venerdì 23 giugno 2017

LA RAGAZZA CHE SAPEVA TROPPO : se il mondo non è più ‘nostro’

Tutti i bambini vanno a scuola, tranne alcuni. O meglio, ci vanno anche loro ma indossando un’uniforme rossa da carcerati e previa una complessa procedura definita trasferimento che permette di portarli, legati su una sedia a rotelle, dalla loro cella sino alla classe dove faranno lezione.

Così si apre La ragazza che sapeva troppo (2016), film in distribuzione Netflix e coprodotto dal prestigioso British Film Institute, affidato a Colm McCarthy, già regista di svariate serie TV britanniche. I bimbi che vediamo, persino mansueti, sottoporsi a questo strano rituale sono in realtà dei detenuti. Detenuti speciali però, infetti sin dalla nascita da un fungo, l’Ophiocordyceps unilateralis, che prende possesso dell’ospite infondendogli una belluina isteria famelica che lo degrada allo stato del cannibalismo inconsapevole.

Apprendiamo quindi che l’intera umanità è stata contagiata da questo fungo e che solo alcuni esseri umani, ancora sani ed asserragliati in basi militari fortemente difese, stanno portando avanti una ricerca scientifica mirata al fine di elaborare una cura antimicotica capace di interrompere la diffusione dell’epidemia in corso.

La giovane insegnante Miss Justineau (Gemma Arterton) si affeziona non poco ad una di questi bambini, Melanie (Sennia Nanua), una ragazzina di colore che mostra una istintiva propensione al bene. Non reagisce neppure quando, ad ogni trasferimento, i soldati apostrofano lei e i suoi compagni con frasi offensive e dubitative della loro natura umana: “forza, maledetti mostri” e Melanie risponde con un sorriso, chiamando per nome ogni suo persecutore.

Proprio mentre la dottoressa Caldwell (Glenn Close) sembra essere vicina allo sviluppo di una cura – ciò che tuttavia richiederebbe la vivisezione del corpo di Melanie, ritenuta un caso unico di risposta immunitaria positiva ed avanzata all’invasione funginea, - la base in cui si svolge il primo atto del film, in quella che era la zona di Birmingham, viene attaccata dai famelici, gruppi sparsi e disordinati di contagiati che riescono a sfondare le recinzioni e a devastare la base. Justineau, la Caldwell ed il sergente Parks (Paddy Considine) vengono salvati da Melanie che con ferina aggressività li difende dagli attacchi dei famelici.


Da qui comincia un secondo atto all’insegna, in modo che più classico non si potrebbe, del viaggio: i sopravvissuti devono raggiungere Beacon (il faro), la base centrale londinese dove porteranno Melanie affinché la dottoressa Caldwell possa finalmente elaborare la sua cura.

La vera svolta del film sta nella totale assenza di happy ending. Melanie, la ragazza ‘che aveva tutti i doni’ secondo il titolo originale della pellicola (novella Pandora che però apre un vaso colmo anche di tutti i mali), decide di dar fuoco ad una delle piante funginee cresciute autonomamente in tutta Londra permettendo agli sporangi di aprirsi e di liberare quindi miliardi di spore capaci di trasportare l’infezione micotica ormai anche per via aerea.

Ultima superstite ‘sana’ dell’umanità, Justineau è costretta a vivere in una camera pressurizzata posta in un’unità sanitaria mobile dalla quale, ogni giorno, torna ad impartire a Melanie, ed alle seconde generazioni di famelici, le lezioni che la ragazzina amava tanto mentre era detenuta nella base militare di Birmingham.

Una cosa davvero intelligente che depone, sin da subito, a favore di questo film è la variatio patologica che ci racconta: se nella maggior parte dei film sugli zombie – perché di zombie si tratta, anche se li chiamano famelici, - da Romero in giù l’umanità viene infettata da un ceppo di Lyssa Virus, ossia dalla variante umana del virus della Rabbia, è senza dubbio originale che qui l’agente pandemico sia un fungo, cosa già proposta nella seconda serie di Helix, un altro interessante prodotto questa volta della scuderia SyFy.

Ma c’è di più. Se per solito usiamo immaginare la fine di un film che parla di pandemie come il rinvenimento, pur rocambolesco, di una cura, questa pellicola ha in comune con L’esercito delle 12 scimmie di Terry Gilliam la consapevolezza che il passato è passato e nulla si può fare per modificarlo: se l’umanità è condannata, dovrà perire.

Del resto, la questione è qui però ancora più profonda e una chiave interpretativa ce la suggerisce Melanie, poco prima di uccidere pietosamente il sergente Parks ormai contagiato dalle spore micotiche: mentre lui le dice di non voler vivere in un mondo del genere giacché il mondo non esisterà più, la bimba risponde “no, il mondo esiste ancora, solo che non è più vostro”. Risulta allora interessante notare come una simile riflessione sia, per certi versi, imparentata persino con l’antipsichiatria: la malattia non è malattia ma è piuttosto un nuovo modo di essere e di vivere, un’evoluzione o un’involuzione dell’animale uomo.

Unico neo, perlopiù rinvenibile sul piano della sceneggiatura, è che la pellicola da un lato rispetta la regola base del genere fantascientifico, ossia quella di calarci in medias res in un mondo diverso dal nostro senza indugiare in eccessive descrizioni che mortificherebbero la nostra curiosità soddisfacendola con eccessiva facilità, ma dall’altro e proprio a tal scopo si dimentica di un punto sostanziale, ossia di parlarci del Paziente 0, del primo contagiato o in ogni caso di come una simile pandemia sia scoppiata (il fungo Ophiocordyceps esiste davvero e si insinua solitamente in insetti ospiti come formiche e simili: ma da qui all’uomo?).

Il ritmo del film tuttavia è assai serrato, la suddivisione del plot è molto ben bilanciata ed il film, pur non introducendo inquadrature o espedienti cinematografici originali rispetto alla media del filone cui appartiene si fa guardare volentieri e non scende mai nel banale.
Gli attori sono in parte e specialmente Sienna Nanua, che ha il ruolo più complicato di Melanie, ci regala una espressività facciale di grande livello e una scioltezza recitativa ammirevole per la sua giovane età.


Resta da chiedersi, come dopo aver visto l’inquietante E venne il giorno (2008) di Shyamalan, se domani andremo in giardino con la fiducia di sempre.

© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

martedì 20 giugno 2017

DISOBBEDIENTI INNAMORATE : tre giovani libere a Tel Aviv

In Between (Nel mezzo) è il primo film della giovane regista palestinese Maysaloun Hamoud che è stato premiato ai festival di Haifa, San Sebastian e Toronto ed è uscito quest’anno in Italia con il titolo Libere, disobbedienti, innamorate.

Le protagoniste sono tre giovani donne palestinesi che condividono un appartamento nella liberale e moderna città israeliana di Tel Aviv. Laila (Mouna Awa), una giovane donna forte e indipendente che di giorno lavora come avvocato penalista in un ambiente prevalentemente maschile e passa la sera vivendo liberamente la vita mondana di Tel Alviv; insieme a lei vive Salma (Sana Jammelieh), una ragazza omosessuale che lavora come barista e dj. Alle due si aggiungerà una terza coinquilina, molto diversa dalle precedenti: Nour (Shaden Kanboura), studentessa di informatica all’università, religiosa e fidanzata con un uomo estremamente conservatore.

Nonostante le enormi differenze che da una parte vedono le due giovani Laila e Salma, le quali hanno adottato uno stile di vita occidentale e abbandonato le tradizioni e la religione, e Nour che invece rimane fedele alla sua famiglia e al suo credo, tutte e tre hanno uno stretto legame che unisce la loro condizione: sono donne che vivono in una società che, nonostante le apparenze, rimane ancora fortemente patriarcale. E come se non bastasse fanno parte di quella minoranza araba in una società per maggioranza ebrea, dove anche il solo parlare arabo crea fastidio in alcuni, sebbene tale lingua sia idioma ufficiale dello Stato israeliano insieme all’ebraico. Anche questo fattore le discrimina e non permette loro di sentirsi veramente parte della società in cui vivono.

Può sembrare che Laila e Salma siano libere, ma in realtà rimangono giudicate ed ostracizzate dalla società che non accetta il loro stile di vita. Salma non può essere libera di vivere la sua omosessualità senza che la sua famiglia la rifiuti, e Laila non può vivere con un uomo che non la giudichi o che accetti con tranquillità le sue scelte di vita. “Non siamo mica in Europa”, viene rinfacciato a Laila dal suo ragazzo, frase che esplicita il confine tra due mondi ancora assai distanti tra di loro. Nel mondo arabo c’è un prezzo che una donna deve pagare se decide di vivere secondo le sue regole. Lo stesso vale per Nour, che invece incarna l’immagine tradizionale della donna sottomessa al volere dell’uomo, il suo fidanzato, che pretende di decidere per lei quale sia il modo migliore in cui debba vivere. Sebbene anche lei decida di liberarsi da quell’opprimente figura maschile, non si sentirà mai completamente libera, ma finirà nello stesso limbo in cui vivono già le sue coinquiline.
© Yaniv Berman


Come afferma la regista in una sua intervista, non è la provenienza religiosa ma la tradizione culturale il motivo dell’intolleranza con cui devono fare i conti le tre protagoniste. Ebrei, cristiani, musulmani, nessuna differenza, tutti fanno parte di una cultura che giudica le donne che vogliono essere libere. Bar Bahar, titolo originale del film, che significa Tra mare e terra, racchiude in sé il significato della condizione delle tre giovani donne, non più legate al loro ruolo tradizionale ma neppure accettate completamente dalla società in cui vivono, così che rimangono come sospese tra due mondi.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 4 giugno 2017

E SE VIVESSIMO TUTTI INSIEME ? : un’alternativa alla solitudine

Il film si apre con degli squarci nelle vite dei protagonisti, cinque amici ormai anziani a cui sembra di non poter far altro che guardare il mondo da fuori, ma tutti ancora inesorabilmente attratti dalla vita.

Annie ha un sorriso malinconico mentre incolla le fotografie dei nipoti in un raccoglitore, Albert seduto sulla sua poltrona osserva dalla finestra i bambini giocare nel cortile della scuola, mentre Jeanne strappa le radiografie del suo tumore e le butta nel cestino, decisa a non passare il tempo che le resta tra gli ospedali. Claude invece sviluppa con attenzione e delicatezza le ultime foto di giovani nude che ha scattato  e osserva incantato i loro corpi.
Jean addirittura alla testa di una manifestazione contro lo sgombero di case abusive, grida al megafono alla polizia, ma quando questa avanza, gli passa di fianco ignorandolo diretta ai manifestanti. Jean lancia una bottiglia addosso ad un poliziotto ma non serve a nulla; anche provocandoli, nessuno lo arresta. 
Nessuno prende più sul serio un vecchio.


Così inizia E se vivessimo tutti insieme? (Et si On Vivait Tous Ensemble?), una commedia tragicomica di Stéphane Robelin del 2011.
Il titolo del film, sotto forma di domanda, fa subito pensare ad un tentativo, un nuovo esperimento di cui si vuole testare l’efficacia. L’aspettativa di vita in Europa è cresciuta e così anche il numero di anziani nella nostra società che si ritrova a dover affrontare spesso da sola gli ultimi anni che restano. A problemi come l’isolamento sociale, la solitudine e le malattie croniche non si conosce ancora una soluzione dignitosa, o per lo meno un rimedio. E così, senza sapere se riusciranno a convivere, i cinque amici decidono di tentare una nuova strada trasferendosi in un’unica casa per aiutarsi a vicenda. Sembra essere ormai la sola alternativa all’essere scaricati in una casa di riposo o al rimanere soli, dal momento che i figli troppo occupati dalla loro vita li hanno abbandonati a loro stessi. È infatti questa una delle nuove idee che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni in Europa.

E’ così che Jeanne, interpretata da Jane Fonda, sposata con Albert (Pierre Richard), Annie (Geraldine Chaplin) sposata con Jean (Guy Bedos) e Claude (Claude Rich) vanno a vivere tutti insieme.
A questo gruppo si aggiunge un sesto personaggio, Dirk (Daniel Brühl), un giovane antropologo che sta scrivendo la sua tesi sulla condizione degli anziani in Europa, interessato ad osservare questo fenomeno da più vicino, e che si trasferisce con loro. Con questo espediente, lo spettatore comincia ad identificarsi con il giovane Dirk: a tratti osserva con lui i cinque anziani attraverso la sua telecamera che riprende ogni momento della loro giornata, ma la maggior parte delle volte non può far a meno che lasciarsi coinvolgere dalla loro vitalità.

E mentre all’esterno della casa sembra che tutti si preoccupino esclusivamente della loro salute, con un dottore che continua ad insistere perché Jeanne si faccia curare, un figlio che si ostina a credere che il padre Claude debba andare in una casa di riposo dove potrà ricevere le cure che servono; all’interno la casa acquista via via vita, anche attraverso litigi e conflitti, presenti in ogni famiglia, che danno nuova vita ai protagonisti.
© BAC Films
Ogni sfumatura della vecchiaia viene presentata con quella costante leggerezza che caratterizza il film, partendo da malattie tipiche come la demenza senile di cui Albert soffre e con cui cerca di convivere, appuntando squarci di vita, che altrimenti andrebbero persi, in un diario che puntualmente sfoglia.

Come se il film fosse uno studio antropologico, non viene esclusa la sessualità, solitamente non associata con la vecchiaia ma nel film ripresa numerose volte, di modo che la senilità ci appare ancora legata ai cicli precedenti della vita e non un rimasuglio di ciò che era prima.
È proprio questo il merito del regista: ridare una forma alla vecchiaia, dipingendo con leggerezza un' immagine più umana di essa, in cui malattie e solitudine convivono con un inesauribile amore per la vita.

Il film si conclude con Albert che sembra aver dimenticato che Jeanne è morta da poco, e gira per la casa in cerca di lei chiamando il suo nome. I suoi amici decidono di accompagnarlo a cercarla, riportandoci un’altra volta in una dimensione più leggera, lontani dalla realtà e dalle difficoltà della vecchiaia.
Una scena poetica che non può fare a meno di commuovere, e che si dissolve accompagnata dalle voci dei protagonisti che insieme ad Albert chiamano “Jeanne”.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.