lunedì 15 maggio 2017

TOMORROWLAND e il bisogno di non abbandonarsi al pessimismo

Ci sono due lupi.
Uno è oscurità e disperazione, l’altro è luce e speranza.
E lottano in continuazione. Chi dei due vince?
Quello che nutri.

All’insegna di un simile messaggio di genuina – per quanto forse infantile – speranza Casey Newton (Britt Robertson), protagonista di Tomorrowland-Il mondo di domani (2015) della Disney, prova a ricostruire il morale del padre (Tim McGrow), ingengere della NASA addetto ad una rampa di lancio di Cape Canaveral che presto andrà in dismissione condannandolo alla disoccupazione ed allo sconforto.
Brad Bird, già navigato regista di successi come il disneyano Ratatouille (2007), decide di costruire intorno a questa biondina scanzonata e piena di vita un’intera storia che si fa carico di spargere speranza nel mondo, come di rado si usa vedere nei film di questi tempi.

Sebbene Casey sia – sin dal suo cognome – il fulcro della pellicola in quanto si tratta di colei che ‘può rimediare’, il filo conduttore è aggrovigliato intorno ad una coppia di ex bambini super dotati: da un lato l’audio-animatronic (leggi robot) Athena (una bravissima Raffey Cassidy), sempre giovane e sempre (forse) impermeabile ai sentimenti, dall’altro Frank Walker (George Clooney), ragazzino prodigio ormai cresciuto che non vuole saperne più nulla né di Athena né di Tomorrowland, quell’utopia di mondo parallelo nel quale ‘tutti gli scienziati, gli artisti e i grandi pensatori’ si sono messi a lavorare insieme per migliorare il mondo reale.

La prima buona trovata di questa pellicola è proprio nell’espediente della cornice; la storia comincia con Frank adulto che prova a raccontare la sua vita, costantemente interrotto da Casey che non perde occasione per criticarlo: in questo modo gli scaltri sceneggiatori Bird e Lindelof hanno messo nel sacco uno dei classici dello screenplay writing americano, prendi due personaggi (meglio se uomo e donna) e falli litigare.
Il fatto è che Frank Walker – lo vediamo sin dal flashback che ci riporta alla Fiera della Scienza di New York del 1964, quando il bimbo Frank cerca di proporre un suo artigianale jet-pack e si trova quasi magicamente catapultato a Tomorrowland, - ha un bel caratterino, come tutti i geni poco compresi e non fa che litigare sia con Athena, androide di cui in fondo s’era innamorato in gioventù, sia con Casey che di Athena è una degna pur se organica sostituta. 


Il plot del film è portato avanti grazie ad una spilletta che permette la visione, temporanea, di alcuni squarci di Tomorrowland e Casey verrà appunto scelta da Athena come ultima candidata per salvare sia il mondo reale sia quel mondo parallelo che ha fatto della Scienza non più un nobile mezzo ma un pigro insensibile fine incarnato nella figura del governatore David Nix (Hugh Laurie), aristocratico nel disprezzo verso gli umani ignoranti tanto quanto il suo accento britannico lascia presumere nella versione in lingua originale del film.

Riprendendo la lezione di tanti manga e anime la Disney, che almeno dai tempi di Atlantis (2000) non disdegna di guardare al Sol Levante per ricavarne un poca di ispirazione, ripropone un topos classico della narrativa nipponica: l’arma o l’invenzione che non si doveva costruire – quasi un atto di hybris, - quell’oggetto che porterà alla fine dei tempi e che resterà come macabro simbolo di umana protervia.
Si tratta, nel nostro caso, di una sofisticata macchina a tachioni concepita da Frank quand’era ancora a Tomorrowland e sviluppata in seguito da Nix: sfruttando la superiore velocità di queste particelle di nanomateria si può, in sostanza, prevedere il futuro e gli scienziati di Tomorrowland hanno compreso che il futuro della Terra sarà disastroso (fin qui, nessuna novità).

Allora entra in gioco il messaggio ottimista e intrinsecamente disneyano del film. Se Walt era infatti quell’uomo che per mesi, da giovane, era vissuto a pane e fagioli perché non aveva di che mangiare ma alla figlia, in seguito, raccontava che in fin dei conti a lui i fagioli piacevano, vien da pensare che questo Tomorrowland sia una delle produzioni più fortemente disneyane dell’era non-Disney: Casey, che è un po’ un Frank in gonnella, comprende che il monitor, questa macchina tachionica che dovrebbe avvertire (ed ammonire) gli uomini circa il loro futuro, in realtà sta funzionando come un inconscio invito alla negatività globale portando il genere umano verso una fine annunciata (e condivisa).

Urge quindi distruggere questa torre malefica che sta avvelenando le menti degli esseri umani dandogli a credere che non vi sia nulla da fare, che nessuna via esista per salvare la Terra dall’inquinamento, dalla corruzione, dalle guerre. In fin dei conti, sin dall’inizio del film, l’unica cosa che Casey chiede a scuola mentre i suoi insegnanti fanno un quadro tragico dello stato del pianeta è: yes…but…can we fix it?, possiamo rimediare?

Come in tutti i film per famiglie che si rispettino – ed anche qui strizzando l’occhio a tanti cartoni animati giapponesi, - la salvezza deve passare attraverso il sacrificio così sarà Athena, ormai morente (o meglio disattivantesi) a farsi saltare in aria per distruggere l’infernale macchina ammazza-sogni del governatore Nix.
Distrutto il monitor, a Casey ed a Frank non rimane che portare avanti la memoria di Athena ‘reclutando’ per il mondo, con nuove spillette, altrettanti nuovi sognatori che facciano tornare Tomorrowland ad essere quell’oasi di progresso che ci si aspettava che fosse e non quel luogo di freddo e inumano progresso scientifico che la apparentava ormai alla distopica isola di W del romanzo di Georges Perec.


Al di là delle critiche alterne che la pellicola ha ricevuto bisogna dire che si tratta di un film coraggioso. Per almeno due motivi. Il primo è che questo film raccontando di uomini scoraggiati narra di noi stessi, ci mette allo specchio e ci costringe a chiederci se stiamo davvero credendo fino in fondo che il nostro mondo abbia delle chance di sopravvivenza. Il secondo è che è una storia che si incarica – in un’era di infatuazioni new age da Esercito delle 12 Scimmie, - di riportare in auge la positività della Scienza, le sue potenzialità di salvezza.
Si potrebbe arrivare a dire persino che si tratti di una storia positivista, oltre che positiva, e prova ne sarebbe che i quattro primi Plus Ultra (sorta di club di scienziati dediti al bene dell’umanità che poi fondano Tomorrowland) sono proprio Verne, Tesla, Eiffel e Edison: non siamo allo steampunk ma ci avviciniamo molto.

Il film è pregevole anche perché si propone di riportare alla luce, filologicamente o meno, un volto di Walt Disney che ai più è poco noto: quello del sognatore futurista. Tutto il progetto Tomorrowland si basa ovviamente sull’esperienza di EPCOT, sorta di città ideale scevra dalla conurbazione e dalla povertà, che occupò Disney per oltre sei anni, dal 1960 alla sua morte.
EPCOT doveva essere un luogo, secondo Walt, in cui le persone potessero riscoprire il piacere di stare insieme e la tranquillità del vivere senza dover scontare i mali del mondo post industriale che già affliggevano l’America di fine anni ’50. Fosse vissuto di più, forse la sua EPCOT sarebbe divenuta un vero esperimento sociale e non semplicemente una piccola attrazione in uno dei parchi a tema della Walt Disney Company.

Quindi perché vedere questo film?

Innanzitutto perché è sano entertainment, ben costruito e con un ritmo appassionante ben sostenuto da una colonna sonora all’altezza delle aspettative e mai eccessiva.
Ma anche e soprattutto perché le nuove generazioni possano porsi la domanda che sottende il testo dell’intera pellicola:

Possiamo davvero permetterci di nutrire il lupo sbagliato?


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA

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