domenica 27 agosto 2017

KONG - SKULL ISLAND : il migliore dei mostri possibili

Direbbe Tolstoj che tutti i mostri felici si somigliano ma che i mostri infelici, invece, sono infelici ognuno a modo suo. E’ il caso di King Kong, mostro infelice per eccellenza, dall’origine delle sue fortune cinematografiche destinato sempre a fare una brutta fine, simbolo di quella Natura ormai perduta che il forsennato capitalismo porta ad una prematura ed ignominiosa morte.

Siccome però, come s’è detto, ogni mostro è infelice a modo suo, non stupisce che la figura di Kong, ormai vera icona di pop-culture, abbia subito notevoli modificazioni e reinterpretazioni negli anni. Sin da quando apparve nel 1933 nel film di Merian Cooper (desunto da un soggetto di Edgar Wallace), il gorillone malinconico è stato trattato da scrittori sceneggiatori e registi come l’epitome della Bestia che trova la sua Belle ma, complice la crudeltà del mondo contemporaneo, non si trasforma in bel principe restando infine ucciso, novello Cyrano da Empire State Building, e soccombendo alle necessità della civiltà.

Nel suo Kong: Skull Island (2017) invece il regista Jordan Vogt-Roberts costruisce per Warner Bros. e Legendary Pictures un giocattolo prevedibile ma molto più interessante dei vari rifacimenti cui la maxi scimmia era andata incontro negli anni.

Innanzitutto si parte con un antefatto. Un bellissimo film nel film, una sorta di cortometraggio che ha un che di videoart più che di cinema - con l’insistenza su dissolvenze geometrie e cromatismi esasperati, - e che ci racconta di come due piloti della Seconda Guerra Mondiale, un americano e un giapponese, finiscano su un’isola sconosciuta alle mappe e perennemente difesa da una cortina di spesse nuvole minacciose.

Lo scontro tra i due, cominciato in aria, finirebbe all’arma bianca con l’americano destinato a perire sotto i colpi della katana del samurai se sul più bello non comparisse un primate davvero fuori misura che impone giocoforza ai due contendenti una pace provvisoria.

Ci spostiamo quindi nel 1973, così da ricongiungere idealmente i due grandi precedenti (il film di Cooper del 1933 e quello del 1976 di John Guillermin con Jessica Lange), in un Vietnam che potrebbe essere uscito con facilità ed accuratezza filologica da Apocalypse Now o da Full Metal Jacket. Il colonnello Packard (Samuel L. Jackson), militare esperto ma stanco e demotivato, riceve un’ultima missione per sé ed il suo squadrone di elicotteristi: scortare un semi-scienziato tutto-pazzo (John Goodman) su di un’isola sconosciuta prima che ci arrivino i sovietici mappandola con la nuova tecnologia satellitare.


A loro si aggiungono altri personaggi: il cacciatore di professione ed ex soldato James Conrad (Tom Hiddleston) e soprattutto la fotografa pasionaria Mason Weaver (Brie Larson), a dire il vero un poco modellata sulla Maddy Bowen di Blood Diamond (2006), armata di una Leika dal rullino apparentemente infinito. L’eterogeneo gruppo si mette in movimento e parte alla volta dell’Isola del Teschio, ultimo scoglio vergine rimasto sulla Terra.

I nostri ci arrivano, ovviamente, ma prima ancora che cominci la festa rivediamo lo scimmione che – qui discretamente arrabbiato che il colonnello Packard ricordi troppo bene Coppola e metta un brano rock’n roll (perlomeno non Wagner) sulle stereo del suo elicottero, -  si imbestialisce dimezzando le nostre truppe.

Da qui in poi, bisogna esser sinceri, il film assume un aspetto più interessante e più inventivo. Se Vogt-Roberts vuol farci vedere che ben si ricorda dei precedenti, e basterebbe citare la scena di Mason che tocca il muso di Kong, allo stesso tempo immette nuova linfa in una saga che già con l’esperimento di Peter Jackson del 2005 aveva dimostrato di sembrare piuttosto stanca.

Così certo il pilota americano del 1944 è ancora vivo, e ovviamente è stato accolto da degli indigeni, però questi sono organizzati in una curiosa società misto comunista buddhista in cui nessuno parla ma ci si esprime a gesti e sguardi (e Dio sa se ce ne sarebbe bisogno, di un po’ di silenzio!) Essi venerano Kong come il loro Re, certo, ed anche questo viene dalla saga originale ma ciò che è nuovo è che tale culto glielo tributano poiché Kong li difende da non meglio precisate presenze malefiche che abiterebbero – secondo la nota teoria della Terra Cava, che da Jules Verne arriva sino alla Società Thule vicina al Nazionalsocialismo delle origini, - al di sotto della superficie dell’isola che sarebbe essa stessa, appunto, un passaggio verso questo mondo sotterraneo.

Ebbene, al di là dei ragnoni giganti dalle zampe di bambù, dei bisonti che stazzano come una portaerei e degli pterodattili carnivori questi lucertoloni quasi biblici, questi Leviatani da terra esistono per davvero e sono stati risvegliati dalle bombe sismiche sganciate da Packard e dalla sua squadriglia.

Come in ogni giardino che si rispetti è sempre meglio non smuovere il selciato sennò chissà cosa viene fuori, così su Skull Island è meglio lasciare che se la veda Kong con questi dinosauri deformi (hanno solo due zampe ed una coda, il resto è tutto bocca, tanto che farebbero pensare al Demogorgone di Stranger Things, anche lui mostro infelice); tuttavia non è di questo avviso Packard, ormai accecato dall’odio verso lo scimmione che gli ha ucciso degli uomini e che pertanto mira ad eliminarlo dalla faccia della Terra con quella protervia tutta positivista che già nei precedenti film della saga era ben rappresentata.
Ovviamente Kong resisterà persino al lago di Napalm in cui lo fa sprofondare Packard sino a riuscire non solo a letteralmente schiacciare il colonnello ma addirittura a sconfiggere – in ciò aiutato da Conrad e Weaver – il capobranco delle grosse lucertole.


Il prodotto in sé è assai buono: basti pensare che è costato 185 milioni di dollari riuscendo ad incassarne 565, ciò che deve aver fatto tirare un bel respiro di sollievo in casa Warner e Legendary. E’ inoltre un gustoso prodotto anche dal punto di vista dell’inventiva: come si diceva più sopra riesce ad innovare in modo originale senza traviare l’ispirazione originale.

Ciò che invece lascia un retrogusto amaro ed una certa insoddisfazione è che i personaggi sono tratteggiati davvero di sfuggita. Sono stereotipi, e così sia: siamo nel film di genere. Però si limitano ad interpretare un ruolo facile senza lasciare grossi ricordi: Conrad dovrebbe essere il bello rinnegato, maestro di cacce che tuttavia sull’isola non combina quasi nulla di buono; Weaver dovrebbe essere la bella ribelle, la donna libera che ci fa innamorare per il suo cipiglio ma finisce per somigliare più che altro ad una radical chic privilegiata cui il papà ha comperato la più bella macchina fotografica in circolazione.

A voler trovare un attore davvero azzeccato ed ‘in parte’ si dovrebbe andare a cercare tra le bestie: è Kong il vero protagonista con una mobilità fisica e facciale che a fine film ce lo vorremmo tutti portare a casa e far dormire nella cuccia sotto al letto. Fatta eccezione, va detto, per John C. Reilly che interpreta benissimo Hank Marlow, il pilota abbattuto nel 1944 su una sconosciuta isola del Pacifico.

In fin dei conti si potrebbe ben dire che è proprio lui, Marlow, che ci porta nel ‘cuore di tenebra’ ed è lui la versione bonaria (pure se un po’ tocca) di un Kurtz anni ’70 che però riuscirà a tornare alla sua casa, ad una moglie che lo crede morto e ad un figlio che nemmeno lo conosce.

E’ lui che difende Kong fino alla fine, è lui che ha capito che per salvare il migliore dei mondi possibili, ci vuole il migliore dei mostri possibili.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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