martedì 26 settembre 2017

CinemaDautore : MIDNIGHT IN PARIS di Woody Allen

E se una macchina potesse trasportarci lontano dalla banalità del quotidiano, via dal lento scorrere della normalità, indietro ai tempi in cui tutto era festa, brio, spensieratezza? Chi di noi non salirebbe su quella vettura?


L’interrogativo di base che si pone Woody Allen nel suo Midnight in Paris (2011) ha a che fare con una delle sensazioni più comuni al genere umano: la ricerca di evasione, l’escapismo che ha dato tanta linfa ad altrettanta arte, dalla letteratura (Flaubert, certo, ma anche molta fantascienza) alla pittura sino appunto al cinema, forma d’arte evasiva per eccellenza.

Gil (Owen Wilson) è uno sceneggiatore hollywoodiano di successo, un ingranaggio di una macchina ben oliata che ha le sue regole e i suoi codici, entrambi banali e volti perlopiù al guadagno di forti somme di denaro al botteghino. Quando i genitori (francamente insopportabili) della sua fidanzata Inez (Rachel McAdams) - una viziata e perbenista americana con l’aspirazione a vivere a Malibu ed a prendere parte al maggior numero di feste possibile, - gli raccontano di aver visto la sera prima un film vuoto e insensato ma divertente, Gil risponde con naturalezza che potrebbe averlo scritto lui. E’ insomma ben cosciente di fare un mestiere ripetitivo e, mutatis mutandis rispetto al Chaplin di Tempi moderni, alienante.

Una sera che Gil non ne può più delle cene eleganti di Inez – complice anche l’aggiunta di una coppia di amici della ragazza, borghesemente insopportabile lei almeno quanto lui è saccente, borioso e burbanzoso, - si avventura da solo per le strade di Parigi, convinto che la città dia il meglio proprio a quell’ora e che sia inutile chiudersi in qualche club alla moda quando si può avere Parigi tutta per sé.

Un po’ brillo, si siede su di una scalinata. In quel momento, allo scoccare della mezzanotte, dall’angolo della strada sbuca una vettura d’epoca e da lì dentro lo chiamano e lo invitano a salire. La macchina, in modo nemmeno troppo onirico, è un ponte per un passato fino ad allora solo vagheggiato: Gil si ritrova sbalzato nella Parigi degli anni ’20, a discutere con Hemingway (al quale suggerirà, ma guarda un po’, che “tutta la letteratura americana comincia con Huckelberry Finn”) sempre pronto alla rissa e a suggerire futuri film di successo a Buñuel. Duetta con Cole Porter, fa leggere la bozza del suo romanzo – canzonato dai grigi amici di Inez, - niente di meno che a Gertrude Stein e fa due chiacchiere con Salvador Dalì.


Ma soprattutto incontra Adriana (Marion Cotillard), un’affascinante donna francese già amante di Picasso e Modigliani. Adriana è pura carica erotica e sensuale, unita ad un mistero intellettuale tutto da scoprire: Gil se ne innamora senza nemmeno accorgersene.

Inutile, il giorno dopo e tornato alla sua normalità, voler spiegare cosa vede a Inez, ai genitori di lei o agli amici. Se Gil ha vissuto e toccato con mano, ha introiettato sentimentalmente, ha legato a sé quei mondi perduti, c’è sempre un Paul (Michael Sheen) – accademico, ma potrebbe fare l’avvocato, il medico, il notaio, è uguale, - che millanta conoscenza più alta, più affidabile, un pedante (le parole sono di Carla Bruni nel ruolo di guida turistica) che ritiene di aver compreso l’inviolabile ed ancestrale mistero del mondo semplicemente perché ha preso un’abilitazione professionale.

Epperò ben presto Gil scopre che fuggire all’infinito non si può. Anche Adriana vuole fuggire, lei dai prosaici anni ’20 a favore della leggendaria Belle Époque, quella di Maxim’s, di Degas e di Toulouse-Lautrec. Ma quando Gil comprende che anche questi grandi, a loro volta, vagheggiano un passato in fondo mai esistito, si avvede che non potrà mai stare con Adriana, intrappolata in un sogno impossibile.

Tornato al suo tempo, Gil lascia Inez, la quale candidamente gli rivela d’essere stata anche con Paul ma del resto, fa capire, per colpa dello stesso Gil che non era mai adatto a ciò che lei si aspettava da lui. Sollevato, Gil se ne va in giro per Parigi un’altra notte, solo, sotto la pioggia. Sulla Senna ritrova Gabrielle (Léa Seydoux), la francesina del mercato delle pulci che qualche giorno prima gli aveva venduto un vecchio disco di Cole Porter: capito che anche lei ama camminare sotto la pioggia (“non c’è problema, non mi dispiace bagnarmi”) i due se ne vanno verso un futuro informale e spensierato ad un tempo.

L’idea che tutti noi si favoleggi di un’età dell’oro non è certo originale, lo sappiamo tutti, ciò che rende questo film speciale è che Woody Allen decide di scomporre l’individualità di una persona – ed in questo, sì, torna alle avanguardie, a Freud, alla scoperta dell’inconscio, - in fasi, o periodi, diametralmente opposti ma inevitabilmente conviventi tra loro.


Lasciando per un attimo Gil - il cui bildungsroman si svolge in maniera infine lineare seppure cronologicamente e storicamente inversa, con una presa di coscienza di sé opposta allo scorrere del tempo, - è nei personaggi femminili che Allen fa un vero labor limae interpretativo: non tre donne incontra Gil a Parigi ma la stessa donna, tre nature del femminile che possono perfettamente coesistere nella stessa persona (le tre, infatti, non si incontrano mai fisicamente).

Inez è lo spirito pragmatico, banale, perbenista, arrivista e persino meschino, è ligia a delle regole sociali che, solo volesse capirlo, scoprirebbe non scritte da nessuno mai; Adriana è la passione, è la carta de La Forza nei tarocchi marsigliesi, potrebbe aprire le fauci d’un leone a mani nude, è un distillato di sensualità carnale ed intellettuale ad un tempo. Gabrielle, infine, è l’hegeliana sintesi delle due: si preoccupa di portare avanti la sua vita materiale, vive nel mondo e nel suo tempo ma è anche disposta a viaggiare con la fantasia, ad intravedere gli anni ’20 persino nel 2010, basta che stia piovendo e l’umidità appanni un poco il riflesso dei lampioni sulla Senna.

Sostenuto da una sceneggiatura meritatamente premiata, questo nostalgico film è più un inno alla vita che un lamento funebre su un tempo che non c’è più. Certe cose non tornano, è la spiacevole realtà dell' umana e caduca esistenza e conviene comprenderla presto, però ogni vita è un po’ come il copione di un buon film: basta scrivere la scena successiva.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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