domenica 4 giugno 2017

E SE VIVESSIMO TUTTI INSIEME ? : un’alternativa alla solitudine

Il film si apre con degli squarci nelle vite dei protagonisti, cinque amici ormai anziani a cui sembra di non poter far altro che guardare il mondo da fuori, ma tutti ancora inesorabilmente attratti dalla vita.

Annie ha un sorriso malinconico mentre incolla le fotografie dei nipoti in un raccoglitore, Albert seduto sulla sua poltrona osserva dalla finestra i bambini giocare nel cortile della scuola, mentre Jeanne strappa le radiografie del suo tumore e le butta nel cestino, decisa a non passare il tempo che le resta tra gli ospedali. Claude invece sviluppa con attenzione e delicatezza le ultime foto di giovani nude che ha scattato  e osserva incantato i loro corpi.
Jean addirittura alla testa di una manifestazione contro lo sgombero di case abusive, grida al megafono alla polizia, ma quando questa avanza, gli passa di fianco ignorandolo diretta ai manifestanti. Jean lancia una bottiglia addosso ad un poliziotto ma non serve a nulla; anche provocandoli, nessuno lo arresta. 
Nessuno prende più sul serio un vecchio.


Così inizia E se vivessimo tutti insieme? (Et si On Vivait Tous Ensemble?), una commedia tragicomica di Stéphane Robelin del 2011.
Il titolo del film, sotto forma di domanda, fa subito pensare ad un tentativo, un nuovo esperimento di cui si vuole testare l’efficacia. L’aspettativa di vita in Europa è cresciuta e così anche il numero di anziani nella nostra società che si ritrova a dover affrontare spesso da sola gli ultimi anni che restano. A problemi come l’isolamento sociale, la solitudine e le malattie croniche non si conosce ancora una soluzione dignitosa, o per lo meno un rimedio. E così, senza sapere se riusciranno a convivere, i cinque amici decidono di tentare una nuova strada trasferendosi in un’unica casa per aiutarsi a vicenda. Sembra essere ormai la sola alternativa all’essere scaricati in una casa di riposo o al rimanere soli, dal momento che i figli troppo occupati dalla loro vita li hanno abbandonati a loro stessi. È infatti questa una delle nuove idee che sta prendendo sempre più piede negli ultimi anni in Europa.

E’ così che Jeanne, interpretata da Jane Fonda, sposata con Albert (Pierre Richard), Annie (Geraldine Chaplin) sposata con Jean (Guy Bedos) e Claude (Claude Rich) vanno a vivere tutti insieme.
A questo gruppo si aggiunge un sesto personaggio, Dirk (Daniel Brühl), un giovane antropologo che sta scrivendo la sua tesi sulla condizione degli anziani in Europa, interessato ad osservare questo fenomeno da più vicino, e che si trasferisce con loro. Con questo espediente, lo spettatore comincia ad identificarsi con il giovane Dirk: a tratti osserva con lui i cinque anziani attraverso la sua telecamera che riprende ogni momento della loro giornata, ma la maggior parte delle volte non può far a meno che lasciarsi coinvolgere dalla loro vitalità.

E mentre all’esterno della casa sembra che tutti si preoccupino esclusivamente della loro salute, con un dottore che continua ad insistere perché Jeanne si faccia curare, un figlio che si ostina a credere che il padre Claude debba andare in una casa di riposo dove potrà ricevere le cure che servono; all’interno la casa acquista via via vita, anche attraverso litigi e conflitti, presenti in ogni famiglia, che danno nuova vita ai protagonisti.
© BAC Films
Ogni sfumatura della vecchiaia viene presentata con quella costante leggerezza che caratterizza il film, partendo da malattie tipiche come la demenza senile di cui Albert soffre e con cui cerca di convivere, appuntando squarci di vita, che altrimenti andrebbero persi, in un diario che puntualmente sfoglia.

Come se il film fosse uno studio antropologico, non viene esclusa la sessualità, solitamente non associata con la vecchiaia ma nel film ripresa numerose volte, di modo che la senilità ci appare ancora legata ai cicli precedenti della vita e non un rimasuglio di ciò che era prima.
È proprio questo il merito del regista: ridare una forma alla vecchiaia, dipingendo con leggerezza un' immagine più umana di essa, in cui malattie e solitudine convivono con un inesauribile amore per la vita.

Il film si conclude con Albert che sembra aver dimenticato che Jeanne è morta da poco, e gira per la casa in cerca di lei chiamando il suo nome. I suoi amici decidono di accompagnarlo a cercarla, riportandoci un’altra volta in una dimensione più leggera, lontani dalla realtà e dalle difficoltà della vecchiaia.
Una scena poetica che non può fare a meno di commuovere, e che si dissolve accompagnata dalle voci dei protagonisti che insieme ad Albert chiamano “Jeanne”.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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