giovedì 25 gennaio 2018

Comics : THE ROCKETEER di Dave Stevens

Un bellimbusto ricco (o finto ricco, sono sempre dei fake, alla fine) vi soffia la ragazza promettendole mari e monti che non ha nessuna intenzione di darle; vi buttano fuori dal lavoro per le vostre intemperanze; siete a secco per quanto alle vostre finanze e tutto sembra andare per il verso sbagliato… chi di noi non ha provato una situazione simile?

Ecco perché ci piace Cliff Secord, il pilota di circo aereo tanto spiantato quanto coraggioso, eroe quasi inconsapevole del talentuoso artista del disegno Dave Stevens, altrettanto inconsapevole, all’epoca, di aver creato un mito che affascina milioni di lettori ancora oggi, tanto che SaldaPress negli ultimi anni ha rimandato in stampa le avventure complete di questo uomo razzo, The Rocketeer, appunto, per soddisfare la fame di sogno di molti ragazzi ed ex ragazzi.

La trama, il racconto in sé, non è poi gran cosa. Cliff, un pilota che vive alla giornata dei lavoretti che riesce a fare qui e là, nella Los Angeles di fine anni ’30, un giorno trova nell’abitacolo del suo aereo uno strano zaino: ce l’hanno lasciato dei malviventi che dovevano rubarlo per conto di agenti nazisti che vorrebbero portarlo in Germania e farne la nuova, inquietante arma di distruzione di massa del Führer. Ma che diavoleria è, questo zaino?

Si tratta di una segretissima tecnologia messa a punto dalla Hughes Aircraft – quella del milionario folle Howard, il protagonista di Aviator, - che anticipa di decenni ciò che noi oggi chiamiamo jet-pack: uno zaino contenente dei postbruciatori a reazione capaci di lanciare un uomo in volo nell’atmosfera, il sogno di ogni essere umano, librarsi nell’aria come un uccello, libero perfino della carlinga di un aeroplano.

Da principio Cliff, insieme al suo amico e meccanico Peev, pensa di utilizzare il razzo nel circo volante da cui è stato appena licenziato (per aver disertato uno spettacolo: e del resto doveva andare a recuperare la sua bella e procace ex fidanzata Betty, insidiata dal viscido e ricco fotografo Marcovitch) al fine di costruire un’esibizione mai vista prima: ma il fato ha in serbo altro e prima che possa rendersi conto di cosa sta succedendo, il nostro eroe si ritrova al centro di una cospirazione internazionale con il destino del mondo nelle sue mani.


Sebbene appunto la trama non sia forse l’apice dell’originalità, questo fumetto va considerato sotto un altro punto di vista. Quando Stevens cominciò a lavorarci – un editore gli aveva chiesto di riempire in velocità un ‘buco’ nella sua rivista di comics, - era il 1982 e gli anni ’40 erano lontanissimi, pur se nostalgicamente rivisitati al cinema con la saga di Indiana Jones (per il primo film della quale Stevens lavorò in qualità di storyboard artist) e con lo spielberghiano 1941-Allarme a Hollywood.

Eppure - difficile a dire come sia possibile, - in questa graphic novel gli anni ’40 sono i veri protagonisti del racconto. A partire da Betty, ragazza dolce e ingenua dalle burrose forme, che è da un lato ispirata alla moglie di Stevens ma soprattutto prende l’eredità di Bettie Page, la generosa pin-up che negli anni ’40 spopolava tra soldati, ragazzini e uomini più maturi. Anche se si tratta di un fumetto, anche se è su carta insomma, mentre lo si legge sembra che dalla pagina escano le musiche di Cole Porter, la voce di Edith Piaf, lo swing il jazz e tutta la musica di una irripetibile stagione che continua inevitabilmente ad abitare il nostro immaginario. E' un racconto d’avventura, certo, ma è anche e fortissimamente De-Lovely.

Il tratto di Stevens è una di quelle meraviglie che nascono perfette e non c’è modo di indagarne la genesi: è come il volto di Betty, con gli zigomi alti, la fossetta nel mento e quel ciuffo da scolaretta, si tratta di fascino ed il fascino non necessita di spiegazione. Stevens conosce l’epoca di cui parla meglio di chi l’ha vissuta, piega i vestiti dei suoi protagonisti con una maestria che va oltre l’accademia, inzacchera così bene le calzature di Cliff che alla fine della lettura, bisogna riconoscerlo, tutti desideriamo ardentemente possedere un paio di stivali di pelle da equitazione.

Ma sarebbe sbagliato fermarsi alla forma di Rocketeer. Certamente il contenitore è essenziale e tuttavia continuando nella lettura si scopre come Stevens scavi a fondo nella psiche dei suoi personaggi. L’indagine più accurata la fa proprio sulla bellissima Betty che, capiamo presto, è ben più delle calze autoreggenti che indossa. E’ dolce, è ingenua, è piena di speranze: è più intelligente di Cliff, che crede si sia lasciata abbindolare dal losco fotografo Marcovitch. Betty sa perfettamente che Marco non le darà mai la felicità ma sa che sarebbe assai difficile ottenerla anche con Cliff e allora che fare? Forse è così che doveva andare, pensa tra sé mentre è in volo con Marco ma pensa a Cliff, con una frase che dice di un certo tipico fatalismo tutto femminile.

Il fumetto che doveva riempire un ‘buco’ alla fine di una rivista divenne così famoso – già negli anni ’80, - che la Disney decise di farne un film con Billy Campbell come Cliff Secord e Jennifer Connelly nei panni di Betty. Il ruolo di Marco è sostituito con quello di un attore, spia dei nazisti, che circuisce Betty promettendole parti importanti in qualche film di successo: come farà lo spiantato Cliff a competere con un uomo che sembra così in vantaggio?

Ma il bello di Rocketeer è proprio questo, è la consapevolezza che arrendersi non è un’opzione. Oggi hai perso, figliolo, ma non significa che debba piacerti, si sente dire il giovane Indy Jones, poco prima di ricevere il suo leggendario cappello, come una casuale investitura all’eccezionalità.

Basta trovare un razzo nascosto nell’abitacolo del nostro aereo, basta non arrendersi, basta sapere che qualsiasi spiantato e incasinato Cliff Secord può diventare Rocketeer.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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