lunedì 4 settembre 2017

DUNKIRK di Christopher Nolan: il futuro del cinema ?

Prendete i salti temporali di Interstallar, aggiungete un'ambientazione che può essere quella de Salvate il Soldato Ryan, condite con un pizzico dei sontuosi effetti speciali di Pearl Harbour, shackerate e.....e no non avrete ottenuto nemmeno lontanamente l'ultimo film di Nolan, perché questo è ben lungi dall'essere solamente un prodotto commerciale pur molto ben confezionato che parla di un fatto storico inserendovi coinvolgenti storie di eroici protagonisti (come se già questo fosse poco), ma è molto di più, forse addirittura un nuovo modo di intendere il film di per se stesso.
La pellicola si svolge in tre ambientazioni diverse per spazio (il molo, il mare, il cielo) e tempo (rispettivamente una settimana, un giorno, un'ora) che vanno ad intersecarsi tra loro mostrandoci personaggi, luoghi nelle diverse situazioni delineando un quadro solo alla fine del tutto chiaro, che il regista (con la sua ormai quasi maniacale ossessione per il tempo) taglia, cuce, inverte, riprende a proprio piacimento: qui forse una delle poche pecche del film, ossia proprio quella di inserire le indicazioni dei luoghi e dei tempi, ciò che fa perdere un po' il gusto di rimontare il puzzle temporale da sé durante e dopo la visione del film.

D'altronde però nel corso del film non se ne ha tempo, si è troppo presi dal continuo senso di angoscia e oppressione sia fisica che mentale che il regista fa vivere allo spettatore con le tante scene di pericolo, di annegamenti, di salvataggi in extremis con una costante paura che il nemico possa arrivare da un momento all'altro su quella spiaggia difesa solo da qualche avamposto, dove migliaia di soldati stremati non aspettano altro che essere imbarcati e salvati (alla fine saranno oltre 330.000 i soldati tra inglesi, francesi e belgi riportati in Inghilterra con navi della marina militare ma con coinvolgimento di centinaia di barche da pesca e da diporto di civili): il tutto enfatizzato all'inverosimile dalle musiche (neanche a dirlo di Hans Zimmer) costanti lungo quasi tutto l'arco del film. Si perché il grande lavoro sul sonoro è volto anche a sostenere una sceneggiatura asciuttissima, con pochi dialoghi e per la maggior parte brevi, nonostante in realtà l'idea iniziale di Nolan fosse quella di un film completamente privo di sceneggiatura: non è un caso quindi che si insista tanto nei continui primi piani dei diversi personaggi per enfatizzarne l' espressività, specialmente di Kenneth Branagh (che non si sa se sia più bravo da attore o da regista), personaggi infatti che conosciamo di più per i loro volti che per i loro nomi, appena accennati. Tra di loro ci sono le tante sfaccettature dell'uomo in guerra (chi vuole salvarsi, chi imbroglia pur di farlo, chi invece si sacrifica per gli altri) declinati in un cast di attori che, come nelle migliori squadre, è dato da un giusto mix di giocatori vecchi e affermati, altri al loro apice (uno su tutti Cillian Murphy) e giovani promesse.

Il coinvolgimento da parte dello spettatore è totale, ci si sente parte di quel "gigantesco disastro militare", molto probabilmente anche perché il film è girato in IMAX, formato da 70mm a differenza del consueto 35mm, dando una visione più allargata e una risoluzione maggiore alle tante riprese ravvicinate e accentuando così questo continuo senso di ansia di non farcela nonostante non si vedano mai soldati tedeschi in carne ed ossa in tutto il film, non ci siano scene di sangue e/o violenza tipiche dei film di guerra. D'altronde questo non è un film di guerra ma piuttosto un film sulla guerra: il regista ne rilegge il genere e forse ne definisce quasi uno nuovo; più che di un film, o di un docufilm si può parlare in questo caso di una vera e propria esperienza cinematografica.
© 2017 CINEVECIO e Sante Battistuzzo. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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