venerdì 19 gennaio 2018

TUTTI I SOLDI DEL MONDO (Ridley Scott) : se le cose valgono più delle persone

Uno dei fatti di cronaca più avvincenti degli anni '70, per i personaggi coinvolti, per l'attenzione dedicata dai media, per la sua lunga durata, per il suo essersi svolto in Italia: in Tutti i Soldi del Mondo (2017) si racconta tutto questo, il rapimento, la detenzione (lunga sei mesi circa) e la relativa trattativa avvenuta nel 1973 per il rilascio di uno dei nipoti di John Paul Getty, colui che a quel tempo era l'uomo più ricco del mondo e la cui fama di avido vecchio misantropo è proverbiale ancor oggi ed a tutti nota.

Il film è già stato molto discusso prima della sua uscita a causa dell'esclusione in corsa (a riprese già ultimate) di Kevin Spacey, dopo le accuse di molestie nei suoi confronti e il sommario processo mediatico che lo ha già definito colpevole: un involontario (fino a che punto non si sa) boom pubblicitario per la pellicola che porta il pubblico ad identificare il film quasi più per questo motivo che per la storia che racconta. Ma se è vero che dalle impreviste difficoltà i grandi registi riescono a creare delle opportunità, questo è il caso di Ridley Scott che sostituendo Kevin Spacey con l'ottimo Christopher Plummer riesce ad incentrare su di lui il film e a caratterizzare il personaggio in maniera assolutamente efficace tanto da farci domandare quanto fosse azzeccato in principio Kevin Spacey per lo stesso ruolo: potrebbe a questo punto essere divertente ed interessante mettere a confronto le interpretazioni dei due, magari in un contenuto extra del dvd.

Le due versioni del magnate (Plummer e Spacey)
La storia quindi si sviluppa in un contesto, quello italico, che fa da contraltare alle ambientazioni americane e soprattutto inglesi, dando dinamismo al corso degli eventi e passando dalle rigide, cupe e silenziose atmosfere anglosassoni alle assolate, chiassose e affollate scene romane e calabresi: ecco quindi che le ambientazioni dell'epoca vengono rievocate quasi tutte abbastanza verosimilmente, anche se nel confronto tra gli attori secondari quelli americani marcano decisamente la differenza con i loro colleghi italiani (forse volutamente o forse a causa del doppiaggio in italiano, non è del tutto chiaro). 

La narrazione della vicenda si distacca in alcuni punti da quella che è stata la realtà dei fatti (specialmente nel ritrovamento finale che risulta forse un po' forzato), ma in essa il regista riesce a descrivere i grandi contrasti tipicamente italiani e a mettere in luce soprattutto i due potentissimi imperi che stanno alla base della vicenda, quello capitalistico e quello mafioso: sì, perché entrambi hanno precise regole, gerarchie e dinamiche, padroni e servitori, ed è inevitabile durante e dopo il film chiedersi quale dei due mondi sia più spietato.

Lungo tutto lo svolgersi del film un tema si palesa, in maniera parallela alle vicende di Getty e del suo impero: quale sia il vero valore delle cose. In esse infatti il magnate americano sembra riporre tutto il suo affetto, incapace di esternarlo in maniera genuina verso i suoi cari: per lui gli oggetti rappresentano una sicurezza, una costante, ciò che invece non riesce a ritrovare nelle persone, esseri mutevoli, le cui personalità e volontà non possono essere sempre controllate.

Il film mantiene una buona tensione e Michelle Williams interpreta in maniera discreta il dramma psicologico di una madre privata del figlio, da sola in lotta contro i rapitori e inerme di fronte ai ricatti del suocero; la vicenda diviene quasi un pretesto per raccontare quello che è il vero interesse del regista, ossia la figura di Getty senior, la cui brillante e rapida ascesa viene osservata attraverso efficaci ed avvincenti flashback, in un contesto, quello degli anni '70, in rapida evoluzione e che avrebbe conosciuto grandi mutamenti.

© 2018 CINEVECIO e Sante Battistuzzo. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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