venerdì 6 ottobre 2017

CinemaDautore : CRIMSON PEAK di Guillermo Del Toro

Nel viaggio che ogni Eroe compie alla ricerca di quel Sacro Graal che è la consapevolezza di sé, riassumibile nel Conosci te stesso che campeggiava come intim(id)azione all’entrata dei templi antichi, si presenta spesso un carattere il cui ruolo è quello del Mutaforma (Shapeshifter).

Egli, o ella, cela qualcosa, dice meno di quanto dovrebbe dire e possibilmente modifica la propria identità, spesso sviando l’Eroe dal cammino che il destino ha previsto per lui. Il Mutaforma è una sorta di vox media, può essere arruolato tra i buoni, e allora è solo un millantatore pasticcione, o può militare nelle fila dei cattivi, entro le quali esprime meglio la sua natura mutevole ed inafferrabile.

Più interessante ancora il caso in cui il Mutaforma reciti anche il ruolo di Figura Ombra, ossia di antagonista dell’Eroe, in modo da confondere lo spettatore su chi sia cosa. Abbastanza rari, invece, i casi in cui il Mutaforma non solo è Figura Ombra ma è così intimamente mutevole che alla fine della storia si redime portandoci ad avere compassione di lui e del suo inevitabile fato.

In quest’ultimo filone si inserisce il gotico e spettrale Crimson Peak (2015) del talentuoso regista messicano Guillermo Del Toro (Leone d’Oro a Venezia74). Si tratta di una storia di fantasmi, o presenze fantasmatiche giacché in più sequenze assai consistenti nella loro fisicità, ma è anche e soprattutto un lavoro raffinato di teoria della sceneggiatura.

Pescando a piene mani nella letteratura ottocentesca di genere e non – c’è tutto: da Jane Eyre a Cime tempestose, passando per Ann Radcliffe e Conan Doyle, - Del Toro, che è anche co-sceneggiatore appunto, mette in scena una storia forse non particolarmente originale quanto a soggetto ma di certo particolare sotto il profilo dello svolgimento.

Al centro c’è una donna, contesa tra due uomini. Si tratta di Edith Cushing (Mia Wasikowska), figlia di un imprenditore edile americano fattosi da sé, ragazza dalle vivaci aspirazioni letterarie e dotata di strani poteri paranormali che sin da bambina la mettono in contatto con esseri che sembrano provenire da un non meglio precisato aldilà.


Intorno a Edith gira da sempre Alan McMichael (Charlie Hunnam), un dottore che si ispira chiaramente a Conan Doyle, sia per i suoi metodi deduttivi che per i suoi interessi esoterici che lo portano al limite della scienza ufficiale. Dall’altro lato entra presto in scena il Mutaforma che ci traghetterà nel secondo atto del film: Sir Thomas Sharpe (Tom Hiddleston), avvenente baronetto decaduto che prova a trovare finanziamenti in America per costruire una macchina di sua invenzione la quale dovrebbe, infine, permettergli di riprendere l’estrazione dell’argilla rossa dalle miniere di famiglia nel Cumberland.

Sir Thomas sa ballare il miglior valzer dell’epoca, è galante, fa mostra di interessarsi agli scritti di Edith, la riempie di quelle piccole, in questo caso interessate, attenzioni che Alan non sembra riuscire a darle: dove Sir Thomas si dedica, da buon shapeshifter, a prendere la forma desiderata da Edith così da poterne in seguito carpire la fiducia e il patrimonio, Alan diventa improvvisamente incapace di suscitare l’interesse della ragazza che pure lo stima anche se prova un velato risentimento verso le perplessità che egli le dimostra circa la sua relazione con Sharpe.

E’ Alan che introduce Edith allo studio delle presenze paranormali nei dagherrotipi ‘sporchi’ che va collezionando nei mercatini, è Alan che non si dà per vinto nemmeno quando Edith sposa Sir Thomas e continua a scavare alla ricerca di ciò che non torna nella storia del baronetto, è infine Alan che parte per andare al salvataggio della donna che altrimenti perirebbe, vittima del veleno di Lady Lucille Sharpe (Jessica Chastain), nella antica magione di Allerdale Hall.

Già perché ovviamente siamo in presenza di una ennesima variatio alla storia di Barbablù: manco a dirlo, i due fratelli Sharpe intrattengono un inconfessabile rapporto incestuoso (quanto ottocento in questo particolare!) e sono soliti uccidere le malcapitate che Thomas accalappia all’amo dei suoi truffaldini valzer da sogno.

E’ però proprio Thomas, il grande Mutaforma di questa storia, che risulta il carattere più interessante. Complice una sosta notturna ad una stazione di posta nella campagna del Cumberland, Thomas si innamora davvero di Edith e ciò lo spinge, in extremis e senza speranza, a salvarle la vita mentre la perfida Lucille, che nel mentre si è fatta carico del peso unico e totale della Figura Ombra, prova ad uccidere la giovane.


Pellicola di avvelenamenti à la Eugène Sue, di orrorifiche presenze cremisi (le povere signore Sharpe usate come bancomat dal baronetto infingardo) che però talvolta trascendono nel ridicolo (ma Del Toro è messicano e ciò potrebbe spiegarsi con certa grossolanità di immaginifico obbrobrioso tutta sudamericana) e di amore incrollabile che solca l’Atlantico anche quando tutto, ma proprio tutto, sembra perduto, Crimson Peak si ricorda anche e soprattutto per alcune potenti immagini che ne fanno senza dubbio un film d’autore salvandolo dall’altrimenti inevitabile catalogazione nei B-movies di genere.

L’entrata di Thomas e Edith a Allerdale Hall, questa magione isolata in terra ostile, non può non ricordare l’ingresso della giovanissima e bellissima Liz Taylor al Ranch Reata, il casone in mezzo al nulla de Il Gigante. Le immagini di questo palazzo costruito su un terreno argilloso rosso e sempre in movimento, il tetto sfondato di una casa in cui si vive all’addiaccio e le pareti delle stanze che letteralmente spurgano fango rosso (ed ecco il cremisi del titolo) come a significare una prolessi di quanto accadrà poi sono di certo il frutto e la marca di un cineasta di mestiere e con una visione tutta personale.

Se infatti Del Toro ha di recente detto, a Venezia74, che non riuscirebbe ad immaginare la vita senza mostri, diviene chiaro anche il ruolo che ha Thomas Sharpe nella storia: cambia la sua forma per interesse ma infine viene perduto da questo vortice di mutevolezza nel quale è troppo tardi per gettare un’ancora di appiglio ad una quotidianità di lavoro e fatica – quella di Alan McMichael, - che può non essere affascinante ma rappresenta la stabilità delle esistenze umane.

Magari da evitare la sera quando si è soli a casa, di certo da far vedere a tutti coloro che, confusi, sono ancora incapaci, come Eidth, di diventare i protagonisti del proprio romanzo di formazione.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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