martedì 26 dicembre 2017

Classici : LA VITA E’ MERAVIGLIOSA di Frank Capra

Si può riuscire a dire qualcosa di originale sulle ballerine di Degas, sul Ponte dei Sospiri o magari sui Promessi Sposi? Quando si confronta con il capolavoro, qualsiasi critico o semplice osservatore non può non porsi questa domanda, ossia se valga la pena di riflettere su un’opera già consacrata nell’empireo dell’arte. Ciò vale, ovviamente, anche per la Ivy League cinematografica, quella manciata di pellicole che occupano un posto unico nella storia della settima arte.

Avrebbe sorriso di certo, Frank Capra, nel sentire che un suo film veniva annoverato tra i grandi capolavori della cultura occidentale. Epperò La vita è meravigliosa (1946) è effettivamente inserito tra i 100 migliori film di sempre dal prestigioso American Film Institute ed è, ufficiosamente, considerato il film preferito da milioni di persone.

Capra fu un rivoluzionario, sia nella vita che nell’arte. Da vero anticipatore, comprese che il cinema era arte popolare e al popolo avrebbe dovuto parlare: decenni prima di Steven Spielberg elesse l’uomo medio, il buon diavolo che prova a campare, a suo eroe: ecco che allora George Bailey (James Stewart) è proprio questo, un uomo qualunque, un signor nessuno che ha sempre messo da parte le proprie aspirazioni per favorire quelle degli altri, si incarnassero nelle necessità della madre vedova o nelle ambizioni di un fratello minore bon vivant che trovava sempre la scusa buona per lasciare il maggiore a gestire le beghe di casa.

Fin qui tutto normale, è la vita di molti milioni di individui. Ma George è lungi dall’essere infelice: il destino l’ha ripagato con Mary (Donna Reed), una moglie stupenda sotto tutti i punti di vista, è bella dolce comprensiva e dotata di grande carattere. Durante una crisi di borsa in cui Henry Potter (Lionel Barrymore) - l’arrogante potentello della ridente Bedford Falls, - minaccia di appropriarsi anche della Bailey Costruzioni & Mutui, la società/associazione cui il padre di George ha dedicato la vita, è lei che mette a disposizione i denari destinati alla luna di miele col neo-marito per sanare gli scoperti di cassa fino all’ora di chiusura degli sportelli.

Già perché George, nel suo piccolo, un eroe lo è davvero. Non combatte al fronte come il fratello Harry (Todd Karns), non partirà mai per quei viaggi di esplorazione che vagheggiava nell’infanzia, però tutti i santi giorni combatte ‘la Battaglia di Bedford’, quella in cui prova, tra mille difficoltà, ad impedire che l’avidità di Potter domini l’intera cittadina: non si arricchisce, non gira con la macchina più smagliante ma giorno per giorno nel suo piccolo fa in modo che un qualsiasi pover’uomo possa vivere con la famiglia in una ‘casa con due camere e un bagno’. Prova a cambiare il mondo, una baracca alla volta.

Solo che anche gli inguaribili ottimisti, talvolta, cadono nella disperazione. E la disperazione di George non è, come si sarebbe portati a credere, dovuta ai sogni infranti di tutta una vita. Quando lo zio Billy (Thomas Mitchell) smarrisce inavvertitamente gli 8.000 dollari che permetteranno a Potter di minacciare la galera per bancarotta al nostro eroe, George è disperato perché è sul punto di perdere quanto abbia di più caro: ciò che ha costruito con Mary, i figli, quella vita che egli sa già essere meravigliosa. Sembra di ascoltare Thea Leoni quando a Nicholas Cage che, in The Family Man (2000), le promette una vita ‘che tutti ci invidieranno’ risponde dicendo: ‘già ce la invidiano’.

E sarà sempre Mary a risolvere la situazione, dal lato pratico, chiedendo aiuto a quanti da George hanno ricevuto solo benevolenze. E’ il lato psichico quello più difficile da gestire: un uomo sfiduciato, un uomo ottimista sfiduciato, è la peggior cosa che possa capitare. Perché anche nella vita reale è sugli uomini ottimisti, sugli uomini che ci sono sempre, sugli uomini che incassano tutti i colpi che la gente fa di solito affidamento: che fare se anche quei bastioni rischiano di cadere?

Clarence (Henry Travers), inviato o no da Dio, è l’estrinsecazione della coscienza di George. Si butta nel fiume prima che si butti George perché sa che Bailey si tufferà per salvare chiunque in difficoltà; il suo compito è quello di rimettere George in contatto con ciò che nel suo intimo sa già della sua vita e sulla sua vita; Clarence non lascia traccia alcuna perché vive solo nella mente dell’uomo che è venuto a salvare.

Capra questo messaggio ce lo suggerisce da par suo, con dei virtuosismi tecnici efficacissimi e godibilissimi ad un tempo: ci sono alcuni primissimi piani di James Stewart che sembrano dei quadri, nei quali il regista indaga, in poche frazioni di secondo, gli stati d’animo del suo protagonista in preda ad un’angoscia per lui insolita ed inaspettata; il piano americano con il quale Capra riprende James Stewart mentre sovrasta Potter nella riunione del Consiglio della Società è tutto volto a mostrarci George in prospettiva, con il ritratto di suo padre che gli campeggia dietro le spalle mentre lui, piccolo impiegatuccio, inveisce contro il magnate della finanza.

La tempesta di neve – la più grande tormenta artificiale che Hollywood avesse ricreato in studio, sino ad allora, - è la metafora della vita di George: il ghiaccio, quel ghiaccio da cui anni prima aveva salvato il fratellino Harry rimettendoci l’udito da un orecchio, si accatasta sempre di più mentre il disperato George tenta di trovare una soluzione al suo insormontabile problema. Egli annaspa, prova a camminare ma sembra che le forze gli vengano meno. Finché Clarence non gli rende nota un’evidenza tanto ovvia quanto sofisticata: la neve che si accumula e che gli impedisce di camminare fa parte della vita, è forse la vita stessa, non fa uso il volerla annullare ché annullerebbe se stesso. Continui a camminare e impari ad amare quella neve che calpesta, l’orma che ha lasciato testimonia che ha dato forma al mondo.

Sarebbe stata più felice, Mary, se avesse sposato Sam (Frank Albertson), l’amico ricco, come sperava sua madre? Forse. Di certo non avrebbe dovuto preoccuparsi di fare economie per vestire i cinque figli, di tappare gli spifferi delle finestre di casa, di girare per Bedford su di un’automobile di terza mano. Ma in fondo Mary è un’eroina come lo è George, è una donna che mette l’amore di fronte a tutto: i figli sono la testimonianza di quanto ha realizzato nella sua vita, gli spifferi sono il marchio di fabbrica di una casa imperfetta che una sera di luna piena lei aveva desiderato potesse divenire la sua casa con George e della macchina, beh, della macchina si occupano solo le persone che debbono riempire con il gasolio un cuore altrimenti vuoto.

Si può ancora riflettere su un capolavoro? Con Calvino, ci sembra che un classico non abbia mai finito di dire quel che ha da dire.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

Nessun commento:

Posta un commento