venerdì 14 luglio 2017

WHIPLASH: “Non esistono in qualsiasi lingua del mondo due parole più pericolose di 'bel lavoro' !"

Whiplash (2014) di Damien Chazelle, regista di La la land, esplora con forza l’ambizione di un giovane batterista jazz a suon di inquadrature in primo piano che mostrano le gocce di sudore e di sangue che deve versare per raggiungere il suo obbiettivo.

Nella prima scena la telecamera ci introduce in una stanza vuota, dove c’è solo un ragazzo che si esercita alla batteria. Andrew (Miles Terrer), al primo anno del Conservatorio Shaffer di Manhattan, ha già ben chiaro il suo futuro e ha come unico obiettivo e scopo nella vita quello di diventare uno dei migliori batteristi jazz dei suoi tempi, anzi il migliore. L’unico modo per emergere sarà attraverso Terence Fletcher (J.K. Simmons), il miglior professore del conservatorio. Quando Andrew viene notato da Fletcher che gli dà la chance di entrare nella prima orchestra del Conservatorio di Manhattan, si accorgerà che con lui non basta avere talento, bisogna essere perfetti, superare se stessi. 

Ed è proprio questo a cui punta Fletcher: spingerlo al di là delle sue aspettative. Il suo metodo però è spietato e non ha alcun limite, assomiglia più a quello di un generale che addestra i suoi soldati alla guerra. Solo chi è disposto a tutto pur di raggiungere il massimo potrà sopportare un maestro simile e non lasciarsi abbattere dalla sua intransigente ossessione a superare la perfezione. Nel film si scoprirà che i suoi metodi portano un ragazzo al suicidio, cosa che non fa riconsiderare a Fletcher neppure per un attimo che i suoi sistemi possano essere estremi. Le sue lacrime alla notizia del suicidio del ragazzo non sono di dolore per la sua morte, ma di dispetto per il fatto che quel ragazzo spinto a essere un grande non sia il “suo Charlie Parker”, un famoso sassofonista che diventò chi era grazie a Joe Jones che lo aveva spinto a dare il meglio di sé quando, durante una sua scarsa performance, gli aveva tirato dietro un piatto.

Tutto il film sembra essere un guerra psicologica tra i due protagonisti, nella quale Andrew è disposto a tutto pur di dimostrare a Fletcher che è all’altezza delle sue aspettative. Ma la sua passione per la batteria sembra trasformarsi più in un’ossessione che quasi lo porta ad autodistruggersi. Andrew già all’inizio del film non mostrava particolare interesse a socializzare con nessuno, ma continuava comunque a lasciare uno spazio seppur limitato alla sua vita sociale, andando al cinema con suo padre e uscendo con una ragazza. Fletcher però sarà la causa per cui taglia tutti i contatti sociali che aveva prima, poiché questi rappresentano degli ostacoli per raggiungere il suo obbiettivo. Staccandosi da suo padre, un uomo che ha rinunciato a essere uno scrittore, e dalla sua fidanzata, che ancora non sa scegliere l’università che fa per lei perché non sa ciò che vuole dalla vita, si stacca da ciò che questi rappresentano per lui: la mediocrità e la possibilità di fallire.

Ogni minuto della vita di Andrew sembra essere dedicato ad esercitarsi per raggiungere la perfezione, anche se le sue mani sanguinano non c’è momento in cui pensi di mollare. Ma arriverà ad un punto tale che pur di arrivare in tempo ad un concerto della sua orchestra, rischierà di morire in un incidente stradale. Questo sarà un punto di svolta perché si deciderà a denunciare Fletcher, spinto dal padre e dai vertici del conservatorio, ma in realtà più per vendetta verso Fletcher, i cui metodi e l’irriconoscenza verso il suo talento lo hanno portato a perdere totalmente la stima verso di lui. Andrew decide di chiudere per sempre con la batteria, segno che la sua iniziale passione e ambizione si era trasformata nell’ossessione di superare le aspettative di Fletcher. Il momento in cui fallisce e non le soddisfa è quello in cui smette di suonare.

Fletcher e Andrew si rincontrano in un locale jazz, dove ad un tavolo parlano da amici e non più come maestro e allievo. Ed è durante questa conversazione che Fletcher, nonostante i suoi metodi gli siano infine costati il posto allo Shaffer, non li rinnega e racconta per la seconda volta come Charlie Parker diventò un grande musicista, insinuando che “il nuovo Charlie Parker non si scoraggerebbe mai”. Ed è proprio ciò che fa Andrew nell’ultima scena del film. Convinto da Fletcher con qualche lusinga a suonare ad un Festival con la sua orchestra, ma in realtà per dimostrargli che lui non è all’altezza di essere il nuovo Charlie Parker, Andrew esplode sul palco in un assolo e sorprende tutti, compreso se stesso, liberandosi finalmente dall’ossessione di compiacere Fletcher e suonando per la prima volta per se stesso e per dimostrare che la sua passione è troppo grande per farsi scoraggiare dal giudizio di chiunque. Ultima scena che riprende la prima, ma questa volta con i ruoli invertiti: non è più Fletcher a interrompere Andrew ma il contrario.

La trama dell’allievo ambizioso disposto a tutto pur di raggiungere il successo ricorre in molti film americani, basti pensare al famoso Million Dollar Baby. La grossa differenza però sta nel modo in cui Whiplash riesce a entrare nella mente del protagonista e a spostare il focus dalla competizione con il mondo esterno, alla competizione con se stessi. Non è con gli altri batteristi che Andrew si confronta, e non è in realtà con il proprio professore che si scontra, ma con l’aspettativa che ha di se stesso. Un film che cattura e tiene con il fiato sospeso fino alla fine, e ricorda molto da vicino il thriller psicologico Il cigno nero.

© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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