domenica 24 settembre 2017

Venezia74 : IL CAVALIERE ELETTRICO di Sydney Pollack

Ci sono vite giuste e ci sono vite sbagliate; ci sono vite costellate di successi e ci sono vite che sono promesse disattese; ci sono vite ammirate e lodate come ‘normali’ e ci sono vite strampalate che ricercano però il seme della verità. Ci sono vite che si incontrano e vite che non si prenderanno mai, destini diversi e diversità destinate a incrociarsi.

Sonny Steele (Robert Redford) è una di queste vite, un cowboy neppure troppo vecchio la cui stagione di gloria è però passata da un pezzo: ha vinto rodei, è stato campione del mondo, è stato ricco ed ha conosciuto la fama. Ha avuto tante donne ma soprattutto è stato stimato di quella stima infida che la società riserba a chi in fondo invidia, quella stima che viene ritirata come una carta di credito scaduta non appena il conto della notorietà finisce in scoperto.

Per sbarcare il lunario Sonny lavora come testimonial pubblicitario per la AMPCO, una multinazionale dei cereali che commercializza un deprimente prodotto dal nome sconfortante di Ranch Breakfast; tutte le sere, Sonny monta su un cavallo, veste un esagerato costume sgargiante da cowboy che viene ‘acceso’ di mille lampadine, piccole lucciole che fanno di quell’ombra di un buttero il cavaliere elettrico del titolo.

Non che Sonny si lamenti, al contrario, sa bene che la AMPCO lo paga anche troppo per dei servigi che, pur se umilianti, sono davvero minimi; ma lui ha deciso così, ha scambiato la propria dignità con ciò che il denaro può comprare, contrabbandando i suoi sogni con, di volta in volta, la dentiera nuova per il suo migliore amico e mentore o gli alimenti per la ex moglie.


L’insoddisfazione e lo spaesamento di Sonny li vediamo solo nel suo abuso alcoolico: comincia ad arrivare sbronzo ai suoi stessi spettacoli, cade da cavallo, una sera addirittura la AMPCO è costretta a sostituirlo con un altro cavaliere, comprendendo infine che di notte ‘tutte le vacche sono nere’ e che quindi si può far montare un cavallo qualsiasi da un qualsiasi cavaliere cui dare poi il nome di Sonny Steele, ormai semplice brand svuotato di qualsivoglia individualità.

Una sera come tante, durante uno spettacolo a Las Vegas, a Sonny viene ordinato di montare un cavallo speciale, un purosangue carico di premi e di bellezza che si chiama Rising Star. Esperto mandriano, Sonny comprende immediatamente che l’animale è imbottito di sedativi atti a renderlo mansueto per le riprese televisive, steroidi che lo potrebbero portare finanche alla sterilità. Osservando la tristezza e lo squallore che lo circondano sotto forma di pubblicità di cereali, Sonny lascia lo studio in groppa a Rising Star e, ancora indosso il costume di scena illuminato, si allontana in una Las Vegas notturna come quella stella nascente espressa nel nome del cavallo che monta.

Succede ovviamente il pandemonio, l’animale vale milioni e la cattiva pubblicità persino di più; sulle tracce di Sonny parte Hellie Martin (Jane Fonda), una giornalista d’assalto agguerrita e bellissima che sa tener testa sia al rude cowboy che alle minacce della AMPCO.

Infine, dopo le peripezie necessarie a sostanziare un degno secondo atto, Sonny e Hellie, ormai sentimentalmente legati, riescono a liberare Rising Star nelle praterie dello Utah dove si ricongiungerà con altri cavalli liberi di vivere ai margini di una società consumistica che non sembra essere in grado di approcciarsi alla bellezza senza cedere alla tentazione di sfruttarla per farne denaro.

A Venezia74 il film di Sydney Pollack, che è del 1979, è stato proiettato in occasione del Leone d’Oro alla carriera conferito a Redford e Fonda in omaggio al loro sodalizio artistico ormai decennale. In questa pellicola i due sono giovani, belli e davvero ispirati con un’intesa che li rende estremamente adatti ai ruoli che vanno ad interpretare.

 Girato negli anni della Nuova Hollywood già a cavallo tra autorialità e blockbuster, il film sembra propendere più per la prima cercando nella feroce quanto satirica critica al consumismo capitalista la cifra fondante di tutta la vicenda: Sonny si ribella a tutto questo perché ne è egli stesso una vittima, prima osannato da quel sistema che ora lo usa come fenomeno da baraccone. Non per caso, quando si divide da Hellie che è attesa all’estero per un importante reportage (ma noi sappiamo che si rivedranno, si capisce da come si guardano) e che gli chiede cosa vorrà fare in futuro, Sonny le risponde di volersi cercare un “lavoro vero, sai, di quelli in cui devi fare fatica.”


Molto realista nella scelta dei colori e del tipo di inquadratura, Pollack non trascende mai nel documentario: la vicenda è fantasiosa al punto giusto con tocchi di vera poesia (Sonny che si allontana, illuminato, a cavallo di Rising Star nella notte oscura del deserto) che ci costringono, giocoforza, a simpatizzare con i personaggi, in primis con il povero cavallo che personaggio lo è a tutto tondo ben prima che Steven Spielberg portasse sul red carpet degli oscar l’animale cui aveva fatto interpretare War Horse.

Un uomo finito è finito per sempre? A quanto pare no. A patto che trovi una giusta causa da difendere e una donna innamorata a sostenerlo.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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