martedì 21 novembre 2017

CinemaDautore : IN TIME di Andrew Niccol

Spiegare a un ricco come vive un povero è una missione più impossibile di quelle cui ci ha ormai abituati Tom Cruise. Ciò non perché il ricco sia per forza insensibile (molti lo sono epperò, a dire il vero, sono una minoranza), ma semplicemente perché non è facile per chi ha immaginare cosa sia la vita di chi non ha. L’immedesimazione proiettiva è per sua natura anche reattiva: come quando vediamo un uomo che si ferisce, tendiamo a distogliere lo sguardo; così quando capiamo davvero come vive un povero, proviamo a dimenticarcene.

Allora forse il cinema, la fictio per eccellenza, può venirci in aiuto. Così sembra pensare Andrew Niccol, già regista di Gattaca (1997) e soggettista per Truman Show (1998) e The Terminal (2004), che firma un film tanto strano eppure tanto necessario ed ovvio come In Time (2011), una distopia sin troppo vera e sin troppo attuale che ci mette spalle al muro e ci costringe a riflettere, senza scuse e senza giustificazioni.

E’ una storia curiosa, senza dubbio. Siamo in un futuro non troppo lontano, dove si può vivere ‘tranquilli’ sino ai 25 anni; dopodiché, il tempo in più bisogna guadagnarselo, lavorando rubando combattendo – come volete, - basta ottenere secondi minuti ore da aggiungere ad un orologio verde sottocutaneo che tutti portano al braccio e che scorre inesorabile. Se arriva a zero, cadi a terra morto.

Il mondo è diviso quindi in aree temporali: New Greenwich, la zona più ricca (solo per passare il casello dell’autostrada bisogna ‘depositare’ un anno), dove vivono persone così ricche di tempo che sono immortali; il Ghetto, zona poverissima in cui ci si ammazza per trenta minuti, dove la Carità del Tempo apre la mattina per distribuire un po’ di minuti ai poveri, giusto perché non stramazzino a terra, dove i prezzi salgono sempre e sempre in concomitanza, guarda un po’, con l’abbassarsi dei salari (sicuri che sia fantascienza?)

Già perché Will Salas (Justin Timberlake), il nostro protagonista, lo capisce presto come funziona il giochetto ideato dai piani alti: spazio per tutti, su questo pianeta, non ce n’è, così “affinché pochi vivano per sempre, tutti gli altri devono morire”. Ma come si può far morire un povero diavolo se lavora onestamente, non spende in pazzie e cerca solo di tirare avanti? Presto detto: alzi i prezzi e abbassi i salari. Prima o poi, quello muore.


Will questo lo apprende per caso, da un signore giunto nel Ghetto con un orologio da 100 anni, una rarità pericolosa, a quelle latitudini. Il ricco Henry Hamilton (Matt Bomer) è stanco di vivere, sostiene che se anche il fisico resta giovane, la mente ad un certo punto vuole farla finita. Braccato da alcuni malviventi che vogliono il ‘suo secolo’, è salvato da Salas che invece, inspiegabilmente e pur vivendo sempre alla giornata e senza il tempo per far nulla se non lavorare, non gli ruba niente.

Allora Hamilton, prima di suicidarsi, trasferisce a Will tutto il suo tempo, innescando quella rivolta sociale che egli aveva intravisto e nella quale aveva sperato osservando questo giovane di principi sinceri, incorruttibile, capace di sacrificio anche quando gli costa il non poter salvare sua madre che, pagate le bollette, non riesce a prendere l’autobus causa l’ennesimo aumento del biglietto e non raggiungendo il figlio finisce il suo tempo e cade a terra morta.

Ma il vero prodigio di questo film è Sylvia Weis (un’incantevole e bravissima Amanda Seyfried), la ricca, viziata e tuttavia inconsapevolmente insoddisfatta figlia del magnate Philippe Weis (Vincent Kartheiser), prestatore di tempo (c’è qualcosa di più biblicamente pornografico?) e grandissimo finanziere che custodisce nella sua cassaforte un milione di anni. Sylvia scopre che pur potendo vivere in eterno – grazie ai milioni, pardon anni, del padre, - in realtà non ha vissuto nemmeno un giorno, lo dice chiaramente a Will nel momento di maggior pericolo: “Mi hai salvato la vita: ora e tutti i giorni da quando ti conosco.”

Will e Sylvia cominciano a depredare (“E’ rubare, se è già stato rubato?”, massima di sapore russoviano che ripetono in continuazione) le filiali della Banca Weis ma - cosa inspiegabile per il severo Custode del Tempo Raymond Leon (Cillian Murphy), - gli anni che rubano li ridistribuiscono a chi di anni non ne ha. Del resto, come le ripete Will “io ho sempre vissuto con un giorno, quanto serve?”

Il poliziotto Leon, pur nella sua ammirevole ed incorruttibile inflessibilità (rifiuta persino una mazzetta dal potente Weis), continua a ribadire come un pappagallo, anche mentre sta per morire, la frase che Will detesta più di tutte: non ho attivato io l’orologio, è così e basta. Ma se è così e basta, che fine fa la libertà dell’uomo, la scelta, l’amore?


Will è figlio di un uomo che è stato giustiziato perché vinceva tempo in combattimento ma soprattutto lo regalava, mettendo a rischio il sistema. “Mio padre non regalava il tempo, regalava speranza” dice Will, in un mondo in cui i ricchi di tempo passano da una festa all’altra, da un casinò ad un ricevimento mentre i poveri di tempo sperano di trovare qualche minuto che permetta loro di poter passare almeno le feste a casa dal lavoro e con i propri cari.

“Non ho tempo per una ragazza” dice Will alla madre quando questa si lamenta del fatto che non le ha ancora dato un nipotino. Ed è vero: nel Ghetto non c’è tempo per nulla se non per lavorare, pagare, sopravvivere. La tua vita non è tua, è dei padroni del tempo. Tutti corrono, nel Ghetto, sono sempre di fretta: aspettare il tempo vuol dire perdere il tempo e condannarsi alla morte. Lo comprende bene Sylvia, pur se traumaticamente, non appena mette piede in periferia: lei abituata a fare tutto con la lentezza di chi sa di avere milioni di anni di fronte a sé, di chi non deve pagare le bollette, di chi non ha sul braccio un solo giorno di tempo.

I just want to take your time, diceva una canzone. In fin dei conti la nostra vita si gioca sul tempo, sul tempo che possiamo dare, sul tempo che chiediamo, sul tempo che ci viene concesso da quell’orologio invisibile che tutto comanda. Niccol ha trovato, con la sua metafora, una chiave eccezionale per parlare di quello che è e potrebbe essere l’amore – come già in THX 1138 di George Lucas: l’unico vero atto di ribellione, - con la coppia Will e Sylvia che diviene la leva per far saltare in aria un sistema iniquo, crudele e insensibile.

L’avevo detto che c’erano banche più grandi. Dopo aver sottratto a Mr. Weis un milione di anni ed averlo ridistribuito tra i poveri del Ghetto, è proprio Sylvia a condurre Will a nuove imprese ancora più ambiziose: se lui ha acceso la miccia, è lei che gli dà il coraggio di incendiare il mondo. Perché alla fine, se pure il nostro tempo è limitato, l’importante è non sprecarlo e Sylvia sa di non aver fatto altro nella vita: ha giocato a fare la bambolina viziata e ‘soffocata’ da rituali privi di alcuna vera sostanza.

Don’t waste my time è ciò che Hamilton lascia scritto sul vetro di una finestra a Will, dopo avergli donato un secolo. Perché il tempo sprecato è solo quello che non è donato.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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