista e manager del parco Claire Dearing (Bryce Dallas Howard) quando il nuovo dinosauro fugge al controllo e semina il panico tra le migliaia di visitatori del parco. Il fatto è che di nuovo, a distanza di tanti anni, la InGen ha creduto di poter soggiogare la Natura, di poterla plasmare e di poterci giocare come se essa poi abdicasse al suo diritto di chiedere il conto.
La frase di Claire è – secondo quanto asserito dallo stesso regista, - una delle chiavi di lettura di tutto il film: questo ibrido mostruoso, un po’ raptor e un po’ T-Rex con il sangue d’una seppia che è l’Indominus Rex, è il risultato più delirante di una politica finanziaria folle. Non basta più ricreare delle creature estinte, non basta nemmeno farlo estraendo il sangue dalle zanzare incastrate millenni fa’ nell’ambra: dopo pochi anni anche questo per il pubblico è storia vecchia, ci vogliono nuove attrazioni.
E allora ‘più denti’, bisogna che la Bestia sia più famelica e più cattiva. Trevorrow sostiene che l’Indominus Rex potrebbe simboleggiare l’avidità, la sete del potere finanziario ed è difficile che non ci risuoni nelle orecchie il motto di Gordon Gekko, mastodonte malefico della finanza anni ’80, secondo cui ‘Greed is good’ con un’apofonia tutta inglese che serve ad inzuccherare una massima altrimenti inaccettabile.

Il film è un buon prodotto perché intrattiene con gran mestiere, certo, ma lo è anche perché prende i temi spielberghiani classici e li rimodella attualizzandoli, esasperandoli. Se il T-Rex del 1993 non accettava di mangiare la capretta a comando perché ‘è un predatore’, come ricordava il paleontologo Alan Grant, siamo al delirio totale con la vasca del Mosasauro, un’enorme balena voracissima costretta a danzare come una scimmietta ammaestrata per il plauso dei visitatori del week-end. Decisamente, il ‘disastro di Isla Nublar’ non ci ha insegnato nulla come non l’hanno fatto Fukushima o la British Petroleum.
Una buona trovata è stata l’aggiunta del personaggio di Owen Grady (Chris Pratt), un ex militare che si atteggia ad Allan Quatermain del parco e addestra  - per quanto si possa con animali simili, - i velociraptor a cacciare in branco con lui. “Dov’è il loro Alfa?” gli chiede uno dei nipotini di Claire in visita alla gabbia dei raptor; “Ce l’hai davanti, ragazzino” e siamo in piena Hollywood anni ’50 o in un film à la Tony Scott. Epperò la figura del cacciatore duro e rispettoso della Natura è una bella novità, aiuta lo svolgersi del plot e soprattutto si pone come buon esempio alternativo in contrapposizione a Masrani e ad Hoskins (Vincent D’Onofrio), il capo della sicurezza della InGen che vorrebbe, figuriamoci, usare i raptor in guerra e farci i miliardi vendendoli all’esercito.

Una pecca – magari non di poco conto, - è che in questo ennesimo capitolo della saga manca l’atmosfera di angoscia, di conto alla rovescia che invece permeava il primo film: sebbene tutti noi odiassimo Dennis Nedry, non potevamo fare a meno di palpitare con lui mentre correva tra le frasche e il fango sulla Jeep del Parco, ed eravamo tutti lì a dirgli: ehi, guarda che sei finito contro il segnale stradale, col cavolo che adesso lo ritrovi, il Porto.
Qui di tempo ce n’è, forse pure troppo, non ci sono scadenze. In fin dei conti quando infine il T-Rex spinge l’Indominus nella vasca del Mosasauro che se lo pappa di vivo cuore si è concluso uno screenplay che sembrava già scritto laddove, nel film originale, sia l’andamento che l’esito dell’avventura erano davvero imprevedibili.

Oltre al sempre suggestivo tema di John Williams del primo Jurassic Park, rimaneggiato in varie versioni, rimane come davvero potente l’ultima scena del film, il T-Rex che, di nuovo padrone della ‘sua’ isola, urla verso la valle sottostante protendendosi da uno degli edifici per i visitatori ormai definitivamente de-antropizzato.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA

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