martedì 10 ottobre 2017

Comics : IL PORTO PROIBITO di Teresa Radice e Stefano Turconi

Lasciar andare, non trattenere, fare che ognuno segua la strada assegnatagli. Potrebbe essere una massima jedi del saggio Yoda o potrebbe riecheggiare quel che George Clooney dice a Sandra Bullock in Gravity, lo sci-fi filosofico di Alfonso Cuaròn: devi imparare a lasciar andare, Dottor Stone, lasciami andare…

E’ tutto avvolto intorno a questo fortissimo nucleo incandescente il graphic novel Il Porto Proibito di Teresa Radice e Stefano Turconi, un esperimento affascinante nel panorama della fumettistica italiana, adulto e grave tanto quanto lieve e vellutato nel trattare temi come il senso della vita, la morte, l’abbandono e, appunto, l’accettazione del dolore.

Già l’incipit è molto efficace: partiamo con una soggettiva ‘amniotica’ di un naufrago sott’acqua, che nasce o rinasce (questo lo scopriremo poi) alla vita su di un’isola sperduta del Siam. Chi sia, non lo sappiamo. Ne conosciamo solo il nome: Abel. Nome biblico che ci dovrebbe già dire di un innocente che ha subito un destino ingiusto.

Abel viene raccolto da una nave inglese, viene riportato in patria e viene benevolmente accolto dalle tre sorelle Stevenson – la riservata Helen, la carnale Heather e la piccola Harriet (modellate probabilmente sulle ragazze Dashwood di Ragione e sentimento) – che gestiscono a Plymouth una locanda lasciata loro dal padre, capitano della Royal Navy, misteriosamente scomparso ed accusato di aver trafugato un bottino di guerra dopo aver ucciso i suoi stessi uomini.


Alla bella e procace Heather si collega l’enigmatica e sensualissima Rebecca Riordan, tenutaria del Pillar to Post, il bordello dei marinai di Plymouth. Se dovessimo cercare un’attrice per darle il ruolo di Rebecca, potremmo proporre una come Rachelle Lefevre (Under the dome): una cascata di capelli rosso fuoco accompagnata da lentiggini e una grande sensualità ed empatia.

Abel entra in contatto con Rebecca e scopre che anche lei, in determinati momenti della giornata, riesce a vedere, all’orizzonte, quello strano porto avvolto dalle nebbie – forse un miraggio, somiglia a un quadro di Turner, - che nessun’altro sembra capace di scorgere.

Ma cosa hanno in comune Abel e Rebecca? E che ruolo gioca in questa storia William Roberts, il secondo del compianto capitano Stevenson? Lo comprendiamo strada facendo, nello svolgersi di una storia che non è semplice ma che infine si ricompone come un puzzle e tutto acquista una chiarezza cristallina, come sarà per il Porto Proibito quando Abel e Rebecca saranno finalmente pronti a vederlo in tutto il suo splendore.

Figura di Mentore e di locomotiva della storia è quella del capitano Nathan McLeod, personaggio riuscitissimo ed adorabile nelle sue dimensioni corpose e nel suo cuore d’oro: innamorato di Rebecca, donna perduta ottocentesca par excellence, egli la vorrebbe sottrarre al suo fato di cortigiana e per un momento sogna perfino di adottare Abel, che a lei sembra essere così caro, come loro figlio. Il destino avrà per loro in serbo piani diversi.

Per prima cosa va detto che il Porto è una vera festa per gli occhi: interamente in bianco e nero, è un libro di tavole realizzate a matita, con una decina di matite diverse al fine di rendere le differenti profondità e colorazioni. Stefano Turconi, disegnatore di questa piccola meraviglia, sostiene di amare molto “avere le mani sporche e sentire il contatto con la carta”. Ecco, questo è un testo che appena aperto vi dà proprio questa sensazione, il vecchio profumo della carta e della grafite.

Del resto la storia è ambientata durante le guerre napoleoniche, a metà tra Jane Austen (c’è parecchio di Persuasione, soprattutto) e Master and Commander, in un’Inghilterra classica che però Teresa Radice, sceneggiatrice, non rischia mai di far trascendere nel manierista. Ogni riferimento è accurato, ogni citazione – sia essa da Coleridge, la cui Ballata innerva un po’ tutta la storia, o da Wordsworth o Byron o Neruda, - è perfetta nel momento in cui viene espressa.

Il tratto è quello di un vero e proprio book of sketches, sono disegni spesso abbozzati ma che nascondono una ricerca formale lunga e tortuosa, specie nella caratterizzazione del personaggio: alcune inquadrature di Rebecca, l’incedere talvolta memore di John Wayne di McLeod, gli occhi sinceri di Abel non sono certo il frutto di una semplice bozza come saremmo portati a credere di primo acchito.


E’ un romanzo adulto perché si parla anche di amore, quello dei corpi che si incontrano e che, come dice Rebecca nella sua ultima lettera a Nathan, divengono una cosa sola. Con grande e raffinata sensibilità Turconi ritrae queste scene con una maestria sicura e consapevole, spesso dissolvendole in intreccio di corpi e anime che ricorda i quadri di Schiele.

Alla fine della storia il giallo verrà risolto, sì, capiremo chi ha ucciso il capitano Stevenson e perché. Ciò che resterà però senza soluzione, per noi ma anche per Nathan McLeod, è il grande mistero della vita: perché si vive, perché si muore, perché non si può fermare quell’attimo di splendore in cui eravamo felici. Ci risponde Rebecca, prima di andarsene, con le parole dell’amato Wordsworth: nonostante nulla possa restituirci lo splendore del prato, la gloria del fiore, noi non piangeremo, piuttosto troveremo forza in ciò che è rimasto indietro.

Lasciar andare, lasciare che ciò che deve essere, sia, questo è amare, sembrano volerci suggerire i due autori, perché nella gioia di ieri era già il dolore di oggi e, forse, la felicità di domani.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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