giovedì 14 settembre 2017

Venezia74 : GATTA CENERENTOLA e le ambizioni dell’animazione italiana

Dispiacerebbe certo a Walt Disney di sentir dire che il mondo non si riduce a quel fantastico hortus conclusus che per una vita egli cercò di costruire, nella teoria con i suoi film ed infine nella prassi con i parchi a tema come Disneyland; e tuttavia già gli anime provenienti dal Sol Levante ci hanno insegnato che animazione non è (per forza) il contrappunto di un’equazione in cui oltre l’uguale c’è l’irrealtà.

Ben lo comprendono i quattro registi/autori Alessandro Rak, Ivan Cappiello, Marino Guarnieri e Dario Sansone che a Venezia74, nella sezione Orizzonti, hanno portato una fiaba allucinante e visionaria come Gatta Cenerentola (2017).

Già la scelta della fonte dice di una presa di distanza rispetto all’illustre precedente disneyano: non tanto il Cendrillon di Perrault quindi, ma la Gatta Cenerentola di Basile è la vera fonte di ispirazione di una storia che inietta (si perdoni l’immagine, ma nella trama c’è anche la cocaina) possenti dosi di napoletanità all’interno della vena classica della fiaba per come conosciuta a livello mondiale.

Siamo in una Napoli del futuro in cui l’aristocratico armatore Vittorio Basile - coadiuvato dal fidato capo della sicurezza Primo Gemito (vestito di una divisa che ricorda quella delle Camice Nere, a dire il vero, ma qui è un personaggio positivo), - è sul punto di varare la fantascientifica nave Megaride, sua stessa abitazione, dotata di un futuristico macchinario capace di creare ologrammi tridimensionali che fungono da veri archivi di memoria.

Basile è un visionario, intende usare queste sue invenzioni per rilanciare una Napoli cronicamente depressa. Ma sulla sua strada, proprio il giorno delle sue nozze con la procace ed ambigua Angelica Carannante (già dotata di figlie proprie, pronte al futuro uso di sorellastre), si pone il gangster Salvatore Lo Giusto, un violento e volgare Al Capone vesuviano cresciuto nel medesimo quartiere di Basile ma senza le sue possibilità economiche.


Manco a dirlo Basile muore (anche perché sarebbe stato arduo per gli autori spiegarci come intendeva eventualmente risolvere gli atavici problemi partenopei), ucciso da Lo Giusto, lasciando la piccola figlia Mia, presto adottata da Angelica che ne diventa tutrice per conto del boss, in attesa che compiendo i diciotto anni canonici essa svincoli l’enorme eredità paterna a favore del clan camorrista di cui ormai è ostaggio.

Il resto, come usa dire, è storia; o meglio è facilmente arguibile: dalla ricomparsa di Gemito, ora passato alle forze dell’ordine vestendo i panni di una sorta di Serpico high-tech sino all’esito, del resto filologicamente fedele al testo basiliano, della giovane Mia, la Gatta Cenerentola, che distrugge ed annichilisce i suoi carcerieri.

Nel mezzo di tutto questo, la ricerca di attualizzazione sfrenata (e forse talvolta esagerata) del testo d’origine: così la scarpetta di cristallo altro non è che un nuovo polimero solido che, disciolto, rivela la cocaina di cui è composto e che servirà a Lo Giusto per rendere ancora più futuribili i suoi già ben organizzati traffici, come pure la presenza, tra le sorellastre, di un transessuale politicamente scorretto che apostrofa come recchione pressoché chiunque capiti a tiro dei suoi potenti appetiti.

I punti di forza di questo lungometraggio animato si trovano soprattutto nella sua intrinseca capacità evocativa. Le ambientazioni sono a tratti davvero affascinanti, sia per quanto attiene alla verniana nave Megaride, riprodotta con uno sguardo alla tradizione giapponese delle grandi navi spaziali e non (Anno, Matsumoto e anche Miyazaki), sia per ciò che concerne gli esterni di questa Napoli costantemente avvolta da una pioggia di non meglio identificate particelle che potrebbero rimandare ai granelli di cocaina, alla pesante atmosfera viziata di Blade Runner o magari, perché no, alle spore tossiche del mondo di Nausicaa della Valle del Vento o del recentissimo Stranger Things.


Il contrappunto negativo viene invece però proprio dall’animazione, caratterizzata da disegni squadrati e poco armonici che ricordano più un videogame che non un film. Si tratta di un’animazione fatta di movimenti legnosi e a tratti del tutto innaturali (scordatevi le flessuose movenze disneyane), ‘inchiostrata’ (se il termine ha ancora un significato) con colori discontinui che creano una certa confusione nello spettatore: in alcune sequenze siamo di fronte a cromatismi aspri, cupi che ci rimandano direttamente a certi anime giapponesi molto adulti, in altre inquadrature invece (specie i campi lunghissimi del porto di Napoli) il colore si dissolve in un indefinito acquarellato che ricorda prodotti di tutt’altro segno come La gabbianella e il gatto, ingenerando una confusione nel registro del disegno e della storia.

Se è indubbiamente notizia assai positiva che in Italia si faccia animazione anche ambiziosa volta ad andare oltre i soliti prodotti commerciali come Winx di Rainbow o Topo Tip dello Studio Bozzetto (peraltro ottime produzioni nel loro genere e per il loro target di pubblico), rimane da chiedersi dove voglia andare il cinema a cartoni animati nostrano: se intenda rifarsi alla tradizione giapponese oppure, come La Rosa di Bagdad di Anton Gino Domeneghini (premiato a Venezia oltre mezzo secolo fa), ambisca a modellarsi sugli altissimi standard americani di Disney e (ora) Pixar.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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