sabato 11 novembre 2017

STRANGER THINGS 2 : dove il mostro è più grande, il genio è più piccolo

Replicare un gioiellino sembra la cosa più facile del mondo: è piccolo, è perfetto, è riproducibile. Poi alla prova dei fatti, però, è assai meno semplice riplasmare un bello piccolo che un bello grande, industriale, magniloquente e pianificato. In questo comprensibile misunderstanding sembrano essersi impantanati anche i pur talentuosissimi Duffer Brothers.

La seconda stagione della pluripremiata e plurielogiata serie di Netflix Stranger Things, arrivata sulla piattaforma online alla fine di ottobre, certo non delude le aspettative ma non porta con sé quel wit, quella forza inventiva che aveva stregato milioni di spettatori in giro per il mondo. Sia chiaro: il successo c’è comunque ed è meritato, l’ambientazione e i personaggi sono ormai parte del nostro panorama immaginifico affettivo.

Se la serie rimane come sempre una grande operazione nostalgia, con i piccoli protagonisti che se ne vanno all’Arcade a giocare a Dragon’s Lair, uno dei primi videogames con grafica animata curata da Don Bluth, protagonista del cinema per ragazzi anni ’80, è anche vero che questa seconda stagione sembra essere né più né meno che un remake di se stessa, una gemmazione un poco deludente di un embrione che invece conteneva in sé – ancora da esprimere, - tutta una gamma di notevoli potenzialità.

Non è tanto che i mostri vengano magnificati colla lente d’ingrandimento, a lasciare perplessi, quanto piuttosto che essi escano da quel riserbo a metà tra il segreto governativo e l’inesplicabilità scientifico-filosofica: se l’opera d’arte diventa (troppo) facilmente riproducibile, finisce per morire della sua stessa banalizzazione.


Mentre nella prima stagione davvero nessuno di noi capiva con che cosa avessimo a che fare – tutti gli indizi erano depositati nel nostro subconscio, eppure faticavamo a connettere i punti, - in questi nuovi episodi manca quel senso di indefinito e di meraviglioso possibile che finisce per far affievolire quasi subito l’intera trama. Si indulge un pochino troppo sul rapporto tra Hopper (David Harbour) e la rediviva Undici (Millie Bobby Brown), si scambia la noiosa routine dei ragazzini di una provincia con la costruzione ritmata di una vera suspense, si introduce un nuovo personaggio, Mad Max (Sadie Sink), che sebbene porti una scossa elettrica nei rapporti tra i giovani protagonisti, non contribuisce troppo ad arricchire la trama.

Più interessante è l’evoluzione del rapporto tra Nancy (Natalie Dyer) e Jonathan (Charlie Heaton) che giocano per tutti gli episodi a non volersi trovare ma che di nuovo le circostanze costringeranno a stare a stretto contatto ed a scoprirsi forse più legati di quanto non credano.

Hitchcock diceva che il McGuffin, ossia la ragione movente sottostante alle trame di un grande thriller, può anche essere poco interessante in sé (chi di noi ha mai capito davvero a che cosa serviva l’uranio in Notorious?) basta che però sia sufficiente ad accendere la miccia della suspense che poi ci condurrà avanti in tutta la storia. Stranger Things 2 pare aver fatto l’errore di rendere un po’ troppo visibile il McGuffin, di spiegare ciò che era meglio non spiegare (come se Ridley Scott ci avesse fatto una piantina con cui poter trovare i bastioni di Orione o le porte di Tannhauser) ed in questo modo ha ridotto la tensione e la curiosità ad un livello lievemente didascalico.

I richiami al grande cinema anni ’80 e ’90 non mancano, da Will (Noah Schnapp) che esce dalla porta dell’Arcade in un Sottosopra infuocato come in Incontri ravvicinati fino a Steve (Joe Keery) che nella vecchia discarica affronta da solo un gruppo di demogorgoncini praticamente modellati sui raptor di Jurassic Park e Jurassic World (cacciano anche allo stesso modo, uno di fronte e due di lato).


Ma basta questo per dire che l’operazione è riuscita? Forse è un po’ poco? Si potrebbe vederla come George Lucas circa Il risveglio della Forza: certo è un buon prodotto, ci dà ciò che noi vogliamo vedere ma tende a non innovare. Il problema è che se di Hollywood sappiamo che ormai propende verso la riproposizione di contenuti sicuri per un pubblico fidelizzato, sembrava che le tv online con Netflix in prima fila avrebbero infine preso il testimone dell’innovazione rischiando nuove vie narrative.

Forse è proprio vero che appiccato l’incendio, si finisce prima o poi per fare i pompieri.


© CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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