sabato 30 settembre 2017

Comics : VIOLA GIRAMONDO di Stefano Turconi e Teresa Radice

Capita talvolta di imbattersi in un’opera d’arte, sia essa un libro un film un quadro, che sembra impossibile avere ignorata fino a quel momento e si arriva a chiedersi: ma dove è stata sino ad ora? Perché non ne sapevo nulla? Possibile che sia scivolata via senza farsi notare?

E’ il caso di Viola giramondo (2013), edizioni Tunué, una bellissima graphic novel di Stefano Turconi (disegnatore) e Teresa Radice (sceneggiatrice). E forse prima di cominciare a parlare del loro lavoro val la pena dire che Viola è il nome della loro figlioletta e che loro sono anche i geniali inventori della serie disneyana di Pippo reporter, un esperimento vintage di grande cultura e raffinatezza.

Conosciutisi nella fabbrica dei sogni per eccellenza, la Disney, Turconi e Radice si sono uniti prima professionalmente e poi sentimentalmente. Senza ombra di dubbio, nel panorama italiano attuale sono due individualità artistiche da tenere d’occhio: non solo in ambito disneyano sono stati capaci di cogliere perfettamente le caratteristiche classiche dei personaggi, ma con il loro Pippo anni ’20 hanno ampliato dei lati di quei caratteri che forse erano stati sempre lì ma che molti di noi non avevano mai intravisto.

Con Viola giramondo escono dal mondo dello zio Walt e ne costruiscono uno tutto loro, altrettanto entusiasmante e ricco di spunti. Viola Vermeer è una ragazzina un po’ speciale: figlia della donna cannone del Cirque de La Lune e del marito di lei, un ex entomologo di fama ora ammaestratore di insetti, si sente sempre fuori posto, scansata dalle compagne di scuola e presa di mira da una professoressa che non può capirla.


In una Parigi solare e dai colori pastello che ricorda da un lato la fortunata serie Rai Loulou de Montmartre e dall’altro la Ville Lumière della grande esposizione universale del 1889 immortalata ne Il mistero della Pietra Azzurra di Hideaki Anno, Viola incontra un outsider come lei, un ‘corto’ signore di buona famiglia che fa il pittore con alterne fortune e che si porta dietro il nome altisonante di Henri de Toulouse-Lautrec.

Insieme all’irregolare Henri Viola comincia a comprendere che non è lei ad essere strana ma è il mondo ad essere eccessivamente normale. Lei che ha uno zio energumeno e burbero (Arsène, il direttore del circo) che però la adora, lei che passa tutto il giorno con Samir, un bimbo siriano che parla con il suo gibbone Sindbad, lei che ha un nonno adottivo tibetano, Tenzin, che è un po’ sciamano e un po’ burlone.

Se è vero che alcune persone sono così povere che hanno solo il loro denaro, allora Viola Vermeer è ricchissima: ha una grandissima famiglia allargata e si sposta in luoghi sempre diversi al seguito del carrozzone del circo. Così il secondo capitolo di questo pregevole comic book ci porta in America, al confine con il Canada, dove uno sbadato direttore di conservatorio aiuterà Viola e gli altri a far passare la frontiera a Hiawatha, un giovane pellerossa clandestino nella sua stessa patria.

L’ultima delle tre storie, invece, è quella in cui Viola dovrà confrontarsi con la perdita, l’abbandono e il lasciar andare. Nonno Tenzin giunge alla fine del suo cammino, ormai novantenne, ed il circo tutto – persino il burbero Arsène o forse, come spesso accade, lui proprio in prima fila, - decide di tornare in Tibet per dare degna sepoltura al vecchio. In quelle terre più antiche del tempo Viola imparerà che tutto scorre, tutto muta e nulla si perde se si ha tempo per trattenere ciò che nella vita c’è di importante da serbare.

Stefano Turconi ha un tratto davvero eccezionale. Se già in Pippo reporter si notava un amore filologico verso mondi passati e studiati con cura, in questi disegni – resi a pastello, quasi fossero opera di Viola, - c’è una maestria che deve essere riconosciuta: basti citare il tappeto persiano con le avventure de Le mille e una notte nella seconda storia, o magari la raffinatezza con cui è reso l’ambiente – di per sé equivoco, - nel quale si muoveva Toulouse-Lautrec. Tutto con grande capacità ma senza mai prendersi troppo sul serio o perdere la sincera e gustosa ironia che pervade il racconto.


E qui i meriti vanno a Teresa Radice ed alla sceneggiatura che è gestita con una attenzione più cinematografica che fumettistica al montaggio, agli stacchi ed ai raccordi, ai primissimi piani ed ai campi lunghi che divengono più didascalici di qualsiasi dialogo.

Viola giramondo è un mondo in sé stesso: attingendo a tanta letteratura ed a tanto cinema (basti pensare ai flashback nei quali il maestro Dvoràk ripensa alla sua vita in Cecoslovacchia, resi con sequenze che sembrano uscire da un film di Karel Zeman) i due autori riescono a creare un universo conosciuto e sconosciuto ad un tempo, un ambiente in cui ci sentiamo a casa ma in cui, allo stesso tempo e come Viola, abbiamo voglia di scoprire nuove realtà.

Ci sono campi lunghissimi che potrebbero essere dei frame da Sentieri selvaggi, inquadrature della Carnagie Hall che ricordano Martin Scorsese ed il suo L’età dell’innocenza, ma sempre senza la pesantezza della citazione, piuttosto tenendo a mente la voglia che il pubblico, giovane e non, giochi con la cultura e con essa si diverta come fanno i due autori.

E’ un libro per bambini? Senza dubbio. Come possono esserlo però le lettere di Seneca a Lucilio: è disegnato e colorato ma è più profondo di tanta carta stampata a lettere nere. Senza voler essere esagerati si può ben considerare Viola giramondo come una piccola summa filosofica cui si è data la forma del fumetto. A volte denso, altre leggero e leggiadro, questo libro va’ serbato con cura nello scaffale in cui teniamo i testi da rivisitare spesso.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

martedì 26 settembre 2017

CinemaDautore : MIDNIGHT IN PARIS di Woody Allen

E se una macchina potesse trasportarci lontano dalla banalità del quotidiano, via dal lento scorrere della normalità, indietro ai tempi in cui tutto era festa, brio, spensieratezza? Chi di noi non salirebbe su quella vettura?


L’interrogativo di base che si pone Woody Allen nel suo Midnight in Paris (2011) ha a che fare con una delle sensazioni più comuni al genere umano: la ricerca di evasione, l’escapismo che ha dato tanta linfa ad altrettanta arte, dalla letteratura (Flaubert, certo, ma anche molta fantascienza) alla pittura sino appunto al cinema, forma d’arte evasiva per eccellenza.

Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore hollywoodiano di successo, un ingranaggio di una macchina ben oliata che ha le sue regole e i suoi codici, entrambi banali e volti perlopiù al guadagno di forti somme di denaro al botteghino. Quando i genitori (francamente insopportabili) della sua fidanzata Inez (Rachel McAdams) - una viziata e perbenista americana con l’aspirazione a vivere a Malibu ed a prendere parte al maggior numero di feste possibile, - gli raccontano di aver visto la sera prima un film vuoto e insensato ma divertente, Gil risponde con naturalezza che potrebbe averlo scritto lui. E’ insomma ben cosciente di fare un mestiere ripetitivo e, mutatis mutandis rispetto al Chaplin di Tempi moderni, alienante.

Una sera che Gil non ne può più delle cene eleganti di Inez – complice anche l’aggiunta di una coppia di amici della ragazza, borghesemente insopportabile lei almeno quanto lui è saccente, borioso e burbanzoso, - si avventura da solo per le strade di Parigi, convinto che la città dia il meglio proprio a quell’ora e che sia inutile chiudersi in qualche club alla moda quando si può avere Parigi tutta per sé.

Un po’ brillo, si siede su di una scalinata. In quel momento, allo scoccare della mezzanotte, dall’angolo della strada sbuca una vettura d’epoca e da lì dentro lo chiamano e lo invitano a salire. La macchina, in modo nemmeno troppo onirico, è un ponte per un passato fino ad allora solo vagheggiato: Gil si ritrova sbalzato nella Parigi degli anni ’20, a discutere con Hemingway (al quale suggerirà, ma guarda un po’, che “tutta la letteratura americana comincia con Huckelberry Finn”) sempre pronto alla rissa e a suggerire futuri film di successo a Buñuel. Duetta con Cole Porter, fa leggere la bozza del suo romanzo – canzonato dai grigi amici di Inez, - niente di meno che a Gertrude Stein e fa due chiacchiere con Salvador Dalì.


Ma soprattutto incontra Adriana (Marion Cotillard), un’affascinante donna francese già amante di Picasso e Modigliani. Adriana è pura carica erotica e sensuale, unita ad un mistero intellettuale tutto da scoprire: Gil se ne innamora senza nemmeno accorgersene.

Inutile, il giorno dopo e tornato alla sua normalità, voler spiegare cosa vede a Inez, ai genitori di lei o agli amici. Se Gil ha vissuto e toccato con mano, ha introiettato sentimentalmente, ha legato a sé quei mondi perduti, c’è sempre un Paul (Michael Sheen) – accademico, ma potrebbe fare l’avvocato, il medico, il notaio, è uguale, - che millanta conoscenza più alta, più affidabile, un pedante (le parole sono di Carla Bruni nel ruolo di guida turistica) che ritiene di aver compreso l’inviolabile ed ancestrale mistero del mondo semplicemente perché ha preso un’abilitazione professionale.

Epperò ben presto Gil scopre che fuggire all’infinito non si può. Anche Adriana vuole fuggire, lei dai prosaici anni ’20 a favore della leggendaria Belle Époque, quella di Maxim’s, di Degas e di Toulouse-Lautrec. Ma quando Gil comprende che anche questi grandi, a loro volta, vagheggiano un passato in fondo mai esistito, si avvede che non potrà mai stare con Adriana, intrappolata in un sogno impossibile.

Tornato al suo tempo, Gil lascia Inez, la quale candidamente gli rivela d’essere stata anche con Paul ma del resto, fa capire, per colpa dello stesso Gil che non era mai adatto a ciò che lei si aspettava da lui. Sollevato, Gil se ne va in giro per Parigi un’altra notte, solo, sotto la pioggia. Sulla Senna ritrova Gabrielle (Léa Seydoux), la francesina del mercato delle pulci che qualche giorno prima gli aveva venduto un vecchio disco di Cole Porter: capito che anche lei ama camminare sotto la pioggia (“non c’è problema, non mi dispiace bagnarmi”) i due se ne vanno verso un futuro informale e spensierato ad un tempo.

L’idea che tutti noi si favoleggi di un’età dell’oro non è certo originale, lo sappiamo tutti, ciò che rende questo film speciale è che Woody Allen decide di scomporre l’individualità di una persona – ed in questo, sì, torna alle avanguardie, a Freud, alla scoperta dell’inconscio, - in fasi, o periodi, diametralmente opposti ma inevitabilmente conviventi tra loro.


Lasciando per un attimo Gil - il cui bildungsroman si svolge in maniera infine lineare seppure cronologicamente e storicamente inversa, con una presa di coscienza di sé opposta allo scorrere del tempo, - è nei personaggi femminili che Allen fa un vero labor limae interpretativo: non tre donne incontra Gil a Parigi ma la stessa donna, tre nature del femminile che possono perfettamente coesistere nella stessa persona (le tre, infatti, non si incontrano mai fisicamente).

Inez è lo spirito pragmatico, banale, perbenista, arrivista e persino meschino, è ligia a delle regole sociali che, solo volesse capirlo, scoprirebbe non scritte da nessuno mai; Adriana è la passione, è la carta de La Forza nei tarocchi marsigliesi, potrebbe aprire le fauci d’un leone a mani nude, è un distillato di sensualità carnale ed intellettuale ad un tempo. Gabrielle, infine, è l’hegeliana sintesi delle due: si preoccupa di portare avanti la sua vita materiale, vive nel mondo e nel suo tempo ma è anche disposta a viaggiare con la fantasia, ad intravedere gli anni ’20 persino nel 2010, basta che stia piovendo e l’umidità appanni un poco il riflesso dei lampioni sulla Senna.

Sostenuto da una sceneggiatura meritatamente premiata, questo nostalgico film è più un inno alla vita che un lamento funebre su un tempo che non c’è più. Certe cose non tornano, è la spiacevole realtà dell' umana e caduca esistenza e conviene comprenderla presto, però ogni vita è un po’ come il copione di un buon film: basta scrivere la scena successiva.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 24 settembre 2017

Venezia74 : IL CAVALIERE ELETTRICO di Sydney Pollack

Ci sono vite giuste e ci sono vite sbagliate; ci sono vite costellate di successi e ci sono vite che sono promesse disattese; ci sono vite ammirate e lodate come ‘normali’ e ci sono vite strampalate che ricercano però il seme della verità. Ci sono vite che si incontrano e vite che non si prenderanno mai, destini diversi e diversità destinate a incrociarsi.

Sonny Steele (Robert Redford) è una di queste vite, un cowboy neppure troppo vecchio la cui stagione di gloria è però passata da un pezzo: ha vinto rodei, è stato campione del mondo, è stato ricco ed ha conosciuto la fama. Ha avuto tante donne ma soprattutto è stato stimato di quella stima infida che la società riserba a chi in fondo invidia, quella stima che viene ritirata come una carta di credito scaduta non appena il conto della notorietà finisce in scoperto.

Per sbarcare il lunario Sonny lavora come testimonial pubblicitario per la AMPCO, una multinazionale dei cereali che commercializza un deprimente prodotto dal nome sconfortante di Ranch Breakfast; tutte le sere, Sonny monta su un cavallo, veste un esagerato costume sgargiante da cowboy che viene ‘acceso’ di mille lampadine, piccole lucciole che fanno di quell’ombra di un buttero il cavaliere elettrico del titolo.

Non che Sonny si lamenti, al contrario, sa bene che la AMPCO lo paga anche troppo per dei servigi che, pur se umilianti, sono davvero minimi; ma lui ha deciso così, ha scambiato la propria dignità con ciò che il denaro può comprare, contrabbandando i suoi sogni con, di volta in volta, la dentiera nuova per il suo migliore amico e mentore o gli alimenti per la ex moglie.


L’insoddisfazione e lo spaesamento di Sonny li vediamo solo nel suo abuso alcoolico: comincia ad arrivare sbronzo ai suoi stessi spettacoli, cade da cavallo, una sera addirittura la AMPCO è costretta a sostituirlo con un altro cavaliere, comprendendo infine che di notte ‘tutte le vacche sono nere’ e che quindi si può far montare un cavallo qualsiasi da un qualsiasi cavaliere cui dare poi il nome di Sonny Steele, ormai semplice brand svuotato di qualsivoglia individualità.

Una sera come tante, durante uno spettacolo a Las Vegas, a Sonny viene ordinato di montare un cavallo speciale, un purosangue carico di premi e di bellezza che si chiama Rising Star. Esperto mandriano, Sonny comprende immediatamente che l’animale è imbottito di sedativi atti a renderlo mansueto per le riprese televisive, steroidi che lo potrebbero portare finanche alla sterilità. Osservando la tristezza e lo squallore che lo circondano sotto forma di pubblicità di cereali, Sonny lascia lo studio in groppa a Rising Star e, ancora indosso il costume di scena illuminato, si allontana in una Las Vegas notturna come quella stella nascente espressa nel nome del cavallo che monta.

Succede ovviamente il pandemonio, l’animale vale milioni e la cattiva pubblicità persino di più; sulle tracce di Sonny parte Hellie Martin (Jane Fonda), una giornalista d’assalto agguerrita e bellissima che sa tener testa sia al rude cowboy che alle minacce della AMPCO.

Infine, dopo le peripezie necessarie a sostanziare un degno secondo atto, Sonny e Hellie, ormai sentimentalmente legati, riescono a liberare Rising Star nelle praterie dello Utah dove si ricongiungerà con altri cavalli liberi di vivere ai margini di una società consumistica che non sembra essere in grado di approcciarsi alla bellezza senza cedere alla tentazione di sfruttarla per farne denaro.

A Venezia74 il film di Sydney Pollack, che è del 1979, è stato proiettato in occasione del Leone d’Oro alla carriera conferito a Redford e Fonda in omaggio al loro sodalizio artistico ormai decennale. In questa pellicola i due sono giovani, belli e davvero ispirati con un’intesa che li rende estremamente adatti ai ruoli che vanno ad interpretare.

 Girato negli anni della Nuova Hollywood già a cavallo tra autorialità e blockbuster, il film sembra propendere più per la prima cercando nella feroce quanto satirica critica al consumismo capitalista la cifra fondante di tutta la vicenda: Sonny si ribella a tutto questo perché ne è egli stesso una vittima, prima osannato da quel sistema che ora lo usa come fenomeno da baraccone. Non per caso, quando si divide da Hellie che è attesa all’estero per un importante reportage (ma noi sappiamo che si rivedranno, si capisce da come si guardano) e che gli chiede cosa vorrà fare in futuro, Sonny le risponde di volersi cercare un “lavoro vero, sai, di quelli in cui devi fare fatica.”


Molto realista nella scelta dei colori e del tipo di inquadratura, Pollack non trascende mai nel documentario: la vicenda è fantasiosa al punto giusto con tocchi di vera poesia (Sonny che si allontana, illuminato, a cavallo di Rising Star nella notte oscura del deserto) che ci costringono, giocoforza, a simpatizzare con i personaggi, in primis con il povero cavallo che personaggio lo è a tutto tondo ben prima che Steven Spielberg portasse sul red carpet degli oscar l’animale cui aveva fatto interpretare War Horse.

Un uomo finito è finito per sempre? A quanto pare no. A patto che trovi una giusta causa da difendere e una donna innamorata a sostenerlo.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

giovedì 14 settembre 2017

Venezia74 : GATTA CENERENTOLA e le ambizioni dell’animazione italiana

Dispiacerebbe certo a Walt Disney di sentir dire che il mondo non si riduce a quel fantastico hortus conclusus che per una vita egli cercò di costruire, nella teoria con i suoi film ed infine nella prassi con i parchi a tema come Disneyland; e tuttavia già gli anime provenienti dal Sol Levante ci hanno insegnato che animazione non è (per forza) il contrappunto di un’equazione in cui oltre l’uguale c’è l’irrealtà.

Ben lo comprendono i quattro registi/autori Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone che a Venezia74, nella sezione Orizzonti, hanno portato una fiaba allucinante e visionaria come Gatta Cenerentola (2017).

Già la scelta della fonte dice di una presa di distanza rispetto all’illustre precedente disneyano: non tanto il Cendrillon di Perrault quindi, ma la Gatta Cenerentola di Basile è la vera fonte di ispirazione di una storia che inietta (si perdoni l’immagine, ma nella trama c’è anche la cocaina) possenti dosi di napoletanità all’interno della vena classica della fiaba per come conosciuta a livello mondiale.

Siamo in una Napoli del futuro in cui l’aristocratico armatore Vittorio Basile - coadiuvato dal fidato capo della sicurezza Primo Gemito (vestito di una divisa che ricorda quella delle Camice Nere, a dire il vero, ma qui è un personaggio positivo), - è sul punto di varare la fantascientifica nave Megaride, sua stessa abitazione, dotata di un futuristico macchinario capace di creare ologrammi tridimensionali che fungono da veri archivi di memoria.

Basile è un visionario, intende usare queste sue invenzioni per rilanciare una Napoli cronicamente depressa. Ma sulla sua strada, proprio il giorno delle sue nozze con la procace ed ambigua Angelica Carannante (già dotata di figlie proprie, pronte al futuro uso di sorellastre), si pone il gangster Salvatore Lo Giusto, un violento e volgare Al Capone vesuviano cresciuto nel medesimo quartiere di Basile ma senza le sue possibilità economiche.


Manco a dirlo Basile muore (anche perché sarebbe stato arduo per gli autori spiegarci come intendeva eventualmente risolvere gli atavici problemi partenopei), ucciso da Lo Giusto, lasciando la piccola figlia Mia, presto adottata da Angelica che ne diventa tutrice per conto del boss, in attesa che compiendo i diciotto anni canonici essa svincoli l’enorme eredità paterna a favore del clan camorrista di cui ormai è ostaggio.

Il resto, come usa dire, è storia; o meglio è facilmente arguibile: dalla ricomparsa di Gemito, ora passato alle forze dell’ordine vestendo i panni di una sorta di Serpico high-tech sino all’esito, del resto filologicamente fedele al testo basiliano, della giovane Mia, la Gatta Cenerentola, che distrugge ed annichilisce i suoi carcerieri.

Nel mezzo di tutto questo, la ricerca di attualizzazione sfrenata (e forse talvolta esagerata) del testo d’origine: così la scarpetta di cristallo altro non è che un nuovo polimero solido che, disciolto, rivela la cocaina di cui è composto e che servirà a Lo Giusto per rendere ancora più futuribili i suoi già ben organizzati traffici, come pure la presenza, tra le sorellastre, di un transessuale politicamente scorretto che apostrofa come recchione pressoché chiunque capiti a tiro dei suoi potenti appetiti.

I punti di forza di questo lungometraggio animato si trovano soprattutto nella sua intrinseca capacità evocativa. Le ambientazioni sono a tratti davvero affascinanti, sia per quanto attiene alla verniana nave Megaride, riprodotta con uno sguardo alla tradizione giapponese delle grandi navi spaziali e non (Anno, Matsumoto e anche Miyazaki), sia per ciò che concerne gli esterni di questa Napoli costantemente avvolta da una pioggia di non meglio identificate particelle che potrebbero rimandare ai granelli di cocaina, alla pesante atmosfera viziata di Blade Runner o magari, perché no, alle spore tossiche del mondo di Nausicaa della Valle del Vento o del recentissimo Stranger Things.


Il contrappunto negativo viene invece però proprio dall’animazione, caratterizzata da disegni squadrati e poco armonici che ricordano più un videogame che non un film. Si tratta di un’animazione fatta di movimenti legnosi e a tratti del tutto innaturali (scordatevi le flessuose movenze disneyane), ‘inchiostrata’ (se il termine ha ancora un significato) con colori discontinui che creano una certa confusione nello spettatore: in alcune sequenze siamo di fronte a cromatismi aspri, cupi che ci rimandano direttamente a certi anime giapponesi molto adulti, in altre inquadrature invece (specie i campi lunghissimi del porto di Napoli) il colore si dissolve in un indefinito acquarellato che ricorda prodotti di tutt’altro segno come La gabbianella e il gatto, ingenerando una confusione nel registro del disegno e della storia.

Se è indubbiamente notizia assai positiva che in Italia si faccia animazione anche ambiziosa volta ad andare oltre i soliti prodotti commerciali come Winx di Rainbow o Topo Tip dello Studio Bozzetto (peraltro ottime produzioni nel loro genere e per il loro target di pubblico), rimane da chiedersi dove voglia andare il cinema a cartoni animati nostrano: se intenda rifarsi alla tradizione giapponese oppure, come La Rosa di Bagdad di Anton Gino Domeneghini (premiato a Venezia oltre mezzo secolo fa), ambisca a modellarsi sugli altissimi standard americani di Disney e (ora) Pixar.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

lunedì 4 settembre 2017

DUNKIRK di Christopher Nolan: il futuro del cinema ?

Prendete i salti temporali di Interstallar, aggiungete un'ambientazione che può essere quella de Salvate il Soldato Ryan, condite con un pizzico dei sontuosi effetti speciali di Pearl Harbour, shackerate e.....e no non avrete ottenuto nemmeno lontanamente l'ultimo film di Nolan, perché questo è ben lungi dall'essere solamente un prodotto commerciale pur molto ben confezionato che parla di un fatto storico inserendovi coinvolgenti storie di eroici protagonisti (come se già questo fosse poco), ma è molto di più, forse addirittura un nuovo modo di intendere il film di per se stesso.
La pellicola si svolge in tre ambientazioni diverse per spazio (il molo, il mare, il cielo) e tempo (rispettivamente una settimana, un giorno, un'ora) che vanno ad intersecarsi tra loro mostrandoci personaggi, luoghi nelle diverse situazioni delineando un quadro solo alla fine del tutto chiaro, che il regista (con la sua ormai quasi maniacale ossessione per il tempo) taglia, cuce, inverte, riprende a proprio piacimento: qui forse una delle poche pecche del film, ossia proprio quella di inserire le indicazioni dei luoghi e dei tempi, ciò che fa perdere un po' il gusto di rimontare il puzzle temporale da sé durante e dopo la visione del film.

D'altronde però nel corso del film non se ne ha tempo, si è troppo presi dal continuo senso di angoscia e oppressione sia fisica che mentale che il regista fa vivere allo spettatore con le tante scene di pericolo, di annegamenti, di salvataggi in extremis con una costante paura che il nemico possa arrivare da un momento all'altro su quella spiaggia difesa solo da qualche avamposto, dove migliaia di soldati stremati non aspettano altro che essere imbarcati e salvati (alla fine saranno oltre 330.000 i soldati tra inglesi, francesi e belgi riportati in Inghilterra con navi della marina militare ma con coinvolgimento di centinaia di barche da pesca e da diporto di civili): il tutto enfatizzato all'inverosimile dalle musiche (neanche a dirlo di Hans Zimmer) costanti lungo quasi tutto l'arco del film. Si perché il grande lavoro sul sonoro è volto anche a sostenere una sceneggiatura asciuttissima, con pochi dialoghi e per la maggior parte brevi, nonostante in realtà l'idea iniziale di Nolan fosse quella di un film completamente privo di sceneggiatura: non è un caso quindi che si insista tanto nei continui primi piani dei diversi personaggi per enfatizzarne l' espressività, specialmente di Kenneth Branagh (che non si sa se sia più bravo da attore o da regista), personaggi infatti che conosciamo di più per i loro volti che per i loro nomi, appena accennati. Tra di loro ci sono le tante sfaccettature dell'uomo in guerra (chi vuole salvarsi, chi imbroglia pur di farlo, chi invece si sacrifica per gli altri) declinati in un cast di attori che, come nelle migliori squadre, è dato da un giusto mix di giocatori vecchi e affermati, altri al loro apice (uno su tutti Cillian Murphy) e giovani promesse.

Il coinvolgimento da parte dello spettatore è totale, ci si sente parte di quel "gigantesco disastro militare", molto probabilmente anche perché il film è girato in IMAX, formato da 70mm a differenza del consueto 35mm, dando una visione più allargata e una risoluzione maggiore alle tante riprese ravvicinate e accentuando così questo continuo senso di ansia di non farcela nonostante non si vedano mai soldati tedeschi in carne ed ossa in tutto il film, non ci siano scene di sangue e/o violenza tipiche dei film di guerra. D'altronde questo non è un film di guerra ma piuttosto un film sulla guerra: il regista ne rilegge il genere e forse ne definisce quasi uno nuovo; più che di un film, o di un docufilm si può parlare in questo caso di una vera e propria esperienza cinematografica.
© 2017 CINEVECIO e Sante Battistuzzo. RIPRODUZIONE RISERVATA.