sabato 6 gennaio 2018

JUMANJI o dell' opportunità di diventare adulti

“Fai la persona matura”, “cresci un po’ per favore!” o magari il classico “comportati da adulto” sono dei mantra che chiunque di noi (tranne quelli già nati avvocati) si è sentito dire, almeno un centinaio di volte nella vita. Certo se lo sentì dire Hemingway quando si ritirò su un lago a vita misantropica dopo che Agnes Von Kurowskj gli aveva spezzato il cuore (materiale che finì poi, in parte, in Addio alle armi ed in un bel film di Richard Attenborough), ma lo dissero anche a Steven Spielberg quando da E.T. passò ad Indiana Jones e Hook (basta con questi film per bambini!) e, a leggere la sua bellissima autobiografia edita da Adelphi, queste frasi furono il pane quotidiano anche di Groucho Marx.

Ma perché in fondo, se alcuni psicologi arrivarono a stabilire che l’età mentale di Walt Disney era ferma ai 12 anni, quel che si evince chiaramente è che ciò che vogliamo scacciare dal mondo a colpi di maturità è null’altro che il wunder, il meraviglioso, la capacità tutta infantile di immaginare che vi sia una realtà invisibile dietro alla piatta routine degli adulti.

Crescere rifiutando il meraviglioso o rifiutare di crescere (del tutto) e conservare la capacità di stupirsi? Questo è il nocciolo tematico di un film come Jumanji (1995) di Joe Johnston. Abbiamo un ragazzino un po’ pavido – più che altro chiuso nel suo mondo, bullizzato dai fighetti della scuola (tutti futuri medici, avvocati, commercialisti: poi ci chiediamo perché evitarli da grandi…), - che trova un antico e misterioso gioco di ruolo. Anzi è il gioco che trova lui, lo chiama a suon di rullo di tamburi, quasi che esso possa divenire fenomenico solo per chi ha delle orecchie speciali (and those who have ears, let them hear! dice la Bibbia di Re Giacomo) e un animo capace di recepire la meraviglia.

Tutto il racconto, arcinoto, ruota fondamentalmente intorno all’archetipo paterno, incarnato in Samuel Parrish (Jonathan Hyde) che con grande intuizione registica è interpretato dal medesimo attore che dà il volto al cacciatore coloniale Van Pelt (Jonathan Hyde, appunto), uscito dal gioco di ruolo per inseguire, dopo ventisei anni (come quelli che Robinson passa sull’isola, del resto), l’ormai adulto Alan Parrish (Robin Williams), richiamato alla realtà da due bambini che hanno ritrovato il mefistofelico giocattolo nella soffitta di Villa Parrish.

Il piccolo Alan, cresciuto in una cittadina di provincia dove tutto si chiama come lui (la Biblioteca Parrish, il Parco Parrish, finanche la fabbrica di scarpe Parrish), dovrebbe riuscire a diventare grande sostenendo le enormi aspirazioni dinastiche paterne ma prende la scorciatoia, pur se non del tutto volontaria, di farsi ingoiare da un gioco di ruolo. Al suo ritorno, dopo che ha compiuto il suo personale Viaggio dell’Eroe nella giungla africana vedendo cose “che voi nemmeno potete immaginare”, è pronto a rimettersi in gioco ed a finire quella partita che ventisei anni prima sia lui che Sarah, ora una adulta irrisolta col volto di Bonnie Hunt, non ebbero il coraggio di portare a termine all’epoca.

In fondo Jumanji è il grande gioco della vita. Quando Alan scompare e Sarah viene aggredita dai pipistrelli, la ragazzina ha troppa paura per rimboccarsi le maniche e continuare la partita, così da far uscire i numeri per rievocare Alan o magari annullare l’incantesimo che lo tiene prigioniero: rifiuta la responsabilità di vivere, la allontana, e condanna sé e l’amichetto a delle vite spente, pur se socialmente mature.

Infatti è qui che sta la rivoluzionaria grandezza del film: diventare grandi non è smettere di credere che da un gioco da tavolo possa uscire una mandria di elefanti impazziti, è piuttosto capire che avere la responsabilità di altre persone costa caro, costa spesso la propria libertà ma è l’unico modo che la vita ci dà per vivere.

Ecco che allora quando infine Alan adulto concluderà la partita scandendo bene la parola JU-MAN-JI e la pallottola che il cacciatore Van Pelt gli ha appena sparato contro verrà anch’essa risucchiata nel gioco, Alan ritornato bambino troverà il coraggio di confessare al padre che quel giorno, in fabbrica, era stato lui a rompere per sbaglio un macchinario, evitando quindi a Carl laccio bollente (David Alan Grier), nel frattempo incolpato dell’accaduto, di perdere il posto. E lì, finalmente, quel padre altrimenti così arcigno, lo stima.

Ho perso le mie rotelle, ho perso le mie rotelle, diceva il vecchio Tootles, gattonando nel salotto di nonna Wendy in Hook, perché non riusciva più a vedere Peter Pan: il problema vero sono quelli che le rotelle credono di averle a posto.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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