venerdì 29 dicembre 2017

UN’EREDITA’ PER NATALE di Ernie Barbarash

Da tempo andiamo dicendo che l’Industria non dovrebbe avere nulla a temere, anzi, dall’avvento delle televisioni sul web. Come nei tardi anni ’50 si capì che la TV aveva devastato tutte le grandi Majors tranne la Disney perché  Walt era stato sufficientemente lungimirante da intravedere che essa doveva divenire un alleato e non un nemico (cominciando per primo a produrre per questo medium, direttamente e senza passaggio al cinema), così i cineasti di oggi dovrebbero guardare a queste nuove piattaforme come a delle risorse ed evitare di fare eccessivamente i puristi.

Netflix è un ottimo esempio. Partito come distributore, il gruppo è ora a tutti gli effetti produttore, e di cose spesso assai pregevoli. Basterebbe citare Stranger Things, fenomeno mondiale, ma sono ormai svariate le produzioni autoctone della piattaforma che si rivelano coerenti, efficaci e talvolta anche davvero raffinate.

Con Un’eredità per Natale (2017) il regista Ernie Barbarash (American Psycho, cred. prod.) confeziona una gradevolissima commediola natalizia che non ha aspirazioni artistiche di alto livello ma che proprio in ragione della sua vocazione umile riesce perfettamente nell’intento di inserirsi in un genere, rispettarne i canoni classici e fornire qualche notevole spunto di riflessione.

Ellie Langford (una deliziosa Eliza Taylor) è erede di una fortuna milionaria e vive a New York con il fidanzato Gray (Michael Xavier), un altro rampollo di una di queste famiglie finanziarie: non ha mai cercato un lavoro ma pretende di sapere come va il mondo. Persa la mamma da piccola, Ellie è diventata la principessina di papà Jim (Neil Crone), self-made man nella più classica tradizione americana che dal nulla ha messo su una multimilionaria società di regali e giocattoli con il socio e amico di una vita Zeke (Anthony Sherwood).

Ellie è una brava ragazza. Solo che è vissuta sempre nell’oro, ha sempre avuto in tasca almeno tre carte di credito, non ha la percezione di cosa sia la vita vera. Ad una serata di beneficenza dà scandalo finendo mezza nuda addosso ad un albero di Natale ed il padre comincia a preoccuparsi. Poiché è una tradizione che ogni anno lui e Zeke si scambino una lettera di Natale nella quale fanno il bilancio delle loro vite, Jim Langford consegna cento dollari (e solo quelli) alla figlia, le ritira tutte le carte di credito e la spedisce a Snow Falls, una adorabile cittadina campagnola ‘dove tutto è cominciato’ e dove egli aveva fondato la società con l’amico, tanti anni prima.

Ellie dovrà badare a se stessa con una somma di denaro che di solito spende in una giornata tra taxi, aperitivi e vestiti; dovrà trovare Zeke, che ora gestisce una (l’unica) locanda del posto; dovrà consegnargli la lettera e soprattutto imparare qualcosa dagli abitanti di Snow Falls, imparare a vivere, a stare al mondo, a rispettare gli altri.

A Snow Falls Ellie ci arriva, pur se in modo rocambolesco (chiede di una hostess e del servizio bar su un autobus…), e subito conosce Jake (Jake Lacy) che si rivela essere sia il direttore della locanda che, di volta in volta, il guidatore dell’unico taxi in città (ma non avete Uber?, chiede smarrita Ellie) e organizzatore degli eventi benefici della parrocchia nonché, se il caso lo richiede, coadiutore dello Sceriffo per la sicurezza della piccola comunità.

E, manco a dirlo, il caso lo richiede subito: Ellie è infatti capitata in città proprio mentre una fortissima tempesta di neve sta per abbattersi in zona. Che fare dei senza tetto del piccolo borgo? Beh, fosse per il fidanzato professionista di grido – dice Ellie – sarebbe meglio lasciarli per strada: si fa solo del male a dare soldi, bisogna incitarli a lavorare. Jake per contro non ci pensa neppure su: saranno tutti ospiti della locanda, chi in una stanza, chi in un’altra, non importa.

Questa naturale propensione di Jake ad aiutare gli altri, ed a farlo senza clamore, è contagiosa tanto che Ellie comincia a capire perché il padre l’ha voluta mandare lì dove tutto è cominciato. Persino quando resta senza soldi ed è costretta ad improvvisarsi cameriera ai piani per pagarsi il pernottamento alla locanda sa che sta facendo finalmente la cosa giusta, per la prima volta comincia a guadagnarsi di che vivere ma, soprattutto, il rispetto di chi le sta intorno.

Tra Jake ed Ellie – che però è a Snow Falls in incognito, sotto il nome di Ellie London, sennò la magia non funzionerebbe, - nasce subito un sentimento che è più di un'amicizia. Certo lui non ha la Porsche, non veste con abiti firmati, non intende portarla in vacanza a Maui come il suo fidanzato però è un uomo solido, stabile, ha i suoi sogni (ama disegnare) ma mette di fronte a tutto quelle che sono le sue responsabilità ed Ellie non fatica a capire che, un domani, lei potrebbe essere una di quelle responsabilità e non un semplice, divertente accessorio come è attualmente per il suo compagno.

Tutto andrebbe bene finché il fidanzato Gray non si presenta alla locanda e si lascia sfuggire che Ellie London è in realtà Ellie Langford, quella che i giornali avevano soprannominato l’ereditiera scatenata. Jake crede che lei sia lì solo per prendersi gioco di loro, per vedere come vivono i comuni mortali, per partecipare ad un crudele esperimento scientifico che gioca con le vite altrui. Ma non è così e mentre Ellie se ne sta andando col fidanzato che la incalza – rischiano di perdere il volo per Maui, - la giovane capisce che non è sicura di appartenere a Snow Falls, concesso, ma certo è sicura di non appartenere a quel mondo scintillante e vacuo di cui è vittima il suo ragazzo. E torna indietro. In autobus.

E’ la solita favola di Natale: già si sprecano, in rete, i commenti in tal senso. Vero, lo è. C’è forse del male in questo? E’ una storia natalizia che però mima la realtà più di quanto si sia disposti a riconoscere: Gray, il fidanzato dagli abiti firmati per il quale cenare nel ristorante giusto è più importante che cenare con la persona giusta; Jim Langford, magnate rimasto semplice nel cuore che vizia la figlia per attutirle la sofferenza d’una perdita incolmabile; Jake Lacy, ragazzo tranquillo e con i piedi per terra, abbandonato dalla precedente fidanzata che era corsa dietro ad un broker di Wall Street.

Se il conflitto città/campagna percorre la cultura occidentale sin dalle sue origini greco-romane, è fortissimamente sentito in ambito anglosassone nel quale già una Jane Austen attribuiva al contesto rurale quella veridicità di sentimento che il denaro, motore costante della vita urbana, tende inevitabilmente ad adulterare. Ma Snow Falls non è solo un posto di campagna, è anche un luogo nel quale Ellie può imparare che le azioni hanno delle conseguenze, che una raccolta fondi non è allestita solo per permettere a lei di fare la reginetta della serata ma per evitare che della gente sia costretta a dormire all’addiaccio: persone che finalmente lei può conoscere, toccare e con le quali può parlare. Non sono dei sentito dire, esistono per davvero.

Si tratta di una gradevole commediola che deve la sua riuscita ad un buon cast di attori. Per prima la Taylor, davvero talentuosa nel riprodurre la ragazzina viziata, ingenua ed in fin dei conti indifesa anche se la chiave di volta del film è Andy McDowell (Quattro matrimoni e un funerale) che interpreta la zia di Jake, padrona di una pasticceria locale ed ex fiamma del padre di Ellie. E’ lei a scoprire per prima la vera identità della giovane ma a tenerla segreta sino all’ultimo, così che Ellie possa trasformarsi da giovane deliziosa ma inutile a ragazza di grandi speranze.

Perché magari è noioso non andare a Maui, o non poter usare le carte di credito, ma sarebbe molto peggio dedicare una intera vita al nulla.


© 2017 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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