giovedì 14 dicembre 2017

CinemaDautore : THE AVIATOR di Martin Scorsese

Qual è il confine tra saviezza e follia? Ma soprattutto: chi dovrebbe stabilirlo? Il quesito è millenario e se già a Delfi la Pizia rivelava verità superiori proprio mentre era in preda ad un furor panico, persino il calmo Ariosto - Ludovicus Tranquillitatis (che tanto tranquillo non era, con una famiglia di dieci fratelli da mantenere: ma lasciamo andare e restiamo alla vulgata), - manda l’affidabile Astolfo fin sulla Luna per recuperare il senno d’Orlando impazzito per amore: la linea tra normale e anormale è facilmente valicabile.

Ben lo sa Martin Scorsese che con The Aviator (2004) si dedica al racconto di una vita straordinaria, quella dell’aviatore e cineasta Howard Hughes (Leonardo Di Caprio), che non fu eccezionale tanto per il denaro che gestiva – e che notoriamente disprezzava, relegandolo a mero medium utile a realizzare i suoi sogni, i quali spesso lo portarono vicino alla bancarotta, - quanto per la singolarità del personaggio in questione.

Hughes era figlio di un signore che aveva fatto i soldi brevettando un particolare tipo di trivella per perforazioni petrolifere e che era morto, pressappoco in contemporanea alla moglie, quando il giovane Howard era poco più che ventenne, lasciandolo a gestire un considerevole patrimonio.

Il susseguirsi degli eventi della vita di Hughes è fin troppo noto, ciò che davvero interessa a Scorsese è indagare la personalità di un uomo che progettò e costruì l’aereo più grande del mondo ma che poteva rimanere bloccato in un bagno per paura di toccare la maniglia della porta colma, ai suoi occhi, di miliardi di microbi nocivi. E’ la coesistenza, in un medesimo individuo, di due nature, l’una savia e l’altra folle, a interessare Scorsese: perché la vera domanda sottesa al film è se si possa essere l’istrionico ed artistoide Mr. Hughes senza essere anche l’ossessivo-compulsivo Howard.

Il fatto è che l’intera vita di questo uomo incredibile – per certi versi simile a Raimondo Lanza di Trabia, a Andy di Robilant, a Guido Keller ma assai diverso dai presunti eccentrici stile Gianni Agnelli, che presto abbracciarono la confortevole realtà borghese, - è vissuta al massimo di tutte le sue potenzialità, senza mai risparmiare se stesso e chi lo circonda. Non risparmia il denaro, che è disposto a sacrificare senza batter ciglio (un po’ come Walt Disney che nel ’37 si ipotecò anche la casa scommettendo sull’incognita Biancaneve), né risparmia il suo sentire, la passione che mette nelle cose e nelle persone.

Fa di tutto per conquistare Katharine Hepburn (una Cate Blanchett un pochino troppo sopra le righe), che resterà l’amore della sua vita anche dopo l’inevitabile rottura, salvo poi trascurarla inseguendo sogni di velivoli mai visti prima, film apparentemente impossibili e mondi inesplorati; compera tutti i biglietti aerei per destinazioni estere di tutte le compagnie americane, il giorno che dopo un litigio Ava Gardner (Kate Beckinsale) minaccia di espatriare; gira Angeli dell’Inferno (1930) con ventisei cineprese, un numero che lascia di stucco persino Louis B. Mayer (Stanley DeSantis), l’onnipotente padrone della MGM.

Eppure dietro a questo spingere sull’accelleratore, dietro a questo giocarsi giorno per giorno il tutto per tutto c’è un uomo in fondo indifeso che resta attonito quando la Hepburn gli rivela che lo sta già tradendo con Spencer Tracy: possibile che non se ne sia accorto? Lui, Howard Hughes? Un uomo dai tratti ingenui, capace di lasciarsi ferire ben al di là di quanto crede d’essere forte, un carattere che partorisce un nuovo progetto ogni minuto che passa ma che non sopporta quando gli servono i piselli in numero dispari o gli danno la forchetta sbagliata.

Forse Hughes, sembra volerci suggerire Scorsese, era migliore di quanti lo circondavano: dopo il dolore della rottura con la Hepburn, del tradimento personale prima ancora che sentimentale, in segreto acquista delle foto scandalistiche di lei e Tracy per toglierle dal mercato ed evitare che le rovinino la carriera. Un uomo mal compreso da tutti, probabilmente, perlopiù incapaci di vedere Howard dietro a Mr. Hughes.

Ciò che conquista di questo personaggio e che il regista mette chiaramente in luce è il suo costante, intrinseco e irrinunciabile anticonformismo. Quando la commissione della censura Hollywoodiana lo convoca per sanzionare il suo film Il mio corpo ti scalderà (1943), Hughes ingaggia un matematico di Harvard per dimostrare che l’ampiezza dei seni di Jane Russell non eccede quella di altri già visti in altrettante pellicole: “e questo per concludere, Signori” dice ad una attonita commissione di ipocriti e viziosi parrucconi, “che le mammelle di Miss Russell non sono più grandi di quelle che avete già visto altre volte!”

Non è spacconeria quella di Hughes, non è villania, perlomeno non volontaria. E’ che come gli dice la Hepburn “c’è troppo Howard Hughes in Howard Hughes”, quasi che egli non riesca a non tramutare le sue grandi qualità in ostacoli a se stesso. E tuttavia Howard è molto più semplice e con i piedi per terra rispetto agli aristocratici Hepburn che va a trovare nella loro tenuta in cui nessuno fa mai nulla: quando Mrs. Hepburn gli ricorda che loro non sono soliti parlare di denaro, Hughes ribatte che forse è perché non devono guadagnarselo.

“Non dirmi che non lo posso fare e non dirmi che non può essere fatto”: sta tutto in questa frase l’anticonformismo di Howard Hughes. Dove gli altri vedono regole, lui vede opportunità. Se il potentissimo e scorretto Juan Trippe (Alec Baldwin), amministratore della PanAm, fa di tutto per boicottare la TWA appena acquisita dalla compagnia di Hughes, subdolamente offrendole le rotte sudamericane che a lui non interessano, Howard si mette persino contro il Congresso degli Stati Uniti e decide che volerà su Parigi, costi quel che costi.

Epperò questo continuo essere contro, questo persistere nel voler essere la stecca nel coro non può non costare parte della propria salute mentale. Howard Hughes finirà per alternare periodi di lucidità a periodi di alterità totale nei quali si rinchiuderà in una sorta di torre d’avorio asettica e sterile, perché bisogna tenere lontani i germi – è vero – ma soprattutto bisogna tenere lontani gli esseri umani che un buono come Hughes lo hanno sempre e solo sfruttato.

“Non puoi comprarmi, Howard, al massimo puoi offrirmi la cena” gli dice Ava Gardner quando Hughes le regala un raro zaffiro orientale sostenendo che ha l’esatto colore dei suoi occhi e forse la Gardner fu davvero, molto più della tanto esaltata Hepburn, la donna che lo capì meglio. Se la Hepburn gli preferì il più grigio Spencer Tracy, più che altro perché aveva più tempo per lei, la Gardner sostenne Hughes anche nei momenti bui, quando essergli vicino poteva diventare più uno stigma che non un vantaggio.

Scorsese confeziona un film praticamente perfetto in cui alla nostalgica ricostruzione di ambienti perduti – uno su tutti il Coconut Groove, - si alterna un ritmo di montaggio spesso capace di rendere bene l’esaltazione pre-depressiva di Hughes. I soliti colori ipersaturati, se nell’ Età dell’Innocenza (1993) servivano a rendere il senso di soffocamento sociale di Newland Archer qui sono funzionali ad accrescere la forza e la potenza delle passioni del protagonista.

Si dice che fare film sul fare film sia la cosa più difficile, per un cineasta. Di solito il pubblico si annoia e l’operazione sembra riservata a pochi addetti ai lavori. Nel caso di Scorsese invece anche il fare film viene visto per l’avventura tutta hughesiana che è: il dar vita all’impossibile.

Perché in fondo dopo la visione di questa pellicola usciamo con un’unica, grande domanda: è forse sbagliato voler dare la propria forma alle cose?


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.   

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