sabato 13 gennaio 2018

GANGSTER SQUAD di Ruben Fleischer : (forse) il Bene può ancora vincere

Quando il vulcanico produttore e industriale Howard Hughes fece uscire il suo film Scarface (1932), la censura pretese che fosse sottotitolato con l’espressione The shame of a Nation, ossia la vergogna di una Nazione, poiché vi era il motivato dubbio che le persone potessero fraintendere il film come un elogio del crimine organizzato e della sua spietatezza. Così, del resto, è avvenuto con i film di Coppola e con le recenti serie televisive ispirate al mondo della mafia, in tutte le sue declinazioni.

Il film Gangster Squad (2013) di Ruben Fleischer è stato da più critici accusato di fare eccessivo uso della violenza, di indulgere nella dimostrazione dell’efferatezza che uno psicopatico – fiancheggiato da altri della medesima risma, - può raggiungere in un contesto privo di freni inibitori. Ora, se accettiamo il primo ragionamento circa Hughes, non possiamo rigettare la dimostrazione di eventi violenti ché anzi essi, si spera, dovrebbero convincere lo spettatore medio che non vi è nulla di poetico, o romantico o persino eroico (un ben malinteso eroismo di miltoniana ascendenza, a volerlo nobilitare) in un capo mafia che ordina di squartare un rivale a metà con due automobili lanciate in direzioni opposte o che fa trapanare il cranio ad un tirapiedi che gli aveva perduto un carico di cocaina.

Perché questo, va detto, fu Mickey Cohen, l’ebreo di Brooklyn che già da bambino aveva fracassato la testa ad un cassiere per rubargli l’incasso della giornata. Indubitabile la capacità – forse più fisica e naturale che non studiata, - di Sean Penn nel dare il volto a questo figuro tozzo, tarchiato, ben piazzato come il pugile che era stato, dai tratti rovinati e grinzosi, quasi consumati dal male che va facendo ed alimentando intorno a sé.

Non un Satana prometeico – e Fleischer ben lo rende evidente, - ma la patetica figura di un fallito incapace di accettare il suo fallimento nella società degli onesti che cerca, trovandolo, un riscatto in quella del crimine. Meglio regnare all’Inferno che servire in Paradiso, si potrebbe dire, ma Mickey Cohen in questa pellicola fa solo la magrissima figura di un violento, caratteriale psicopatico che non ha ancora trovato qualcuno capace (o desideroso) di opporglisi.

Il sergente John O’Mara (Josh Brolin) è questo qualcuno. E’ il più stupido di tutti: in una città in cui Cohen controlla giudici, avvocati, poliziotti, rifornendoli di prostitute e alcool, lui sembra passare in mezzo a tutto questo marciume come un vendicatore inattaccabile. Arresta gli uomini di Cohen finendo per beccarsi un quasi licenziamento dal suo capo.

Epperò c’è sempre qualcuno – diceva Burke, - disposto a non stare fermo mentre il male prospera. Così O’Mara viene convocato dal Capo della Polizia (Nick Nolte), apparentemente per prendersi un’altra ufficiale rimostranza, ma gli viene invece chiesto di costituire una squadra speciale, formalmente inesistente, una squadra che batta Mickey sul suo stesso terreno, che non si faccia problemi ad usare i suoi metodi: una Gangster Squad.

O’Mara ha affrontato i Nazisti in Europa, sa cos’è la guerriglia e non ha certo paura di combatterla nella Los Angeles dei tardi anni ’40. Mette su una squadra e comincia a devastare tutte le più lucrose attività del boss. Tra i suoi uomini, anche Jerry Wooters (Ryan Gosling), un poliziotto apparentemente disilluso che ha la cattivissima idea di innamorarsi di Grace (Emma Stone), la ragazza di Cohen, il che complica non poco la vicenda.

Infine, dopo una inevitabile morte all’interno del gruppo, dopo il presunto abbandono di Wooters, dopo che tutto sembra di nuovo saldamente nelle mani di Cohen, O’Mara riesce finalmente a stanare il malvivente dall’hotel in cui si è asserragliato e ad assicurarlo alla giustizia, anche e soprattutto grazie alla testimonianza di Grace che ha visto l’ex partner commettere tutti i delitti più nefandi.

Bravi, bel remake di The Untouchables. Certo qualcuno questa cosa la dirà ancora e ancora, com’è stata detta all’uscita del film. E tuttavia, sebbene il richiamo al lungometraggio di De Palma sia evidente, questo Gangster Squad è più forte, più incisivo, più graffiante: Capone lo misero dentro per delle fatture non dichiarate, in buona sostanza, qui lo scontro tra Cohen e O’Mara è per la vita o la morte, e lo si capisce da subito.

E poi, cosa da non trascurare, c’è da dire che si tratta anche qui di un fatto vero: esisteva Mickey Cohen ed esisteva John O’Mara come pure era reale la Gangster Squad, sorella postuma delle Squadre che il famoso Mori, il Prefetto d’Acciaio, aveva allestito in Sicilia su ordine di Mussolini per debellare la Mafia. Carta bianca sui metodi, purché si raggiunga il risultato. Del resto, non è forse ciò che si fu costretti a fare anche con Hitler?

Il personaggio di John O’Mara è la vera gemma di questa pellicola. Non è un santo, anzi, non è probabilmente nemmeno un bravo marito: ma è un uomo che sa cosa è giusto e cosa non lo è. Soprattutto, è uno di quelli che non se ne vanno quando le cose si mettono al peggio. Vede il male, lo guarda negli occhi e invece di girarsi dall’altra parte o prendere una bustarella, lo affronta. Dovesse costargli la vita, la famiglia, gli affetti. Perché, sempre con Burke, non è il male che trionfa da solo ma sono i buoni, che scelgono di non fare nulla, a dargli una mano.

La ricostruzione degli ambienti, dei costumi e delle mode d’epoca è godibilissima e non delude l’appassionato dei noir stile Philip Marlowe. Si respirano gli anni ’40 in ogni fotogramma e persino i titoli di coda sono montati su delle cartoline vintage della Los Angeles dei tempi che furono. Davvero buone anche le prove attoriali, il già citato Penn sicuramente ma soprattutto Brolin e Gosling, quest’ultimo poi fortissimamente in parte nel ruolo dell’uomo ferito che inscena una disillusione in fondo irreale.

Mandatemi anche nel più pericoloso dei luoghi, ma mandatemici con Ernest Shackleton, disse uno dei componenti della famosa spedizione polare perduta e infine salvata dall’esploratore britannico. Ecco, potremmo dire qualcosa di simile: passino la corruzione, il malcostume, la violenza ma dateci almeno un John O’Mara.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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