mercoledì 29 novembre 2017

CinemaDautore : UNA FOLLE PASSIONE di Susanne Bier

Si può amare troppo qualcuno? Non sembra un ossimoro pensare che un sentimento come l’amore possa essere eccessivamente forte? E in fin dei conti, se decidiamo di seguire gli insegnamenti oraziani e ci dedichiamo ad una sana metriotes, possiamo però dire d’aver mai amato?

Sono questi i quesiti che frullano nella testa di Susanne Bier, regista danese già premio Oscar per In un mondo perfetto (2011), che con Una folle passione (2014) costruisce una storia semplice e vera ad un tempo, tesa a mostrare più che dimostrare come un amore possa finire per annientare se stesso.

Siamo intorno al periodo della Grande Depressione, il lavoro è poco ma George Pemberton (Bradley Cooper) viene da una famiglia facoltosa e con i soldi di casa ha messo su un fiorente commercio di legname in un villaggio sperduto tra le montagne del Nord Carolina. Ad una fiera vede cavalcare Serena Shaw (Jennifer Lawrence) e capisce immediatamente che quella donna sarà sua moglie: prende un cavallo, la rincorre nel bosco e le chiede di sposarlo.

La vita dei due sembra un idillio, e forse lo è: Serena non è una di quelle damigelle dell’alta società tutte prese da feste e trattenimenti, tè e pettegolezzi; rimasta orfana sin da bambina in un incendio in cui lasciò morire (per forza) i fratellini più piccoli, è una giovane che sa cos’è la vita e non disdegna il trasferirsi con George al campo di lavoro della loro società.

Ben presto però nascono i problemi. Da un lato Serena fa di George tutto il suo mondo, sostituisce con lui tutto l’affetto che gli eventi della vita le avevano tolto; dall’altro George ha un passato da nascondere: oltre a non essere uno stinco di santo (ma quale imprenditore lo è?) ha messo incinta una sua lavorante anni prima, la quale torna con figlio a carico e lui la riprende al lavoro, cercando di nascondere a Serena l’affetto che sente per questo figlioletto illegittimo.

Serena resta incinta ma nel tentativo di salvare la vita di Galloway (Rhys Ifans), feritosi al campo - un oscuro factotum del marito dalle convinzioni bibliche esasperate che ricorda il personaggio di De Niro in Cape Fear, - perde il bambino e la possibilità di rimanere nuovamente incinta in futuro. Comincia a bere e per quanto i rapporti col marito siano sempre caratterizzati da una grande passione, Serena somatizza la mancata maternità covando un odio sordo verso la giovane lavorante madre del figlio di suo marito.

In un crescendo di colpi di scena Serena chiede a Galloway – che le deve la vita, - di uccidere madre e bambino, tutto per poter vivere finalmente serena con George. Le cose si mettono al peggio, George ormai rovinato riesce se non altro a salvare il figlio e poi si fa uccidere da quel puma (un'incarnazione del destino?) che inseguiva – lui abile cacciatore, - sin dall’inizio del film; Serena, compreso che ormai tutto è perduto nel momento in cui vede il cadavere del marito adagiato su un carro mentre i suoi lavoranti lo riportano al campo, prepara due bicchieri, prende dello Champagne, indossa il négligé ed il vestito blu preferiti da George, si stende a letto ed in fine da fuoco alla casa con l’accendino del marito, chiudendo quel cerchio che l’aveva vista sopravvivere anni prima ad un avvenimento simile.

I temi di cui questo film si occupa sono tanti. Certo l’amore ma anche, appunto, il destino: vuole forse dirci, con questo infausto ending, che Serena non avrebbe mai dovuto sopravvivere all’incendio di anni addietro? Forse che il destino s’è ripreso ciò che sbadatamente aveva elargito quasi sovrappensiero?

E che dire della fedeltà. Non era forse una fedeltà al limite della follia quella di Serena? Senza dubbio sì, ma si può dare un’accezione negativa ad un concetto così positivo come la fedeltà? Questa pellicola ragiona anche su questo, sul relativismo da vox media di molti dei concetti cui noi tendiamo a dare delle definizioni sempre positive.


Bier è bravissima a scavare con dei primissimi piani ricorrenti nelle espressioni di Jennifer Lawrence che si conferma artista di grande talento: perché è tutto sul volto e negli occhi di Serena che accade in questo film, la storia esteriore non è altro che un’estrinsecazione di quanto avviene nel cuore della protagonista. La lacrima che scende a rigare la guancia di Serena – lei che non piange dall’infanzia, - quando il marito le comunica la notizia dell’aborto ha cinematograficamente la forza dilavante di un’inondazione.

Ma la domanda inquietante che anima tutto il film rimane. Si può amare troppo qualcuno? Perché ciò che Serena fa, lo fa per amore, questo è fuor di dubbio. Qual è il limite che deve trovare l’amore per un’altra persona? Serena è uno stupendo personaggio alla continua ricerca di un affetto che le è mancato nell’infanzia, proprio come la protagonista del film Padri e Figlie di Gabriele Muccino: solo che mentre quest’ultima si salva trovando l’equilibrio in un ragazzo che la accetta per come è, con i suoi difetti, e prova ad aiutarla rispettando la sua natura, nel caso di Serena siamo di fronte ad una persona irrisolta che non raggiunge l’equilibrio ma al contrario lo perturba intorno a sé.

L’importante è aver amato, si dice di solito quando una storia finisce. Allora forse lo spettatore non potrà non provare tenerezza per un personaggio come quello di Serena, donna così sentimentale da sembrare uscita da una tragedia greca.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

martedì 21 novembre 2017

CinemaDautore : IN TIME di Andrew Niccol

Spiegare a un ricco come vive un povero è una missione più impossibile di quelle cui ci ha ormai abituati Tom Cruise. Ciò non perché il ricco sia per forza insensibile (molti lo sono epperò, a dire il vero, sono una minoranza), ma semplicemente perché non è facile per chi ha immaginare cosa sia la vita di chi non ha. L’immedesimazione proiettiva è per sua natura anche reattiva: come quando vediamo un uomo che si ferisce, tendiamo a distogliere lo sguardo; così quando capiamo davvero come vive un povero, proviamo a dimenticarcene.

Allora forse il cinema, la fictio per eccellenza, può venirci in aiuto. Così sembra pensare Andrew Niccol, già regista di Gattaca (1997) e soggettista per Truman Show (1998) e The Terminal (2004), che firma un film tanto strano eppure tanto necessario ed ovvio come In Time (2011), una distopia sin troppo vera e sin troppo attuale che ci mette spalle al muro e ci costringe a riflettere, senza scuse e senza giustificazioni.

E’ una storia curiosa, senza dubbio. Siamo in un futuro non troppo lontano, dove si può vivere ‘tranquilli’ sino ai 25 anni; dopodiché, il tempo in più bisogna guadagnarselo, lavorando rubando combattendo – come volete, - basta ottenere secondi minuti ore da aggiungere ad un orologio verde sottocutaneo che tutti portano al braccio e che scorre inesorabile. Se arriva a zero, cadi a terra morto.

Il mondo è diviso quindi in aree temporali: New Greenwich, la zona più ricca (solo per passare il casello dell’autostrada bisogna ‘depositare’ un anno), dove vivono persone così ricche di tempo che sono immortali; il Ghetto, zona poverissima in cui ci si ammazza per trenta minuti, dove la Carità del Tempo apre la mattina per distribuire un po’ di minuti ai poveri, giusto perché non stramazzino a terra, dove i prezzi salgono sempre e sempre in concomitanza, guarda un po’, con l’abbassarsi dei salari (sicuri che sia fantascienza?)

Già perché Will Salas (Justin Timberlake), il nostro protagonista, lo capisce presto come funziona il giochetto ideato dai piani alti: spazio per tutti, su questo pianeta, non ce n’è, così “affinché pochi vivano per sempre, tutti gli altri devono morire”. Ma come si può far morire un povero diavolo se lavora onestamente, non spende in pazzie e cerca solo di tirare avanti? Presto detto: alzi i prezzi e abbassi i salari. Prima o poi, quello muore.


Will questo lo apprende per caso, da un signore giunto nel Ghetto con un orologio da 100 anni, una rarità pericolosa, a quelle latitudini. Il ricco Henry Hamilton (Matt Bomer) è stanco di vivere, sostiene che se anche il fisico resta giovane, la mente ad un certo punto vuole farla finita. Braccato da alcuni malviventi che vogliono il ‘suo secolo’, è salvato da Salas che invece, inspiegabilmente e pur vivendo sempre alla giornata e senza il tempo per far nulla se non lavorare, non gli ruba niente.

Allora Hamilton, prima di suicidarsi, trasferisce a Will tutto il suo tempo, innescando quella rivolta sociale che egli aveva intravisto e nella quale aveva sperato osservando questo giovane di principi sinceri, incorruttibile, capace di sacrificio anche quando gli costa il non poter salvare sua madre che, pagate le bollette, non riesce a prendere l’autobus causa l’ennesimo aumento del biglietto e non raggiungendo il figlio finisce il suo tempo e cade a terra morta.

Ma il vero prodigio di questo film è Sylvia Weis (un’incantevole e bravissima Amanda Seyfried), la ricca, viziata e tuttavia inconsapevolmente insoddisfatta figlia del magnate Philippe Weis (Vincent Kartheiser), prestatore di tempo (c’è qualcosa di più biblicamente pornografico?) e grandissimo finanziere che custodisce nella sua cassaforte un milione di anni. Sylvia scopre che pur potendo vivere in eterno – grazie ai milioni, pardon anni, del padre, - in realtà non ha vissuto nemmeno un giorno, lo dice chiaramente a Will nel momento di maggior pericolo: “Mi hai salvato la vita: ora e tutti i giorni da quando ti conosco.”

Will e Sylvia cominciano a depredare (“E’ rubare, se è già stato rubato?”, massima di sapore russoviano che ripetono in continuazione) le filiali della Banca Weis ma - cosa inspiegabile per il severo Custode del Tempo Raymond Leon (Cillian Murphy), - gli anni che rubano li ridistribuiscono a chi di anni non ne ha. Del resto, come le ripete Will “io ho sempre vissuto con un giorno, quanto serve?”

Il poliziotto Leon, pur nella sua ammirevole ed incorruttibile inflessibilità (rifiuta persino una mazzetta dal potente Weis), continua a ribadire come un pappagallo, anche mentre sta per morire, la frase che Will detesta più di tutte: non ho attivato io l’orologio, è così e basta. Ma se è così e basta, che fine fa la libertà dell’uomo, la scelta, l’amore?


Will è figlio di un uomo che è stato giustiziato perché vinceva tempo in combattimento ma soprattutto lo regalava, mettendo a rischio il sistema. “Mio padre non regalava il tempo, regalava speranza” dice Will, in un mondo in cui i ricchi di tempo passano da una festa all’altra, da un casinò ad un ricevimento mentre i poveri di tempo sperano di trovare qualche minuto che permetta loro di poter passare almeno le feste a casa dal lavoro e con i propri cari.

“Non ho tempo per una ragazza” dice Will alla madre quando questa si lamenta del fatto che non le ha ancora dato un nipotino. Ed è vero: nel Ghetto non c’è tempo per nulla se non per lavorare, pagare, sopravvivere. La tua vita non è tua, è dei padroni del tempo. Tutti corrono, nel Ghetto, sono sempre di fretta: aspettare il tempo vuol dire perdere il tempo e condannarsi alla morte. Lo comprende bene Sylvia, pur se traumaticamente, non appena mette piede in periferia: lei abituata a fare tutto con la lentezza di chi sa di avere milioni di anni di fronte a sé, di chi non deve pagare le bollette, di chi non ha sul braccio un solo giorno di tempo.

I just want to take your time, diceva una canzone. In fin dei conti la nostra vita si gioca sul tempo, sul tempo che possiamo dare, sul tempo che chiediamo, sul tempo che ci viene concesso da quell’orologio invisibile che tutto comanda. Niccol ha trovato, con la sua metafora, una chiave eccezionale per parlare di quello che è e potrebbe essere l’amore – come già in THX 1138 di George Lucas: l’unico vero atto di ribellione, - con la coppia Will e Sylvia che diviene la leva per far saltare in aria un sistema iniquo, crudele e insensibile.

L’avevo detto che c’erano banche più grandi. Dopo aver sottratto a Mr. Weis un milione di anni ed averlo ridistribuito tra i poveri del Ghetto, è proprio Sylvia a condurre Will a nuove imprese ancora più ambiziose: se lui ha acceso la miccia, è lei che gli dà il coraggio di incendiare il mondo. Perché alla fine, se pure il nostro tempo è limitato, l’importante è non sprecarlo e Sylvia sa di non aver fatto altro nella vita: ha giocato a fare la bambolina viziata e ‘soffocata’ da rituali privi di alcuna vera sostanza.

Don’t waste my time è ciò che Hamilton lascia scritto sul vetro di una finestra a Will, dopo avergli donato un secolo. Perché il tempo sprecato è solo quello che non è donato.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

sabato 18 novembre 2017

STAR WARS : se è destino, è destino (purché la Forza sia con te)

Da qualche settimana è uscita in libreria, per i tipi de Il Castoro, un’ottima biografia del creatore di due dei più grandi franchise cinematografici degli ultimi quarant’anni. George Lucas, La Biografia (ed. Il Castoro, pp. 511, € 22) di Brian Jay Jones è un esaustivo quanto appassionante viaggio nella vita di un cineasta che dalla controcultura della Nuova Hollywood ha saputo creare uno degli imperi mediatici più resistenti del nuovo millennio.


Il libro è fitto e denso di aneddoti e curiosità ma su tutto resta un fil rouge imprescindibile che è una lezione di vita: la nascita, il tortuoso e accidentato concepimento del progetto Guerre Stellari che rimane, nella produzione di Lucas ma anche nell’immaginario collettivo, una sorta di unicum narrativo calato da chissà dove (dallo spazio?) in una Hollywood che sembrava aver perduto la capacità di raccontare storie.

In effetti Lucas partì proprio da questo. Voleva raccontare una storia. Ma non più una storia di quelle che pure amava tanto nel cinéma vérité francese della Nouvelle Vague: il giovane e ribelle George si era accorto che il nostro mondo ormai prosaico e focalizzato sul facile guadagno mancava di miti, di storie archetipiche con cui i bambini potessero crescere.

E tuttavia la cavalcata verso la produzione di quello che per un periodo sarebbe stato il maggior successo di botteghino di tutti i tempi non fu affatto facile. Non fu l’ovvio parto del golden boy Lucas già vezzeggiato dalla critica; non fu nemmeno un film che il sistema degli studios apprezzò sin dal suo concepimento. Fu una serendipica successione di eventi che portarono ad un esito inaspettato e forse però già scritto nelle stelle (quelle della Walk of Fame, almeno).

Reduce dal moderato disastro commerciale del suo pur pregevolissimo film d’esordio - la distopica storia L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) che racconta di un mondo soggiogato da un regime totalitario ed anaffettivo in cui il vero atto di ribellione è l’atto d’amore, - con la Warner Bros. che a causa sua tagliava i rapporti col suo mentore Francis Ford Coppola, Lucas era riuscito fortunosamente a leccarsi le ferite grazie all’insperato successo di American Graffiti, una pellicola nostalgica in salsa Happy Days sui suoi giorni giovanili nella natia Modesto.

A quel punto Lucas stava lavorando ad un progetto dal titolo provvisorio, Apocalypse Now, che però di lì a breve l’ ‘amico’ Coppola gli avrebbe soffiato facendone lui un film di culto. George allora, rimasto a bocca asciutta, decise che avrebbe fatto un film su Flash Gordon, una delle sue grandi passioni infantili, eroe dei fumetti e delle serie tv fantascientifiche anni ’50.

Con la sua piccola, neonata compagnia, la Lucasfilm Ltd., si rivolse allora alla King Features che deteneva i diritti di Flash ma nulla, chiedevano troppi soldi. Per l’ennesima volta sfiduciato, di nuovo a corto di denaro e con un’altra porta sbattuta in faccia, Lucas se ne tornò a casa pensando che qualcosa sullo spazio l’avrebbe fatto lo stesso. Si mise al tavolo da scrittura – scrivere è sempre stata la sua fatica più grande, - e buttò giù due paginette di soggetto. Titolo: The Star Wars. La Forza cominciava a scorrere potente nel giovane George.

Ma sarebbe sbagliato pensare che con ciò si risolvesse la questione. Al contrario, Lucas procedeva nella stesura di tante storie diverse, c’era un generale Skywalker che doveva scortare una Principessa Leia, c’era uno strano ordine cavalleresco denominato Jedi Bendu e due droidi cui voleva riservare delle gag comiche.

Ci vollero mesi. Intanto, gli venivano altre idee che discuteva con l'amico Steven Spielberg. Perché non raccontare la storia di un archeologo avventuriero che negli anni ’30 gira il mondo alla ricerca di cimeli inestimabili? Ma come chiamarlo? Perché magari non Indiana, come l’amato alaskan malamute di George e Marcia Lucas? Bene, perlomeno intanto era nato Indiana Smith, professore di archeologia che avrebbe presto cambiato cognome in Jones.

Quando il soggetto di The Star Wars fu pronto per mostrarlo alla 20th Century Fox, quelli che lo lessero vi capirono poco o nulla. Il denaro però era già stanziato e la produzione partì lo stesso, anche se nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato su questa strana storia a metà tra Parsifal e Odissea nello spazio. Tanto che infine il produttore  cedette su alcuni punti contrattuali che sembravano irrilevanti: Lucas avrebbe mantenuto i diritti sia su eventuali sequel che su tutto il merchandising relativo al film. Alla Fox, oggi, ancora piangono.

Persino durante le riprese nessuno credeva nel film. Lucas sfiorò l’infarto da stress eccessivo e Harrison Ford o Carrie Fisher non mancavano di ripetere che a loro sembrava di girare, giorno dopo giorno, un film senza alcun senso. Si rompevano i modellini delle astronavi, i droidi si ossidavano per via della polvere del deserto, l’attore che impersonava C-3PO era costretto a tenersi addosso per l’intera giornata un dolorosissimo costume metallico che nella mente di Lucas doveva essere un omaggio a Metropolis di Fritz Lang.


Una volta girato e montato Star Wars apparve un’assurdità praticamente a tutti, dagli attori ai produttori. Ma che diavolo erano tutte queste battaglie, i Jedi, le spade di luce? Per non parlare di “quella specie di grosso cane che co-pilotava il Millennium Falcon” (parole di Harrison Ford). Unica stecca nel coro, come al solito, Steven Spielberg: vide il film in anteprima e disse a Lucas “amico, potrebbe anche essere il più bel film che è stato mai realizzato.”

Star Wars uscì timidamente in 32 sale in tutti gli Stati Uniti, quasi una programmazione da cinema parrocchiale. Chiunque avrebbe scommesso che sarebbe stato in cartellone due settimane e quindi la Fox lo avrebbe messo in conto perdite in attesa che generasse utili magari in futuro. Ma poi accadde l’inspiegabile. Il word of mouth. Fuori da quei 32 cinema cominciarono a formarsi code interminabili di giovani, quegli stessi giovani ribelli e arrabbiati che Lucas aveva intuito fossero cresciuti senza un mito contemporaneo, senza un romanzo di formazione per la loro generazione.

Si dovettero stampare nuove copie del film, decine e decine di sale lo richiesero e nel giro di un anno superò Lo Squalo di Spielberg (1975), considerato a tutt’oggi l’iniziatore del genere blockbuster. Ne nacque una tale febbre che si corse alla realizzazione di giocattoli e gadget di ogni genere, cominciarono i raduni di appassionati, c’era chi addirittura era (ed è) convinto di appartenere alla religione Jedi.

E intanto Steven Spielberg, che nel film aveva investito mentre tutti lo davano per spacciato, se la rideva. Come quella volta che aveva invitato l’amico George a visitare il set de Lo Squalo: Lucas aveva infilato la testa dentro all’enorme marchingegno meccanico e Spielberg aveva chiuso l’amico nelle fauci del Leviatano. Riuscendo solo fortunosamente a estrarre il busto di Lucas dalle mandibole (Jaws, appunto) del mostro, i due, come scolaretti, erano fuggiti dal set a gambe levate temendo di aver danneggiato la costosa attrezzatura della Universal.

Gente strana, gente di cinema.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

sabato 11 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 : dove il mostro è più grande, il genio è più piccolo

Replicare un gioiellino sembra la cosa più facile del mondo: è piccolo, è perfetto, è riproducibile. Poi alla prova dei fatti, però, è assai meno semplice riplasmare un bello piccolo che un bello grande, industriale, magniloquente e pianificato. In questo comprensibile misunderstanding sembrano essersi impantanati anche i pur talentuosissimi Duffer Brothers.

La seconda stagione della pluripremiata e plurielogiata serie di Netflix Stranger Things, arrivata sulla piattaforma online alla fine di ottobre, certo non delude le aspettative ma non porta con sé quel wit, quella forza inventiva che aveva stregato milioni di spettatori in giro per il mondo. Sia chiaro: il successo c’è comunque ed è meritato, l’ambientazione e i personaggi sono ormai parte del nostro panorama immaginifico affettivo.

Se la serie rimane come sempre una grande operazione nostalgia, con i piccoli protagonisti che se ne vanno all’Arcade a giocare a Dragon’s Lair, uno dei primi videogames con grafica animata curata da Don Bluth, protagonista del cinema per ragazzi anni ’80, è anche vero che questa seconda stagione sembra essere né più né meno che un remake di se stessa, una gemmazione un poco deludente di un embrione che invece conteneva in sé – ancora da esprimere, - tutta una gamma di notevoli potenzialità.

Non è tanto che i mostri vengano magnificati colla lente d’ingrandimento, a lasciare perplessi, quanto piuttosto che essi escano da quel riserbo a metà tra il segreto governativo e l’inesplicabilità scientifico-filosofica: se l’opera d’arte diventa (troppo) facilmente riproducibile, finisce per morire della sua stessa banalizzazione.


Mentre nella prima stagione davvero nessuno di noi capiva con che cosa avessimo a che fare – tutti gli indizi erano depositati nel nostro subconscio, eppure faticavamo a connettere i punti, - in questi nuovi episodi manca quel senso di indefinito e di meraviglioso possibile che finisce per far affievolire quasi subito l’intera trama. Si indulge un pochino troppo sul rapporto tra Hopper (David Harbour) e la rediviva Undici (Millie Bobby Brown), si scambia la noiosa routine dei ragazzini di una provincia con la costruzione ritmata di una vera suspense, si introduce un nuovo personaggio, Mad Max (Sadie Sink), che sebbene porti una scossa elettrica nei rapporti tra i giovani protagonisti, non contribuisce troppo ad arricchire la trama.

Più interessante è l’evoluzione del rapporto tra Nancy (Natalie Dyer) e Jonathan (Charlie Heaton) che giocano per tutti gli episodi a non volersi trovare ma che di nuovo le circostanze costringeranno a stare a stretto contatto ed a scoprirsi forse più legati di quanto non credano.

Hitchcock diceva che il McGuffin, ossia la ragione movente sottostante alle trame di un grande thriller, può anche essere poco interessante in sé (chi di noi ha mai capito davvero a che cosa serviva l’uranio in Notorious?) basta che però sia sufficiente ad accendere la miccia della suspense che poi ci condurrà avanti in tutta la storia. Stranger Things 2 pare aver fatto l’errore di rendere un po’ troppo visibile il McGuffin, di spiegare ciò che era meglio non spiegare (come se Ridley Scott ci avesse fatto una piantina con cui poter trovare i bastioni di Orione o le porte di Tannhauser) ed in questo modo ha ridotto la tensione e la curiosità ad un livello lievemente didascalico.

I richiami al grande cinema anni ’80 e ’90 non mancano, da Will (Noah Schnapp) che esce dalla porta dell’Arcade in un Sottosopra infuocato come in Incontri ravvicinati fino a Steve (Joe Keery) che nella vecchia discarica affronta da solo un gruppo di demogorgoncini praticamente modellati sui raptor di Jurassic Park e Jurassic World (cacciano anche allo stesso modo, uno di fronte e due di lato).


Ma basta questo per dire che l’operazione è riuscita? Forse è un po’ poco? Si potrebbe vederla come George Lucas circa Il risveglio della Forza: certo è un buon prodotto, ci dà ciò che noi vogliamo vedere ma tende a non innovare. Il problema è che se di Hollywood sappiamo che ormai propende verso la riproposizione di contenuti sicuri per un pubblico fidelizzato, sembrava che le tv online con Netflix in prima fila avrebbero infine preso il testimone dell’innovazione rischiando nuove vie narrative.

Forse è proprio vero che appiccato l’incendio, si finisce prima o poi per fare i pompieri.


© CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.