mercoledì 27 dicembre 2017

Star Wars – GLI ULTIMI JEDI di Rian Johnson

Tornano le belle battaglie aeree, quelle che ispirarono George Lucas sin dal primo Guerre Stellari nel 1977, che richiese al regista ore di visione di vecchi film di guerra sui quali basare gli scontri tra i caccia della Ribellione e le astronavi imperiali. Torna l’adrenalina di un vero film bellico – e del resto il nome della saga, una cosa del genere, la richiederebbe, - che decide di concentrarsi perlopiù su eventi di natura dinamica, non disdegnando tuttavia l’introspezione.

Rian Johnson (Looper), il giovane regista del nuovo capitolo della saga più amata di tutti i tempi, a cui in Italia viene dato il titolo de Gli ultimi Jedi (2017) - invero facendo confusione perché in originale c’è un solo, ultimo Jedi (chi sia, a noi scoprirlo), - confeziona un filmone disneyano, come aveva fatto il predecessore J.J. Abrams, ma mostrando di tentare perlomeno di tenere a mente che sta girando un film con personaggi ideati da George Lucas e non Biancaneve e i Sette Nani.

La battaglia aerea con la quale per consuetudine, sin dal lontano 1977, si apre ogni capitolo della saga questa volta è davvero affascinante: da un lato perché stempera da subito la tensione grazie ad un divertente siparietto comico tra il pilota di caccia ed il generale al comando della corazzata imperiale, dall’altro perché finalmente fa uscire il personaggio di Poe Dameron (Oscar Isaac) da quel limbo gigionesco in cui l’aveva chiuso Abrams per mostrarlo in tutta la sua bogartiana audacia e sfrontatezza.

Andrebbe tutto bene se il film non tendesse a risolvere grossi nodi drammatici con idee poco convincenti. Una su tutte, la ridicola morte del leader supremo Snoke (Andy Serkis) che, oltre a creare una pericolosa deminutio nell’angoscia che questa Figura Ombra poteva incutere (nessuno ha mai trovato Palpatine patetico, grottesco sì, ma mai patetico), spudoratamente salva gli sceneggiatori dal dover inventare una genesi per questo discusso personaggio che dal precedente episodio emergeva come vero enigma della nuova trilogia.


Stessa cosa dicasi per la assurda resurrezione di Leia (Carrie Fisher) che, sbalzata fuori dalla plancia della sua ammiraglia da un bombardamento a tappeto, riesce a tornare a bordo guidata da non si sa cosa, lo Spirito Santo o la Forza poco importa perché la scena sembra più appropriata per una serie TV stile Star Trek piuttosto che per una saga di dimensioni epiche come quella di Star Wars. Si potrebbe continuare col lamentarsi per la faccia caricaturale di Adam Driver al cui Kylo Ren vien perlomeno risparmiata la vergogna di dover indossare quell’assurda maschera anche in questo film (la maschera di Vader aveva richiesto alla Lucasfilm mesi di studio, nel lontano 1977)...

Fatte queste debite premesse negative, però, va ribadito che la pellicola non è affatto priva di meriti, e notevoli. Innanzitutto viene dato ampio spazio alla parte introspettiva di alcuni personaggi: Rey (Daisy Ridley) è fondamentale in questo film, si potrebbe dire che questo secondo capitolo della nuova trilogia sia più che altro il suo bildungsroman personale. Il suo incontro con Luke (Mark Hamill), la scoperta del tempio Jedi originario e dei testi sacri, l’acquisizione della consapevolezza di sé e delle proprie capacità, anche qui con delle piacevoli inserzioni ironiche.

Ottima la sequenza in cui la giovane viene risucchiata in un pozzo, sull’isola sacra, e posta di fronte ad una parete cristallina che dovrebbe fornirle tutte le risposte su chi lei sia e su quali siano i suoi nemici; Rey non riesce a vedere che se stessa, un’infinita infilata di che la conduce da sé a sé, come a dire che le risposte che cerca le deve trovare nel microcosmo conchiuso nella sua anima e che, se nemici vi sono, essi sono le paure che lei stessa nutre verso il mondo.

Assai felice anche l’invenzione della carnascialesca e viziosa città di Canto Bight, una sorta di Montecarlo della galassia lontana lontana, nella quale faccendieri, trafficanti d’armi e d’esseri umani, finanzieri e rentiers si danno appuntamento per giocare al casinò o assistere alle corse: sin dal primo film della saga, Lucas fu chiarissimo nel decidere che la galassia di Star Wars dovesse avere una sorta di vita autonoma, persino dal suo creatore. Così se al primo Millennium Falcon i tecnici della IL&M applicarono macchie di olio e combustibile per dare l’idea che fosse usato, è altrettanto corretto che l’universo ospiti luoghi dimenticati da Dio come Tatooine, pianeti-città come Corusant e angoli di perdizione (tutta protestante e osservata cogli occhiali di John Bunyan) come Canto Bight.

Non serve spendere parole sulla enorme qualità degli effetti speciali giacché parliamo di uno studio, la Lucasfilm, che gli effetti speciali CGI se li è inventati. C’è però da rimarcare come questi effetti siano usati con sapiente cura, senza esagerare e senza che contaminino il film saturandolo di tecnologia: va tenuto a mente che Star Wars, prima che un Sci-Fi, è un Fantasy, così le scene girate sull’isola sacra dei Jedi occupano un posto molto più importante di quelle che si svolgono sulle varie astronavi.

Ora che sappiamo che Kylo Ren ha ottenuto finalmente il posto di indiscusso cattivo della storia, ora che Luke si è spento in modo simile a Obi-One nel primo originario film, ora che abbiamo compreso come Rey si senta depositaria della millenaria tradizione Jedi, resta da capire dove gli autori vorranno condurre la storia. Perché una trovata davvero pregevole e però imprevedibile di questo nuovo capitolo è lo strano rapporto che si forma – pur se a distanza, - tra Kylo e Rey. Si odiano, si amano, si cercano, si respingono.

Una cosa è certa, mai innamorarsi di un Jedi: se Rey e Kylo sono capaci insieme di far esplodere l’intera plancia dell’ammiraglia di Snoke solo con la forza delle loro menti, meglio che non abbiano mai a litigare per chi deve lavare i piatti.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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