mercoledì 29 novembre 2017

CinemaDautore : UNA FOLLE PASSIONE di Susanne Bier

Si può amare troppo qualcuno? Non sembra un ossimoro pensare che un sentimento come l’amore possa essere eccessivamente forte? E in fin dei conti, se decidiamo di seguire gli insegnamenti oraziani e ci dedichiamo ad una sana metriotes, possiamo però dire d’aver mai amato?

Sono questi i quesiti che frullano nella testa di Susanne Bier, regista danese già premio Oscar per In un mondo perfetto (2011), che con Una folle passione (2014) costruisce una storia semplice e vera ad un tempo, tesa a mostrare più che dimostrare come un amore possa finire per annientare se stesso.

Siamo intorno al periodo della Grande Depressione, il lavoro è poco ma George Pemberton (Bradley Cooper) viene da una famiglia facoltosa e con i soldi di casa ha messo su un fiorente commercio di legname in un villaggio sperduto tra le montagne del Nord Carolina. Ad una fiera vede cavalcare Serena Shaw (Jennifer Lawrence) e capisce immediatamente che quella donna sarà sua moglie: prende un cavallo, la rincorre nel bosco e le chiede di sposarlo.

La vita dei due sembra un idillio, e forse lo è: Serena non è una di quelle damigelle dell’alta società tutte prese da feste e trattenimenti, tè e pettegolezzi; rimasta orfana sin da bambina in un incendio in cui lasciò morire (per forza) i fratellini più piccoli, è una giovane che sa cos’è la vita e non disdegna il trasferirsi con George al campo di lavoro della loro società.

Ben presto però nascono i problemi. Da un lato Serena fa di George tutto il suo mondo, sostituisce con lui tutto l’affetto che gli eventi della vita le avevano tolto; dall’altro George ha un passato da nascondere: oltre a non essere uno stinco di santo (ma quale imprenditore lo è?) ha messo incinta una sua lavorante anni prima, la quale torna con figlio a carico e lui la riprende al lavoro, cercando di nascondere a Serena l’affetto che sente per questo figlioletto illegittimo.

Serena resta incinta ma nel tentativo di salvare la vita di Galloway (Rhys Ifans), feritosi al campo - un oscuro factotum del marito dalle convinzioni bibliche esasperate che ricorda il personaggio di De Niro in Cape Fear, - perde il bambino e la possibilità di rimanere nuovamente incinta in futuro. Comincia a bere e per quanto i rapporti col marito siano sempre caratterizzati da una grande passione, Serena somatizza la mancata maternità covando un odio sordo verso la giovane lavorante madre del figlio di suo marito.

In un crescendo di colpi di scena Serena chiede a Galloway – che le deve la vita, - di uccidere madre e bambino, tutto per poter vivere finalmente serena con George. Le cose si mettono al peggio, George ormai rovinato riesce se non altro a salvare il figlio e poi si fa uccidere da quel puma (un'incarnazione del destino?) che inseguiva – lui abile cacciatore, - sin dall’inizio del film; Serena, compreso che ormai tutto è perduto nel momento in cui vede il cadavere del marito adagiato su un carro mentre i suoi lavoranti lo riportano al campo, prepara due bicchieri, prende dello Champagne, indossa il négligé ed il vestito blu preferiti da George, si stende a letto ed in fine da fuoco alla casa con l’accendino del marito, chiudendo quel cerchio che l’aveva vista sopravvivere anni prima ad un avvenimento simile.

I temi di cui questo film si occupa sono tanti. Certo l’amore ma anche, appunto, il destino: vuole forse dirci, con questo infausto ending, che Serena non avrebbe mai dovuto sopravvivere all’incendio di anni addietro? Forse che il destino s’è ripreso ciò che sbadatamente aveva elargito quasi sovrappensiero?

E che dire della fedeltà. Non era forse una fedeltà al limite della follia quella di Serena? Senza dubbio sì, ma si può dare un’accezione negativa ad un concetto così positivo come la fedeltà? Questa pellicola ragiona anche su questo, sul relativismo da vox media di molti dei concetti cui noi tendiamo a dare delle definizioni sempre positive.


Bier è bravissima a scavare con dei primissimi piani ricorrenti nelle espressioni di Jennifer Lawrence che si conferma artista di grande talento: perché è tutto sul volto e negli occhi di Serena che accade in questo film, la storia esteriore non è altro che un’estrinsecazione di quanto avviene nel cuore della protagonista. La lacrima che scende a rigare la guancia di Serena – lei che non piange dall’infanzia, - quando il marito le comunica la notizia dell’aborto ha cinematograficamente la forza dilavante di un’inondazione.

Ma la domanda inquietante che anima tutto il film rimane. Si può amare troppo qualcuno? Perché ciò che Serena fa, lo fa per amore, questo è fuor di dubbio. Qual è il limite che deve trovare l’amore per un’altra persona? Serena è uno stupendo personaggio alla continua ricerca di un affetto che le è mancato nell’infanzia, proprio come la protagonista del film Padri e Figlie di Gabriele Muccino: solo che mentre quest’ultima si salva trovando l’equilibrio in un ragazzo che la accetta per come è, con i suoi difetti, e prova ad aiutarla rispettando la sua natura, nel caso di Serena siamo di fronte ad una persona irrisolta che non raggiunge l’equilibrio ma al contrario lo perturba intorno a sé.

L’importante è aver amato, si dice di solito quando una storia finisce. Allora forse lo spettatore non potrà non provare tenerezza per un personaggio come quello di Serena, donna così sentimentale da sembrare uscita da una tragedia greca.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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