giovedì 17 agosto 2017

THE LAST SHIP : basta (anche) una sola nave a salvare il mondo

Una veloce agenzia di ieri ci informava che in Arizona, quest’estate, si sarebbero verificati almeno tre casi di peste. Già, quella dei libri, la peste nera, la terribile piaga di manzoniana memoria. Le autorità americane sono subito intervenute riuscendo a curare – grazie agli antibiotici ed alle tecniche scientifiche più avanzate, - quei tre pazienti che solo due secoli fa sarebbero stati sicuramente spacciati. Ma il quesito allarmante rimane: è così improbabile il propagarsi di una pandemia letale per il genere umano?

A questo quesito sempre attuale prova a rispondere una serie TV americana iniziata nel 2013 ed attualmente in produzione per TNT Television e distribuita da Warner Bros. dal titolo quasi biblico di The Last Ship.

L’ultima nave del titolo è la USS Nathan James, al comando del capitano Tom Chandler (Eric Dane), una piccola unità che nulla avrebbe di speciale se non si ritrovasse – suo malgrado, - al centro di eventi inimmaginabili.

Il pilot della serie parte in modo davvero intrigante: immaginate di essere il comandante Chandler e che vi dicano che la vostra nave passerà tre mesi nel mare dell’Artico, in totale silenzio radio, al fine di portare la dottoressa Rachel Scott (Rhona Mitra) del CDC di Atlanta sul pack per raccogliere campioni genetici di uccelli artici.
Solo che un bel giorno la bella virologa, accompagnata a raccogliere uova nella neve dai marinai della Nathan James, viene attaccata inspiegabilmente da un commando russo: gli Americani hanno (naturalmente) la meglio ma un soldato russo morente spira tra le braccia della dottoressa chiedendo insistentemente ‘la cura’.

A quel punto la dottoressa Scott, incalzata dal comandante Chandler, tanto fascinoso quanto risoluto, non può più tergiversare: lei si trova nell’Artico al fine di rinvenire una possibile cura alla Febbre Rossa, una pandemia scoppiata pochi mesi prima in Egitto e diffusasi a macchia d’olio in tutto il pianeta.


Rotto immediatamente il silenzio radio, la Nathan James scopre che il mondo che si era lasciata alle spalle, fatto di bambini scuole partite di football e serate al bar non esiste più, demolito in tre mesi e sostituito da un ben più allucinante panorama post apocalittico nel quale oltre tre quarti dell’umanità sono stati decimati da un virus per cui non esiste una cura.

Al di là dei toni talvolta smaccatamente americani e hollywoodiani che sembrano ricordarci i vecchi western, quando arrivavano ‘i nostri’, la serie è interessante sotto molti punti di vista. Primo tra tutti, come si diceva, il ragionamento sulla possibilità che scoppi una pandemia capace di mettere a rischio la specie umana: già ne aveva parlato Stephen King nel suo L’ombra dello Scorpione, come pure s’era visto in L’esercito delle 12 scimmie (1995) di Terry Gilliam e L’alba del pianeta delle scimmie (2011), senza contare il crudo ed inquietante Doomsday (2008) nel quale Rhona Mitra, qui bella e intelligentissima scienziata del CDC, interpreta una poliziotta dura e senza pietà che finirà per capeggiare la rivolta di immuni che era andata a sedare.

Altro aspetto interessante è appunto quello del concetto di immune. In una realtà in cui la gente muore con la facilità con cui viene schiacciata una formica, chiunque sia portatore di un gene che lo indisponga alla contrazione del virus troverà modo di farsi strada nel ‘nuovo’ mondo: nella seconda stagione della serie il comandante Chandler dovrà pertanto vedersela con una setta di immuni che vedono nella pandemia un intervento divino volto alla elezione e purificazione della loro ‘razza’.

Il punto però davvero più cruciale della serie è la capacità degli autori di riflettere su un dato sostanziale: cosa ne sarebbe del mondo (e di noi) se di colpo, per un qualche evento catastrofico, si sgretolassero quagli apparati statali che di solito tanto ci infastidiscono con le loro tasse, le loro regole, la loro burocrazia? Certo si tratta di un tema già svolto in tante pellicole – basti pensare a The Postman (1997) o magari Codice Genesi (2010) o anche The Road (2009), - ma in questa serie televisiva, complice probabilmente il ruolo istituzionale ricoperto dai protagonisti, l’analisi del disgregarsi del contratto sociale è puntuale e talvolta davvero acuta.

Tom Chandler, in tutto questo pandemonio, spicca quindi come l’uomo che ha “sempre saputo cosa era giusto fare”, in ciò incarnando forse l’ideale burkeiano e jeffersoniano dell’uomo buono anglosassone: non è perfetto ma se non altro segue il faro del Giusto e del Bene; passa attraverso mille peripezie ed anche quando gli Stati Uniti perdono il loro Presidente per la malattia e la catena di comando sembra spezzarsi, Chandler non dubita mai di essere e rimanere il rappresentante di un ordine sociale che va oltre la mera nazionalità ma che investe tutti gli uomini ‘buoni e liberi’ nella difesa dei valori cardine della civiltà occidentale.
Anche quando si viene a scoprire che la Febbre Rossa è in realtà un virus geneticamente modificato in laboratorio da uno scienziato megalomane ed incapace di comprendere le conseguenze del suo gesto, Chandler non dubita mai per un istante che il suo sia un ruolo solo di custode, di difensore della vita e delle ricerche della Dottoressa Scott che viene quindi ad incarnare la Scienza come principio, come fiamma che arde da qualche secolo ormai e che l'umanità deve provare a non far spegnere.

In un periodo di forte sospetto verso la Scienza (no-vaxx, free-vaxx, anti-vaxx ecc.) questa serie si incarica di raccontare la storia di un gruppo di uomini disposti a tutto che fanno quadrato intorno ad una scienziata protetta a costo della vita come unica possibile profetessa di salvezza.


Che Hollywood stia iniziando una stagione di neo-positivismo ?

© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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