domenica 30 luglio 2017

IL FIGLIO DELL' ALTRA : due facce della stessa medaglia

Joseph (Jules Sitruk), sottoposto a degli esami sanguigni per arruolarsi nell’esercito, scopre che in realtà non è chi pensava di essere: nell’ospedale di Haifa in una notte turbolenta di scontri venne scambiato per errore con un altro neonato. Yacine è il nome di chi avrebbe dovuto essere, figlio di genitori palestinesi che vivono nei territori occupati della Cisgiordania.

Il figlio dell’altra (2012), della regista francese di origini ebraiche Lorraine Lévy, tratta la questione israelo-palestinese in modo originale, costringendo le due parti opposte ad affrontarsi senza odio e senza cercare di far valere le proprie ragioni su quelle dell'altro, bensì con la necessità di trovare un compromesso necessario. In questo film è comunque il sangue a legare le due fazioni ed è perciò impossibile per i protagonisti guardarsi come se fossero sconosciuti o nemici.

Un muro minaccioso divide i mondi estranei in cui sono cresciuti i due ragazzi, e ne ha determinato le vite. Joseph cresciuto nella moderna città israeliana di Tel Alviv, a cui non è mancato nulla nella vita e che può spendere le sue giornate in spiaggia con gli amici e a sognare di diventare musicista, e dall’altra parte Yacine (Mehdi Dehbi), costretto a maturare molto prima, che studia duramente in Francia determinato a diventare medico ed aprire un ospedale dalla sua parte del muro. Due ragazzi così diversi che però non riescono a guardarsi con odio, e non riescono ad attribuire alla parte opposta le ragioni di quella guerra che ha determinato i loro destini tanto difformi. I due giovani riescono con facilità e naturalezza a oltrepassare quel confine, come se fosse stato tracciato da qualcun altro.

Sono per prime le identità dei due ragazzi a essere messe in discussione, ma trascinano con sé anche quelle dell’intera famiglia, sfidandoli a superare un conflitto apparentemente insuperabile per qualcosa di più grande.

Fin dal primo momento sono le madri, Orith (Emmanuelle Devos) e Leïla (Areen Omari), che mettono da parte le differenze unite da qualcosa di molto più grande: l’amore materno che non vede confini o barriere. Saranno sempre loro a rassicurare i loro figli che il proprio amore per essi non è cambiato. E saranno sempre loro a cercare un incontro, un dialogo o un compromesso.

I padri invece, troppo accecati dall’odio antico che divide i due popoli, hanno difficoltà a guardare i loro figli biologici come veri figli senza vedere in loro i tratti di un mondo che non hanno mai accettato: il padre di Joseph, ad esempio, che per professione sostiene e difende quel muro che costringe l’altro, Saïd (Khalifa Natour), a lavorare come meccanico proibendogli di avere la possibilità di svolgere il suo vero lavoro di ingegnere meccanico. L’attrito tra i due padri sfocerà durante una cena in una discussione animata sulla questione dei territori occupati, ricalcando le ragioni di quel diverbio che dà l’impressione di non poter mai trovare una soluzione o un punto di incontro. 
Ma nel film poco spazio viene dato alla discussione politica, sarà infatti Leïla ad interrompere i due uomini e a riportare l’attenzione sulla vicenda familiare.

Le discussioni, le conseguenze e i destini restano irrisolti, come il muro attraversabile solo da un check point rimane lì a dividere tutto e tutti. Il finale aperto non dà una soluzione alla questione israelo-palestinese; non è lo scopo del film schierarsi da una parte o dall’altra, quanto piuttosto di superarle entrambe in nome di qualcosa di più grande che riesce a oltrepassare un confine che sembrava insuperabile e a unire una famiglia israeliana ad una palestinese.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 16 luglio 2017

1974 vs 2013 : e se il 'vecchio' Gatsby avesse molto da insegnare al 'nuovo' ?

Ogni estate, da qualche anno a questa parte, in auto, a casa o al centro commerciale, ci capita di riascoltare le famose strofe cantate da Lana del Rey Will you still love me when I’m no longer young and beautiful? e di ripensare a quella scena vista e rivista ancora nella quale Leonardo Di Caprio e Carey Mulligan, nelle vesti di Gatsby e Daisy, giocano e si divertono tra i mille sfarzi del castello di Gatsby. Ma... che fine ha fatto la dolce inquadratura nella piccola cabina armadio di Robert Redford?

Sarebbe interessante fare un piccolo confronto tra il "vecchio" e il "nuovo” Gatsby, capire cosa il tempo ci abbia regalato o sottratto e si può farlo iniziando proprio dalla protagonista.

La Daisy dagli azzurri occhi del 1974 (Mia Farrow) appare più ingenua e sa evidenziare meglio i grandi sbalzi d’umore del personaggio, mentre la Daisy dagli occhi castani (Carey Mulligan) sembra più dinamica e passionale. Si pensi ad esempio alla sequenza in cui Tom, il marito di Daisy, riceve una telefonata da parte della sua amante mentre sono tutti seduti a tavola e, invece di ignorarla, si alza e abbandona gli ospiti: la reazione della “vecchia” Daisy è sorridere e fare come se niente fosse, poi assentarsi un momento e ritornare guardando l’orizzonte e folleggiando su come sia soave il canto degli uccellini. La “nuova” Daisy, invece, si assenta per poi tornare a tavola, leggermente turbata, e conclude la serata con un monologo su come per una ragazza essere intelligente non sia affatto un punto a favore e su come le cose belle e preziose svaniscano sempre in fretta. Forse un po' troppo filosofico per una giovane aristocratica degli anni '20?


Per quanto riguarda Gatsby, Redford lo interpreta in modo pacato, talvolta quasi distaccato, perdendo un po’ quella potenza emotiva che invece è fortissima nell’interpretazione di Di Caprio, soprattutto veicolata negli sguardi verso Daisy. Queste differenze si notano principalmente nella sequenza che ritrae tutti i protagonisti in una stanza del Ritz a New York in un caldo pomeriggio estivo: si accende una discussione tra Tom Buchanan, il marito di Daisy, e Gatsby il quale fa notare al rivale che la bella ragazza lo ha sposato solamente in quanto lui da giovane era povero e non aveva i mezzi per renderla felice ma Tom ribatte prontamente dicendo che tra i due vi è sempre stata una differenza di sangue. Nella versione del 1974 Gatsby non si smuove dalla sedia per tutta la discussione, mantenendo un tono moderato  e non appena si alza Daisy scappa nella hall dell’hotel; la discussione che coinvolge il Gatsby/DiCaprio  è invece molto più accesa, i due sembrano molto arrabbiati e il protagonista perde il controllo, gettando a terra vassoi e bicchieri, rischiando di ferire Tom: una reazione forse esagerata ma sicuramente molto più carica di pathos.


Nel film di Baz Luhrmann del 2013 la città è più illuminata, i grattacieli sono più alti e le feste sono più sfarzose ma la musica è assordante, gli abiti troppo carichi di paillettes e le auto corrono troppo veloci, così si perde l’autenticità dello spirito dei pur ruggenti anni ’20 nei quali dovrebbe essere ambientato il racconto; nella versione del 1974 di Jack Clayton il ritmo è più lento, nella musica di sottofondo si sentono suonare principalmente strumenti a fiato e le decorazioni della casa di Gatsby sono più modeste e autentiche per quella che poteva essere una villa di campagna americana dell'epoca.


Sono entrambi dei film potenti che assorbono e ripropongono lo zeitgeist del periodo in cui sono realizzati, conferendo sfumature diverse ad una storia che resta pur sempre tra le fondanti della letteratura americana. 

© 2017 CINEVECIO e Giovanna Marella. RIPRODUZIONE RISERVATA.

venerdì 14 luglio 2017

WHIPLASH: “Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di 'bel lavoro' !"

Whiplash (2014) di Damien Chazelle, regista di La la land, esplora con forza l’ambizione di un giovane batterista jazz a suon di inquadrature in primo piano che mostrano le gocce di sudore e di sangue che deve versare per raggiungere il suo obbiettivo.

Nella prima scena la telecamera ci introduce in una stanza vuota, dove c’è solo un ragazzo che si esercita alla batteria. Andrew (Miles Terrer), al primo anno del Conservatorio Shaffer di Manhattan, ha già ben chiaro il suo futuro e ha come unico obiettivo e scopo nella vita quello di diventare uno dei migliori batteristi jazz dei suoi tempi, anzi il migliore. L’unico modo per emergere sarà attraverso Terence Fletcher (J.K. Simmons), il miglior professore del conservatorio. Quando Andrew viene notato da Fletcher che gli dà la chance di entrare nella prima orchestra del Conservatorio di Manhattan, si accorgerà che con lui non basta avere talento, bisogna essere perfetti, superare se stessi. 

Ed è proprio questo a cui punta Fletcher: spingerlo al di là delle sue aspettative. Il suo metodo però è spietato e non ha alcun limite, assomiglia più a quello di un generale che addestra i suoi soldati alla guerra. Solo chi è disposto a tutto pur di raggiungere il massimo potrà sopportare un maestro simile e non lasciarsi abbattere dalla sua intransigente ossessione a superare la perfezione. Nel film si scoprirà che i suoi metodi portano un ragazzo al suicidio, cosa che non fa riconsiderare a Fletcher neppure per un attimo che i suoi sistemi possano essere estremi. Le sue lacrime alla notizia del suicidio del ragazzo non sono di dolore per la sua morte, ma di dispetto per il fatto che quel ragazzo spinto a essere un grande non sia il “suo Charlie Parker”, un famoso sassofonista che diventò chi era grazie a Joe Jones che lo aveva spinto a dare il meglio di sé quando, durante una sua scarsa performance, gli aveva tirato dietro un piatto.

Tutto il film sembra essere un guerra psicologica tra i due protagonisti, nella quale Andrew è disposto a tutto pur di dimostrare a Fletcher che è all’altezza delle sue aspettative. Ma la sua passione per la batteria sembra trasformarsi più in un’ossessione che quasi lo porta ad autodistruggersi. Andrew già all’inizio del film non mostrava particolare interesse a socializzare con nessuno, ma continuava comunque a lasciare uno spazio seppur limitato alla sua vita sociale, andando al cinema con suo padre e uscendo con una ragazza. Fletcher però sarà la causa per cui taglia tutti i contatti sociali che aveva prima, poiché questi rappresentano degli ostacoli per raggiungere il suo obbiettivo. Staccandosi da suo padre, un uomo che ha rinunciato a essere uno scrittore, e dalla sua fidanzata, che ancora non sa scegliere l’università che fa per lei perché non sa ciò che vuole dalla vita, si stacca da ciò che questi rappresentano per lui: la mediocrità e la possibilità di fallire.

Ogni minuto della vita di Andrew sembra essere dedicato ad esercitarsi per raggiungere la perfezione, anche se le sue mani sanguinano non c’è momento in cui pensi di mollare. Ma arriverà ad un punto tale che pur di arrivare in tempo ad un concerto della sua orchestra, rischierà di morire in un incidente stradale. Questo sarà un punto di svolta perché si deciderà a denunciare Fletcher, spinto dal padre e dai vertici del conservatorio, ma in realtà più per vendetta verso Fletcher, i cui metodi e l’irriconoscenza verso il suo talento lo hanno portato a perdere totalmente la stima verso di lui. Andrew decide di chiudere per sempre con la batteria, segno che la sua iniziale passione e ambizione si era trasformata nell’ossessione di superare le aspettative di Fletcher. Il momento in cui fallisce e non le soddisfa è quello in cui smette di suonare.

Fletcher e Andrew si rincontrano in un locale jazz, dove ad un tavolo parlano da amici e non più come maestro e allievo. Ed è durante questa conversazione che Fletcher, nonostante i suoi metodi gli siano infine costati il posto allo Shaffer, non li rinnega e racconta per la seconda volta come Charlie Parker diventò un grande musicista, insinuando che “il nuovo Charlie Parker non si scoraggerebbe mai”. Ed è proprio ciò che fa Andrew nell’ultima scena del film. Convinto da Fletcher con qualche lusinga a suonare ad un Festival con la sua orchestra, ma in realtà per dimostrargli che lui non è all’altezza di essere il nuovo Charlie Parker, Andrew esplode sul palco in un assolo e sorprende tutti, compreso se stesso, liberandosi finalmente dall’ossessione di compiacere Fletcher e suonando per la prima volta per se stesso e per dimostrare che la sua passione è troppo grande per farsi scoraggiare dal giudizio di chiunque. Ultima scena che riprende la prima, ma questa volta con i ruoli invertiti: non è più Fletcher a interrompere Andrew ma il contrario.

La trama dell’allievo ambizioso disposto a tutto pur di raggiungere il successo ricorre in molti film americani, basti pensare al famoso Million Dollar Baby. La grossa differenza però sta nel modo in cui Whiplash riesce a entrare nella mente del protagonista e a spostare il focus dalla competizione con il mondo esterno, alla competizione con se stessi. Non è con gli altri batteristi che Andrew si confronta, e non è in realtà con il proprio professore che si scontra, ma con l’aspettativa che ha di se stesso. Un film che cattura e tiene con il fiato sospeso fino alla fine, e ricorda molto da vicino il thriller psicologico Il cigno nero.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.