mercoledì 20 dicembre 2017

Tale as old as Time : perché non convince il manga de LA BELLA E LA BESTIA

Edward Said definiva orientalismo quella tendenza, tutta occidentale, a immaginare l’Oriente, l’Altro da Noi, come una infinita teoria di stereotipi: l’Arabia sarà allora terra di oasi, jinn e sceicchi; in Cina le donne avranno tutte piedini piccolissimi e si muoveranno come i funghetti di Fantasia (1940); in Giappone non vi sarà uomo che non viva secondo il codice del Bushido e via dicendo…

Sebbene di orientalismo si sia nutrita tanta della nostra cultura, dal giapponismo di fine ‘800 che ci ha regalato Madama Butterfly sino all’amore per i luoghi esotici che animava un Emilio Salgari, di rado si riflette su come esista un occidentalismo, un modo tutto orientale di immaginare, digerire ed infine ri-partorire la cultura europea.

Un interessante esempio che si inserisce in questa riflessione è la versione manga de La Bella e la Bestia, pubblicata in Italia da Panini e realizzata in collaborazione tra TokyoPop e Disney. Si tratta a tutti gli effetti di un manga, in perfetto stile shojo (ossia destinato ad un pubblico femminile adolescente), che rivisita la fiaba classica tenendo conto sia del precedente Disney a cartoni animati che del recente live action film, con la brillante intuizione di suddividere la storia tra due punti di vista, quello di Belle e quello della Bestia.

Tuttavia, facendo salva l’ottima intenzione, il risultato finale è deludente, nella misura in cui si è deciso di giocare con una favola-archetipo come quella della bella e del bestione – assai radicata nell’inconscio collettivo occidentale, - trattandola come se fosse Lady Oscar, provando a storicizzare un mito universale.

In effetti il primo, serio problema di questa versione è proprio l’incapacità di de-storicizzare gli avvenimenti: sia nel cartone animato che nel graphic novel Disney ci troviamo di fronte ad una Belle che spunta fuori dal nulla, in un villaggio qualunque: come qualsiasi vero eroe che si rispetti, di lei sappiamo poco o niente, siamo al corrente solo delle sue inclinazioni ed aspirazioni. Per contro la Belle del manga è originaria di Parigi (una metropoli in una fiaba?) e veniamo a scoprire che la madre è morta anni prima di peste, cosa che non solo ci lega alla Storia (impossibile non chiedersi se sia quella manzoniana, per esempio) ma soprattutto riporta in scena la morte senza sublimarla nel fantastico, come il codice della fiaba vorrebbe.

E poi c’è il disegno. Nulla da dire contro i maestri giapponesi del manga, anzi, ma la linea poligonale che caratterizza i personaggi in quest’arte è francamente lontanissima dal curvo procedere, colmo e barocco (se non è barocco, è un pastrocchio!, diceva  appunto Tockins), della favola europea. Già nella saga di Guerre Stellari avevamo assistito ad un mascolinizzarsi del femminile, con l’avvicendarsi di due bellezze molto femminili come Carrie Fisher e Natalie Portman che lasciano spazio alla ben più androgina Daisy Ridley. Così è per Belle: sparisce la bella popolana pienotta e compare una ragazza che, come spesso accade nei manga, in alcune inquadrature potrebbe essere  addirittura un lui.

Stessa deformazione per Gaston che da gigione smisurato nella versione Disney si trasforma qui in un parente stretto dell’enorme Raoul di Ken il Guerriero; il padre di Belle perde quella divertente aria da nanetto geniale immerso in mille fantasticherie (vi ricordate il Newton Gimmick di Teddy Ruxpin?) e diventa invece un serio, longilineo e barbuto orologiaio; ma anche la Bestia delude, mostrandosi infine troppo bestiale e troppo umana ad un tempo, perdendo quello strano equilibrio – per il quale la Disney è unica, - tra antropomorfismo bestiale e bestialità antropica.

I luoghi della vicenda, pur se riprodotti con l’accuratezza tipica dei manga, non convincono quanto quelli Disney. In questa versione il castello diviene un luogo freddo, troppo perfetto per ospitare la magia e troppo compunto per sembrare in rovina da anni; la biblioteca, il favoloso regalo della Bestia a Belle, passa dal rococò fiorito disneyano carico di azzurri, il colore dell’intelligenza ricettiva femminile, ad un ambiente che somiglia ad una sobria sala di lettura di un’università protestante.

Un passo fondamentale, nel Viaggio dell’Eroe, è quello della redenzione. La Bestia si redime dando la sua vita per Belle, e lo fa più volte: la lascia andare dal padre anche se sa che non farà in tempo a tornare per annullare l’incantesimo ed infine si fa (quasi) uccidere da Gaston per proteggere l’amore che ha costruito con Belle. Disney coglie l’importanza fondante del momento senza il quale l’Eroe (la Bestia e Belle, insieme ed in parallelo) non può tornare al mondo ordinario con l’elisir della nuova consapevolezza: in un tripudio di raggi luminosi la Bestia viene elevata e mondata delle sue colpe per ridivenire poi essere umano.

Il manga ignora quasi del tutto questo aspetto. Certo, la Bestia si leva in aria ma poi ci si offre un veloce stacco e torniamo alla Bestia tramutata in principe, quasi che la cosa importante fosse l’esito della trasformazione e non la trasformazione stessa. E’ chiaro che siamo di fronte a quello che gli inglesi chiamano cross-cultural phenomenon, ossia all’impossibilità di tradurre appieno un concetto tradizionale in una cultura assai lontana dalla nostra (un po’ come quando noi occidentali, per pura comodità, appaiamo harakiri ad un suicidio).

Tale as old as Time: proprio perché vecchia quanto il Tempo, si tratta di una storia che sembra non poter essere attualizzata, non poter prendere la forma dei tempi perché è, perlomeno nel nostro inconscio, fissata al di fuori del Tempo.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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