domenica 29 ottobre 2017

Manga/Film : YOUR NAME di Makoto Shinkai

Immaginate per un momento di svegliarvi e non capire dove vi trovate. Non vi è familiare la vostra stanza, non vi sono familiari gli odori che vi circondano né i suoni che nell’uscire dal dormiveglia andate progressivamente udendo.

Ora immaginate che non appena il vostro cervello si ricollega alle estremità del vostro corpo, nemmeno queste vi risultino familiari: d’improvviso vi accorgete di non essere voi, di non abitare quel contenitore cui siete abituati da sempre.

Il romanzo, manga e film giapponese Your Name (2016), ideato scritto e diretto da Makoto Shinkai, vera promessa del cinema d’animazione nipponico che molti vedono come possibile erede di Miyazaki, fa tutto questo: prende due ragazzi assai diversi, lui, Taki, un giovane di Tokyo e lei, Mitsuha, una liceale di Itomori, distretto rurale a cinque ore di treno dalla capitale e li scambia per vedere cosa succederebbe se.

Il Giappone è un paese che ha accettato l’occidentalizzazione ottocentesca mantenendo una spiritualità assai differente dagli standard neo-positivisti cui siamo abituati in Europa o in America, così non dovrà stupire che Shinkai giustifichi questo altrimenti improbabile scambio attraverso il passaggio di una cometa magica che torna ogni milleduecento anni proprio sopra la cittadina di Itomori la quale, non per caso, sorge intorno ad un lago che occupa un vecchio cratere meteorico.

Due o tre volte la settimana quindi Taki si risveglia nel corpo di Mitsuha, all’inizio smarrito, tanto da ingenerare perplessità nella sorellina di lei (“Sorellona, ma perché anche stamattina ti tocchi le tette?”) e Mitsuha si ritrova nel corpo di Taki, in principio incapace di reggere i ritmi lavorativi e sociali di un ragazzo che vive una metropoli, con tutte le sue contraddizioni.


Col tempo i due comprendono di vivere la vita di un altro, complici quei piccoli dettagli che si portano dietro (o magari lasciano) nella vita dell’altro: messaggi nel cellulare, appunti sul computer, compagni di scuola o di lavoro che notano differenze nei comportamenti e richiamano alla memoria cose che i nostri protagonisti non ricordano di aver vissuto.

Così i due giovani decidono di comunicare e lo fanno proprio attraverso questi espedienti: sms, memo vocali, voci d’agenda. Poi, d’improvviso, tutto finisce; gli scambi terminano e il nostro punto di vista comincia a coincidere con quello di Taki, come se Mitsuha fosse sparita. Che cosa sarà successo a questa ragazza che Taki sente dentro di sé ma che non ricorda più? 


Durante un appuntamento con una collega che da anni cercava di corteggiare senza successo - ma era stata la femminile dolcezza di Mitsuha, mentre assumeva le fattezze di Taki, a convincere la restia collega ad uscire con lui, - Taki visita una mostra di fotografia e si accorge che il luogo vissuto mentre era Mitsuha esiste per davvero ed ha un nome: Itomori.

Parte quindi alla ricerca del paesino. Giunto lì, l’amara sorpresa: il villaggio di Itomori è stato raso al suolo tre anni prima dalla caduta di frammenti di una cometa che hanno ucciso praticamente tutti gli abitanti. Possibile che solo lui non conosca questa tragedia?, gli chiede la gente del posto. Corre in biblioteca e trova il nome di Mitsuha tra quello delle persone decedute.

Insieme al protagonista, in totale soggettiva, scopriamo che le linee temporali degli scambi erano sfasate di tre anni, così essi sono cessati nel momento in cui Mitsuha è morta. Taki allora si reca nel tempio sacro al centro del lago – preservato dalla deflagrazione che ha inghiottito tutta Itomori – e in quel luogo mistico torna per un’ultima volta a scambiarsi con Mitsuha.

I due si rivedono e scoprono, prima inconsapevoli, di essere fortemente legati uno all’altra. Taki/Mitsuha riesce a convincere le autorità ad evacuare Itomori e i due ragazzi si promettono di scriversi ognuno sul braccio il nome dell’altro così da ricordarsene quando lo scambio cesserà. Mitsuha, nella fretta, non riesce a scrivere nulla. Taki sì. Quando la giovane si risveglia nel suo corpo, sul suo braccio non trova un nome ma solo due parole: Ti Amo.


Passano otto anni. Taki è su un treno. Mitsuha è su quello che passa proprio di fronte al suo. Un istante, si guardano e non capiscono. Quella strana, indicibile sensazione che tutti abbiamo provato di conoscere quella persona sconosciuta da sempre. Scendono entrambi dai rispettivi treni, senza capire perché. Si rincorrono. Si guardano. Sono incerti. Lui le chiede se si sono già visti; Mitsuha risponde che lo ha pensato anche lei. Qual è il tuo nome?

Spesso purtroppo relegata nel dimenticatoio delle produzioni da intrattenimento per ragazzi (i ‘cartoni giapponesi’, si diceva negli anni ’80), la narrativa nipponica da tempo ha dimostrato di saper dire sui sentimenti cose che talvolta sfuggono alla sua controparte occidentale.

Makoto Shinkai riesce con questa delicata storia di amore non cercato (quale lo è?) a riflettere ed a farci riflettere su molti aspetti delle relazioni umane: c’è la difficoltà dei due giovani a gestire dei genitori complicati, c’è la metaforica incapacità tutta adolescenziale a sentirsi a proprio agio in un corpo che cambia e c’è anche la voglia di evadere dalle proprie vite, spesso senza significato e poco gratificanti.

Ma poi Shinkai va anche più a fondo e ragiona su cosa sia l’amore. Sembra avere in mente Cole Porter e la sua I’ve got you under my skin: perché a volte amare è anche davvero fondersi nell’altro, vedere con gli occhi dell’altro, vivere delle sensazioni dell’altra persona, proprio quello che la cometa costringe i due giovani a fare, pur se involontariamente.

Non c’è Platone e il mito dell’androgino, per i giapponesi, ma Shinkai ci dice in sostanza la stessa cosa: non facciamo che vagare per il mondo alla ricerca di quella metà mancante, di quel pezzo di noi che per qualche strano incantesimo ci è stato tolto e che aneliamo a riconquistare per sentirci completi.

La complicità che si crea tra Taki e Mitsuha va ben oltre la semplice relazione sentimentale. I due si capiscono, capiscono la vita dell’altro e soprattutto cercano di risolvere non tanto i problemi del loro stare insieme – cosa sul momento del resto impossibile, - quanto i problemi dell’altro nel suo mondo, senza apparentemente chiedere nulla in cambio. Senza speranza. L’amore disinteressato, avrebbero detto i trovatori provenzali o i nostri stilnovisti.

Un po’ come Zhivago, quando sull’autobus rivede dopo tanti anni Lara un’ultima volta, quella Lara che aveva fatto partire prima che fosse troppo tardi, sapendo che non si sarebbero mai rivisti: Taki non subirà la sorte di Yuri, non avrà un infarto mortale, a lui verrà data una chance di ripartire da zero forse proprio perché anche lui, in modo disinteressato, otto anni prima aveva fatto di tutto per salvare quella Mitsuha che pensava di non rivedere mai più.

Su tutto, regna l’incombere di questa cometa, memoria dell’agghiacciante passato nucleare del Giappone che su Hiroshima e Nagasaki ha costruito tantissime delle sue storie, cometa che però, a conti fatti, risulta infine un evento positivo e foriero di sviluppi inaspettati.

E’ una storia improbabile? Forse. E’ difficile crederci? Senza dubbio. Ma quanti di noi non hanno, almeno una volta, sentito l’inspiegabile bisogno di chiedere a qualcuno: qual è il tuo nome?


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

giovedì 26 ottobre 2017

FORTUNATA (Sergio Castellitto) : il sogno di un’esistenza migliore

Fortunata è il titolo del nuovo film di Sergio Castellitto presentato al Festival di Cannes che prende il nome dalla protagonista, la quale, al contrario, non sembra essere proprio fortunata nella vita. Interpretata da Jasmine Trinca in modo magistrale tanto che tale prova le è valsa il premio come miglior attrice nella sezione Un certain regard del festival, Fortunata è una giovane madre single con un passato e un presente tormentato, prima da ragazza e poi come donna ha dovuto imparare a cavarsela da sola.
Senza sosta corre da un capo all’ altro dei quartieri suburbani di Roma con il suo trolley da parrucchiera a domicilio per riuscire a raccogliere abbastanza soldi al fine di aprire un salone. Non riesce a fermarsi un attimo per guardare la sua bambina se non alla sera nel lettone matrimoniale, dove si addormenta sfinita. Ma non è la tipica storia della madre che, sommersa dal lavoro e dai suoi sogni, non ha tempo di seguire la figlia e la trascura: Fortunata ama immensamente sua figlia e tutto il correre senza mai fermarsi è solo per loro due.
Sceneggiatura scritta da Margaret Mazzantini, cresciuta anche lei nella periferia di Roma, si ispira agli scenari della sua vita per raccontare quella realtà tra decadenza e mutamento dei quartieri periferici attraverso la storia di una madre forte e tenace che ama la vita e la rincorre continuamente nonostante tutto e tutti intorno a lei sembrino spingerla verso il basso. Sia la mamma che la bambina appaiono quasi dimenticate come del resto tutta la periferia in cui vivono, che si mostra ormai quale un’antica rovina romana in decadenza.
Ma l’apertura del negozio purtroppo è ancora un progetto in costruzione, è un sogno, e i problemi si accumulano e Fortunata non riesce a gestire tutto da sola, se si conta anche che l’ex marito è un uomo geloso e possessivo che non vuole altro che avere ancora il controllo su di lei e sulla sua vita.

La bambina trascurata dalla madre e anche dal padre, che in realtà non c’è mai per la figlia, viene mandata dai servizi sociali da uno psicologo, Stefano Accorsi, che si innamorerà di Fortunata e finirà per trascurare anche lui la piccola, preso da questo amore probabilmente un po’ ingenuo. Un uomo molto legato, forse troppo, alle regole della società e dell’albo per capire veramente Fortunata e la sua travolgente e impulsiva maniera di affrontare la vita, caratterizzata dal ragionare poco con la logica a dispetto spesso delle regole e di ciò che sembra giusto.

Continui riferimenti al mito di Antigone percorrono tutto il film, diverse Antigoni sembrano attraversare la storia, ma forse nessuna riesce ad interpretarla meglio di tutte se non Fortunata. Non è l’atto del suicidio di Antigone quanto lo scavalcare le regole e le leggi imposte ciò che conta in questa storia: metafora di Fortunata e del suo modo di opporsi alle convenzioni e alle regole e a pensare con il cuore.
© 2017 CINEVECIO e Irene Zorzi. RIPRODUZIONE RISERVATA.

martedì 10 ottobre 2017

Comics : IL PORTO PROIBITO di Teresa Radice e Stefano Turconi

Lasciar andare, non trattenere, fare che ognuno segua la strada assegnatagli. Potrebbe essere una massima jedi del saggio Yoda o potrebbe riecheggiare quel che George Clooney dice a Sandra Bullock in Gravity, lo sci-fi filosofico di Alfonso Cuaròn: devi imparare a lasciar andare, Dottor Stone, lasciami andare…

E’ tutto avvolto intorno a questo fortissimo nucleo incandescente il graphic novel Il Porto Proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi, un esperimento affascinante nel panorama della fumettistica italiana, adulto e grave tanto quanto lieve e vellutato nel trattare temi come il senso della vita, la morte, l’abbandono e, appunto, l’accettazione del dolore.

Già l’incipit è molto efficace: partiamo con una soggettiva ‘amniotica’ di un naufrago sott’acqua, che nasce o rinasce (questo lo scopriremo poi) alla vita su di un’isola sperduta del Siam. Chi sia, non lo sappiamo. Ne conosciamo solo il nome: Abel. Nome biblico che ci dovrebbe già dire di un innocente che ha subito un destino ingiusto.

Abel viene raccolto da una nave inglese, viene riportato in patria e viene benevolmente accolto dalle tre sorelle Stevenson – la riservata Helen, la carnale Heather e la piccola Harriet (modellate probabilmente sulle ragazze Dashwood di Ragione e sentimento) – che gestiscono a Plymouth una locanda lasciata loro dal padre, capitano della Royal Navy, misteriosamente scomparso ed accusato di aver trafugato un bottino di guerra dopo aver ucciso i suoi stessi uomini.


Alla bella e procace Heather si collega l’enigmatica e sensualissima Rebecca Riordan, tenutaria del Pillar to Post, il bordello dei marinai di Plymouth. Se dovessimo cercare un’attrice per darle il ruolo di Rebecca, potremmo proporre una come Rachelle Lefevre (Under the dome): una cascata di capelli rosso fuoco accompagnata da lentiggini e una grande sensualità ed empatia.

Abel entra in contatto con Rebecca e scopre che anche lei, in determinati momenti della giornata, riesce a vedere, all’orizzonte, quello strano porto avvolto dalle nebbie – forse un miraggio, somiglia a un quadro di Turner, - che nessun’altro sembra capace di scorgere.

Ma cosa hanno in comune Abel e Rebecca? E che ruolo gioca in questa storia William Roberts, il secondo del compianto capitano Stevenson? Lo comprendiamo strada facendo, nello svolgersi di una storia che non è semplice ma che infine si ricompone come un puzzle e tutto acquista una chiarezza cristallina, come sarà per il Porto Proibito quando Abel e Rebecca saranno finalmente pronti a vederlo in tutto il suo splendore.

Figura di Mentore e di locomotiva della storia è quella del capitano Nathan McLeod, personaggio riuscitissimo ed adorabile nelle sue dimensioni corpose e nel suo cuore d’oro: innamorato di Rebecca, donna perduta ottocentesca par excellence, egli la vorrebbe sottrarre al suo fato di cortigiana e per un momento sogna perfino di adottare Abel, che a lei sembra essere così caro, come loro figlio. Il destino avrà per loro in serbo piani diversi.

Per prima cosa va detto che il Porto è una vera festa per gli occhi: interamente in bianco e nero, è un libro di tavole realizzate a matita, con una decina di matite diverse al fine di rendere le differenti profondità e colorazioni. Stefano Turconi, disegnatore di questa piccola meraviglia, sostiene di amare molto “avere le mani sporche e sentire il contatto con la carta”. Ecco, questo è un testo che appena aperto vi dà proprio questa sensazione, il vecchio profumo della carta e della grafite.

Del resto la storia è ambientata durante le guerre napoleoniche, a metà tra Jane Austen (c’è parecchio di Persuasione, soprattutto) e Master and Commander, in un’Inghilterra classica che però Teresa Radice, sceneggiatrice, non rischia mai di far trascendere nel manierista. Ogni riferimento è accurato, ogni citazione – sia essa da Coleridge, la cui Ballata innerva un po’ tutta la storia, o da Wordsworth o Byron o Neruda, - è perfetta nel momento in cui viene espressa.

Il tratto è quello di un vero e proprio book of sketches, sono disegni spesso abbozzati ma che nascondono una ricerca formale lunga e tortuosa, specie nella caratterizzazione del personaggio: alcune inquadrature di Rebecca, l’incedere talvolta memore di John Wayne di McLeod, gli occhi sinceri di Abel non sono certo il frutto di una semplice bozza come saremmo portati a credere di primo acchito.


E’ un romanzo adulto perché si parla anche di amore, quello dei corpi che si incontrano e che, come dice Rebecca nella sua ultima lettera a Nathan, divengono una cosa sola. Con grande e raffinata sensibilità Turconi ritrae queste scene con una maestria sicura e consapevole, spesso dissolvendole in intreccio di corpi e anime che ricorda i quadri di Schiele.

Alla fine della storia il giallo verrà risolto, sì, capiremo chi ha ucciso il capitano Stevenson e perché. Ciò che resterà però senza soluzione, per noi ma anche per Nathan McLeod, è il grande mistero della vita: perché si vive, perché si muore, perché non si può fermare quell’attimo di splendore in cui eravamo felici. Ci risponde Rebecca, prima di andarsene, con le parole dell’amato Wordsworth: nonostante nulla possa restituirci lo splendore del prato, la gloria del fiore, noi non piangeremo, piuttosto troveremo forza in ciò che è rimasto indietro.

Lasciar andare, lasciare che ciò che deve essere, sia, questo è amare, sembrano volerci suggerire i due autori, perché nella gioia di ieri era già il dolore di oggi e, forse, la felicità di domani.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

venerdì 6 ottobre 2017

CinemaDautore : CRIMSON PEAK di Guillermo Del Toro

Nel viaggio che ogni Eroe compie alla ricerca di quel Sacro Graal che è la consapevolezza di sé, riassumibile nel Conosci te stesso che campeggiava come intim(id)azione all’entrata dei templi antichi, si presenta spesso un carattere il cui ruolo è quello del Mutaforma (Shapeshifter).

Egli, o ella, cela qualcosa, dice meno di quanto dovrebbe dire e possibilmente modifica la propria identità, spesso sviando l’Eroe dal cammino che il destino ha previsto per lui. Il Mutaforma è una sorta di vox media, può essere arruolato tra i buoni, e allora è solo un millantatore pasticcione, o può militare nelle fila dei cattivi, entro le quali esprime meglio la sua natura mutevole ed inafferrabile.

Più interessante ancora il caso in cui il Mutaforma reciti anche il ruolo di Figura Ombra, ossia di antagonista dell’Eroe, in modo da confondere lo spettatore su chi sia cosa. Abbastanza rari, invece, i casi in cui il Mutaforma non solo è Figura Ombra ma è così intimamente mutevole che alla fine della storia si redime portandoci ad avere compassione di lui e del suo inevitabile fato.

In quest’ultimo filone si inserisce il gotico e spettrale Crimson Peak (2015) del talentuoso regista messicano Guillermo Del Toro (Leone d’Oro a Venezia74). Si tratta di una storia di fantasmi, o presenze fantasmatiche giacché in più sequenze assai consistenti nella loro fisicità, ma è anche e soprattutto un lavoro raffinato di teoria della sceneggiatura.

Pescando a piene mani nella letteratura ottocentesca di genere e non – c’è tutto: da Jane Eyre a Cime tempestose, passando per Ann Radcliffe e Conan Doyle, - Del Toro, che è anche co-sceneggiatore appunto, mette in scena una storia forse non particolarmente originale quanto a soggetto ma di certo particolare sotto il profilo dello svolgimento.

Al centro c’è una donna, contesa tra due uomini. Si tratta di Edith Cushing (Mia Wasikowska), figlia di un imprenditore edile americano fattosi da sé, ragazza dalle vivaci aspirazioni letterarie e dotata di strani poteri paranormali che sin da bambina la mettono in contatto con esseri che sembrano provenire da un non meglio precisato aldilà.


Intorno a Edith gira da sempre Alan McMichael (Charlie Hunnam), un dottore che si ispira chiaramente a Conan Doyle, sia per i suoi metodi deduttivi che per i suoi interessi esoterici che lo portano al limite della scienza ufficiale. Dall’altro lato entra presto in scena il Mutaforma che ci traghetterà nel secondo atto del film: Sir Thomas Sharpe (Tom Hiddleston), avvenente baronetto decaduto che prova a trovare finanziamenti in America per costruire una macchina di sua invenzione la quale dovrebbe, infine, permettergli di riprendere l’estrazione dell’argilla rossa dalle miniere di famiglia nel Cumberland.

Sir Thomas sa ballare il miglior valzer dell’epoca, è galante, fa mostra di interessarsi agli scritti di Edith, la riempie di quelle piccole, in questo caso interessate, attenzioni che Alan non sembra riuscire a darle: dove Sir Thomas si dedica, da buon shapeshifter, a prendere la forma desiderata da Edith così da poterne in seguito carpire la fiducia e il patrimonio, Alan diventa improvvisamente incapace di suscitare l’interesse della ragazza che pure lo stima anche se prova un velato risentimento verso le perplessità che egli le dimostra circa la sua relazione con Sharpe.

E’ Alan che introduce Edith allo studio delle presenze paranormali nei dagherrotipi ‘sporchi’ che va collezionando nei mercatini, è Alan che non si dà per vinto nemmeno quando Edith sposa Sir Thomas e continua a scavare alla ricerca di ciò che non torna nella storia del baronetto, è infine Alan che parte per andare al salvataggio della donna che altrimenti perirebbe, vittima del veleno di Lady Lucille Sharpe (Jessica Chastain), nella antica magione di Allerdale Hall.

Già perché ovviamente siamo in presenza di una ennesima variatio alla storia di Barbablù: manco a dirlo, i due fratelli Sharpe intrattengono un inconfessabile rapporto incestuoso (quanto ottocento in questo particolare!) e sono soliti uccidere le malcapitate che Thomas accalappia all’amo dei suoi truffaldini valzer da sogno.

E’ però proprio Thomas, il grande Mutaforma di questa storia, che risulta il carattere più interessante. Complice una sosta notturna ad una stazione di posta nella campagna del Cumberland, Thomas si innamora davvero di Edith e ciò lo spinge, in extremis e senza speranza, a salvarle la vita mentre la perfida Lucille, che nel mentre si è fatta carico del peso unico e totale della Figura Ombra, prova ad uccidere la giovane.


Pellicola di avvelenamenti à la Eugène Sue, di orrorifiche presenze cremisi (le povere signore Sharpe usate come bancomat dal baronetto infingardo) che però talvolta trascendono nel ridicolo (ma Del Toro è messicano e ciò potrebbe spiegarsi con certa grossolanità di immaginifico obbrobrioso tutta sudamericana) e di amore incrollabile che solca l’Atlantico anche quando tutto, ma proprio tutto, sembra perduto, Crimson Peak si ricorda anche e soprattutto per alcune potenti immagini che ne fanno senza dubbio un film d’autore salvandolo dall’altrimenti inevitabile catalogazione nei B-movies di genere.

L’entrata di Thomas e Edith a Allerdale Hall, questa magione isolata in terra ostile, non può non ricordare l’ingresso della giovanissima e bellissima Liz Taylor al Ranch Reata, il casone in mezzo al nulla de Il Gigante. Le immagini di questo palazzo costruito su un terreno argilloso rosso e sempre in movimento, il tetto sfondato di una casa in cui si vive all’addiaccio e le pareti delle stanze che letteralmente spurgano fango rosso (ed ecco il cremisi del titolo) come a significare una prolessi di quanto accadrà poi sono di certo il frutto e la marca di un cineasta di mestiere e con una visione tutta personale.

Se infatti Del Toro ha di recente detto, a Venezia74, che non riuscirebbe ad immaginare la vita senza mostri, diviene chiaro anche il ruolo che ha Thomas Sharpe nella storia: cambia la sua forma per interesse ma infine viene perduto da questo vortice di mutevolezza nel quale è troppo tardi per gettare un’ancora di appiglio ad una quotidianità di lavoro e fatica – quella di Alan McMichael, - che può non essere affascinante ma rappresenta la stabilità delle esistenze umane.

Magari da evitare la sera quando si è soli a casa, di certo da far vedere a tutti coloro che, confusi, sono ancora incapaci, come Eidth, di diventare i protagonisti del proprio romanzo di formazione.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.