martedì 12 dicembre 2017

CinemaDautore : LA SCALA A CHIOCCIOLA di Robert Siodmak

Guardando Criminal Minds o qualche altra serie che abbia per oggetto le imprese di altrettanti serial killer non vi sarà sfuggito che seguono tutte un pattern, uno schema ben definito che si ripropone all’infinito. La coazione a ripetere non solo mima la psicosi del seriale ma rappresenta una formula perfetta per lo sceneggiatore hollywoodiano.

Nel genere del giallo con psicopatico omicida un posto speciale, probabilmente il posto d’onore, lo ricopre un film del 1946 di un tedesco naturalizzato americano, Robert Siodmak, dal titolo La scala a chiocciola e che ad oggi rimane sotto certi aspetti assolutamente insuperato andando a costituire una sorta di matrice per molte altre narrazioni.

C’è una piccola cittadina del New England, c’è una strana sequela di delitti, tutti compiuti verso ragazze in qualche modo menomate, c’è una giovane protagonista muta per uno shock infantile che lavora in una inevitabilmente enorme magione isolata poco fuori città. Elena (Dorothy McGuire) ha il ruolo di dama di compagnia della padrona di casa, la tirannica Mrs. Warren (Ethel Barrymore), la quale ha due figli (uno dei due è un figliastro, a dire il vero), un professore di scienze (George Brent) e un playboy scapestrato (Gordon Oliver).

Comprimario e tuttavia centrale nella vicenda è il dottor Parry (Kent Smith), giovane praticante appena giunto in città e innamorato di Elena, della quale vorrebbe anche risolvere il problema di salute. La trama si svolge tutta nella casa e così il resto dei protagonisti non possono che essere una cuoca beona, il di lei marito brontolone, un’infermiera frustrata e la segretaria Bianca, avviata verso un triste destino.

La prolessi evenemenziale è l’ennesimo omicidio di una giovane, questa volta zoppa, nel piccolo e unico hotel cittadino, dove nel mentre si sta allestendo anche un modesto cinematografo, splendido esempio di metacinema da parte di Siodmak che descrive l’omicidio portandosi dietro tutto l’espressionismo tedesco nel celeberrimo primissimo piano dell’occhio dell’assassino nascosto nella cabina armadio della vittima.

Ma il nocciolo della vicenda deve avvenire nella casa, e la casa deve essere isolata. Ed ecco allora un provvidenziale temporale che rende praticamente inagibile qualsiasi collegamento; ecco la cuoca che trova il modo di sgraffignare una bottiglia di vino buono dalla cantina e si ubriaca per la notte; ecco il marito di lei, inviato a tre ore di cammino per comperare l’etere essenziale a rianimare la signora Warren ed ecco, infine, la stessa Elena che presa dal panico rinchiude in cantina il fratello sbagliato, lasciando campo libero all’altro che gioca con lei al gatto col topo, dimenticando però di fare i conti finali con la madre che nel suo dormiveglia tutto osserva.

La storia di Elena è il perfetto schema del viaggio dell’eroe: nel primo atto assistiamo alla sua vita tranquilla, ad una routine che però la vede carente di qualcosa – la voce, - e che pertanto la rende appunto vocata ad altro; nel secondo atto Elena accetta, giocoforza, il viaggio e persino la sfida di scendere nella caverna profonda (qui simboleggiata dalla cantina, di cui la scala a chiocciola del titolo non è che un passaggio spazio-temporale) al fine di risorgere a nuova vita, nel terzo atto, quando finalmente, preso il telefono per la seconda volta è ora pronta per emettere quel suono, quella voce che le permette di invocare il dottor Parry, il suo salvatore.

Siodmak gioca con questo racconto con grandissima maestria, si percepisce che si diverte a esplorarlo visivamente in tutte le sue possibili declinazioni: basti citare la scena in cui Elena si guarda nello specchio, sulle scale, e l’assassino, che l’osserva non visto, la vede come se ella fosse senza bocca, ossia proietta visivamente sull’immagine di lei quello stigma che ai suoi occhi la rende darwinianamente inabile alla vita.


In effetti non va dimenticato che siamo nel ’46 e che voce di ciò che i soldati americani avevano trovato nei campi nazisti si era già sparsa ben prima che si arrivasse ad una definitiva conclusione dei procedimenti di Norimberga. Tutto il film è pervaso da questa aberrante idea condivisa dai patriarchi dell’antica magione: sopravvive solo chi è forte, chi ce la fa, chi riesce a sottomettere l’altro. E allora non è nemmeno troppo strano che uno dei due figli sviluppi un malsano senso di onnipotenza che gli suggerisce di purgare il mondo dalle imperfezioni, fossero anche delle persone.

Ma contro tutto questo orrore c’è il dottor Parry, figura che sembra diafana se messa al cospetto dei fratelli Warren, ricchi e potenti: eppure è nel dottor Parry, persona sensibile dalle impercettibili attenzioni artistiche, che si trova la soluzione per rifiutare categoricamente un mondo senza compassione. Elena potrebbe telefonare per chiedere aiuto già prima che l’assassino sia a sua volta ucciso ma non ce la fa, la voce non esce da quella gola che lei tenta di stringere e spremere come fosse un limone: dovrà prima sperimentare l’angoscia della morte apparente (altra tappa del viaggio dell’eroe) per apprezzare quanto la semplicità del dottor Parry sia l’unica medicina per la sua atavica inquietudine.

Una parola va spesa per i cromatismi di questo film, per un bianco e nero che esalta in modo eccezionale sia la tensione drammatica della storia che i sentimenti dei personaggi. Il gioco di luci delle candele in cantina, che di volta in volta cadono e si spengono, il buio che sembra mangiarsi il giardino della villa palmo a palmo mano a mano che l’assassino insegue Elena tra le sterpaglie sono tutti artifici di un grande maestro.

Con questa pellicola Siodmak ha, s’è detto, stabilito un canone, persino nel comico che non può talvolta non scaturire nella tragedia: quante volte Mrs. Warren ripete ad Elena, in quella fatidica notte, di dormire in camera sua e al suo fianco e quante volte Elena, imperterrita, se ne esce a girare per i corridoi che sappiamo non più sicuri? E non capita spesso anche a noi, in tutti questi film, di scoprirci a parlare col protagonista e a dirgli ehi, ma perché non resti con gli altri?

Perché l’Eroe non può restare con gli altri, deve vagabondare per lande di pericolo e dolore, amarezza e angoscia per rinascere infine a nuova e migliore vita.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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