sabato 18 novembre 2017

STAR WARS : se è destino, è destino (purché la Forza sia con te)

Da qualche settimana è uscita in libreria, per i tipi de Il Castoro, un’ottima biografia del creatore di due dei più grandi franchise cinematografici degli ultimi quarant’anni. George Lucas, La Biografia (ed. Il Castoro, pp. 511, € 22) di Brian Jay Jones è un esaustivo quanto appassionante viaggio nella vita di un cineasta che dalla controcultura della Nuova Hollywood ha saputo creare uno degli imperi mediatici più resistenti del nuovo millennio.


Il libro è fitto e denso di aneddoti e curiosità ma su tutto resta un fil rouge imprescindibile che è una lezione di vita: la nascita, il tortuoso e accidentato concepimento del progetto Guerre Stellari che rimane, nella produzione di Lucas ma anche nell’immaginario collettivo, una sorta di unicum narrativo calato da chissà dove (dallo spazio?) in una Hollywood che sembrava aver perduto la capacità di raccontare storie.

In effetti Lucas partì proprio da questo. Voleva raccontare una storia. Ma non più una storia di quelle che pure amava tanto nel cinéma vérité francese della Nouvelle Vague: il giovane e ribelle George si era accorto che il nostro mondo ormai prosaico e focalizzato sul facile guadagno mancava di miti, di storie archetipiche con cui i bambini potessero crescere.

E tuttavia la cavalcata verso la produzione di quello che per un periodo sarebbe stato il maggior successo di botteghino di tutti i tempi non fu affatto facile. Non fu l’ovvio parto del golden boy Lucas già vezzeggiato dalla critica; non fu nemmeno un film che il sistema degli studios apprezzò sin dal suo concepimento. Fu una serendipica successione di eventi che portarono ad un esito inaspettato e forse però già scritto nelle stelle (quelle della Walk of Fame, almeno).

Reduce dal moderato disastro commerciale del suo pur pregevolissimo film d’esordio - la distopica storia L’uomo che fuggì dal futuro (THX 1138) che racconta di un mondo soggiogato da un regime totalitario ed anaffettivo in cui il vero atto di ribellione è l’atto d’amore, - con la Warner Bros. che a causa sua tagliava i rapporti col suo mentore Francis Ford Coppola, Lucas era riuscito fortunosamente a leccarsi le ferite grazie all’insperato successo di American Graffiti, una pellicola nostalgica in salsa Happy Days sui suoi giorni giovanili nella natia Modesto.

A quel punto Lucas stava lavorando ad un progetto dal titolo provvisorio, Apocalypse Now, che però di lì a breve l’ ‘amico’ Coppola gli avrebbe soffiato facendone lui un film di culto. George allora, rimasto a bocca asciutta, decise che avrebbe fatto un film su Flash Gordon, una delle sue grandi passioni infantili, eroe dei fumetti e delle serie tv fantascientifiche anni ’50.

Con la sua piccola, neonata compagnia, la Lucasfilm Ltd., si rivolse allora alla King Features che deteneva i diritti di Flash ma nulla, chiedevano troppi soldi. Per l’ennesima volta sfiduciato, di nuovo a corto di denaro e con un’altra porta sbattuta in faccia, Lucas se ne tornò a casa pensando che qualcosa sullo spazio l’avrebbe fatto lo stesso. Si mise al tavolo da scrittura – scrivere è sempre stata la sua fatica più grande, - e buttò giù due paginette di soggetto. Titolo: The Star Wars. La Forza cominciava a scorrere potente nel giovane George.

Ma sarebbe sbagliato pensare che con ciò si risolvesse la questione. Al contrario, Lucas procedeva nella stesura di tante storie diverse, c’era un generale Skywalker che doveva scortare una Principessa Leia, c’era uno strano ordine cavalleresco denominato Jedi Bendu e due droidi cui voleva riservare delle gag comiche.

Ci vollero mesi. Intanto, gli venivano altre idee che discuteva con l'amico Steven Spielberg. Perché non raccontare la storia di un archeologo avventuriero che negli anni ’30 gira il mondo alla ricerca di cimeli inestimabili? Ma come chiamarlo? Perché magari non Indiana, come l’amato alaskan malamute di George e Marcia Lucas? Bene, perlomeno intanto era nato Indiana Smith, professore di archeologia che avrebbe presto cambiato cognome in Jones.

Quando il soggetto di The Star Wars fu pronto per mostrarlo alla 20th Century Fox, quelli che lo lessero vi capirono poco o nulla. Il denaro però era già stanziato e la produzione partì lo stesso, anche se nessuno avrebbe scommesso un soldo bucato su questa strana storia a metà tra Parsifal e Odissea nello spazio. Tanto che infine il produttore  cedette su alcuni punti contrattuali che sembravano irrilevanti: Lucas avrebbe mantenuto i diritti sia su eventuali sequel che su tutto il merchandising relativo al film. Alla Fox, oggi, ancora piangono.

Persino durante le riprese nessuno credeva nel film. Lucas sfiorò l’infarto da stress eccessivo e Harrison Ford o Carrie Fisher non mancavano di ripetere che a loro sembrava di girare, giorno dopo giorno, un film senza alcun senso. Si rompevano i modellini delle astronavi, i droidi si ossidavano per via della polvere del deserto, l’attore che impersonava C-3PO era costretto a tenersi addosso per l’intera giornata un dolorosissimo costume metallico che nella mente di Lucas doveva essere un omaggio a Metropolis di Fritz Lang.


Una volta girato e montato Star Wars apparve un’assurdità praticamente a tutti, dagli attori ai produttori. Ma che diavolo erano tutte queste battaglie, i Jedi, le spade di luce? Per non parlare di “quella specie di grosso cane che co-pilotava il Millennium Falcon” (parole di Harrison Ford). Unica stecca nel coro, come al solito, Steven Spielberg: vide il film in anteprima e disse a Lucas “amico, potrebbe anche essere il più bel film che è stato mai realizzato.”

Star Wars uscì timidamente in 32 sale in tutti gli Stati Uniti, quasi una programmazione da cinema parrocchiale. Chiunque avrebbe scommesso che sarebbe stato in cartellone due settimane e quindi la Fox lo avrebbe messo in conto perdite in attesa che generasse utili magari in futuro. Ma poi accadde l’inspiegabile. Il word of mouth. Fuori da quei 32 cinema cominciarono a formarsi code interminabili di giovani, quegli stessi giovani ribelli e arrabbiati che Lucas aveva intuito fossero cresciuti senza un mito contemporaneo, senza un romanzo di formazione per la loro generazione.

Si dovettero stampare nuove copie del film, decine e decine di sale lo richiesero e nel giro di un anno superò Lo Squalo di Spielberg (1975), considerato a tutt’oggi l’iniziatore del genere blockbuster. Ne nacque una tale febbre che si corse alla realizzazione di giocattoli e gadget di ogni genere, cominciarono i raduni di appassionati, c’era chi addirittura era (ed è) convinto di appartenere alla religione Jedi.

E intanto Steven Spielberg, che nel film aveva investito mentre tutti lo davano per spacciato, se la rideva. Come quella volta che aveva invitato l’amico George a visitare il set de Lo Squalo: Lucas aveva infilato la testa dentro all’enorme marchingegno meccanico e Spielberg aveva chiuso l’amico nelle fauci del Leviatano. Riuscendo solo fortunosamente a estrarre il busto di Lucas dalle mandibole (Jaws, appunto) del mostro, i due, come scolaretti, erano fuggiti dal set a gambe levate temendo di aver danneggiato la costosa attrezzatura della Universal.

Gente strana, gente di cinema.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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