mercoledì 28 febbraio 2018

CinemaDautore : I GUARDIANI DEL DESTINO di George Nolfi

Com’è rassicurante pensare che la nostra vita sia gestita da un’entità superiore, da un Destino o da un Demiurgo: non dovremmo preoccuparci di fare scelte, se non quelle tra due tipi di dentifricio o su che film guardare il sabato sera. Ma il Destino può essere anche la più terribile delle gabbie, un padrone tirannico cui è impossibile ribellarsi.

Di questa e d’altre domande filosofiche si occupa l’ottimo film I guardiani del destino (Adjustment Bureau, 2010) di George Nolfi, una pellicola tratta da un racconto di Philip K. Dick (quello di Blade Runner, per intenderci) e che tuttavia risulta difficilmente ascrivibile ad un genere: non è fantascienza stricto sensu, non è commedia sentimentale, non è thriller e nemmeno film d’avventura. Ma allora cos’è?

E’ una piccola gemma a sé stante e totalmente autosufficiente, un racconto avventuroso e filosofico ad un tempo, film dotto ma anche di puro entertainment in una confezione sapientemente preparata per lasciarci con più domande che risposte.

David Norris (Matt Damon) è un giovane deputato rampante con uno sfolgorante futuro di fronte a sé. Ha appena perso una tornata elettorale ma non è tipo da non sapersi rialzare, vincerà alla prossima, le premesse ci sono e sono ottime. Prima del discorso della sconfitta, si reca nel bagno degli uomini della sala convention e lì fa la conoscenza della ballerina Elise Sellas (Emily Blunt), imbucatasi ad un matrimonio ed in fuga dai bodyguard della sicurezza. I due si piacciono subito ma le loro strade tendono a dividersi.

Qualche giorno dopo – causa la distrazione di un non meglio precisato figuro con indosso un trilby d’ordinanza, - David incontra nuovamente Elise su un autobus che non avrebbe dovuto prendere. I due continuano a piacersi, e anche molto, tanto che lei infine capitola e gli consegna il suo numero di telefono. David si reca in ufficio e lì vi trova degli strani agenti, tutti dotati di cappello, che sembrano ipnotizzare il suo amico Charlie (Michael Kelly). In quel frangente, David viene prelevato e gli viene spiegato cosa sta succedendo.

Sin dalle epoche più remote, sin dalla preistoria a quanto pare, il mondo è come salvaguardato da alcune persone, dei guardiani, che hanno vite lunghissime e indirizzano l’agire umano secondo il piano, ossia una sorta di schema scritto dal Presidente, una non meglio identificata figura che sembra gestire i destini del mondo. Questo piano è contenuto – ed in divenire in tempo reale, - in alcuni libri neri a disposizione dei guardiani che lì osservano e controllano che gli esseri umani non deviino da quanto preordinato.

Questi agenti tolgono a David il biglietto con il numero di Elise sostenendo che il piano non prevede una loro relazione: non c’è spiegazione, semplicemente David deve scordarsela. Il mondo è pieno di donne, dimenticala, gli vien detto da Richardson (John Slattery), un quadro intermedio tra i guardiani. Pena l’obliterazione totale della sua memoria, una sorta di lobotomia paranormale che lo condannerebbe alla follia.

Fin qui tutto bene. Tutti noi, e tutti i giorni, abbiamo la sensazione che l’Universo non voglia che facciamo qualcosa, che ci porti dove vuole lui. Chissà perché: le cose succedono e basta, ci andiamo ripetendo. Solo che David non è il prototipo del levantino fatalista, è piuttosto un volterriano alla ricerca del migliore dei mondi possibili: così Elise non la dimentica e per tre anni, per tre anni di seguito, ogni giorno riprende lo stesso autobus nella speranza di poterla incontrare di nuovo.

Siccome il Presidente è il boss ma il Fato - il caso che stava al di sopra persino di Zeus nella visione greca, - è più potente di tutti, un giorno David è sull’autobus e guarda un po’, omaggio nemmeno velato a David Lean e al suo Dottor Zhivago, scorge Elise che cammina sul marciapiedi di fronte. L’autista non lo vuole far scendere ma lui sono tre anni che aspetta, sarebbe capace di frantumare un finestrino per poter uscire. E la rincontra.

Lei per tre anni ha creduto che lui non la volesse chiamare (beata ingenuità femminile) ma lui ha perduto il numero, certo non può raccontarle quel che tre anni prima gli aveva detto Harry Mitchell (Anthony Mackie), il più umano e comprensivo tra i guardiani che si erano occupati del suo caso e che aveva voluto svelargli parte della verità. Ma tra i guardiani c’è subbuglio, David rischia di mettere a repentaglio di nuovo il piano così questa volta viene allestita una squadra più forte, più determinata e più spaventosa. Solo che si scopre anche che versioni precedenti del piano (ebbene sì, anche il Presidente cambia idea) prevedevano che David ed Elise stessero insieme, ecco perché si sentono irrimediabilmente attratti l’uno dall’altra.

Di nuovo, questa volta con un ricatto psicologico, David è costretto a lasciare Elise, convinto con ciò di fare al meglio l’interesse di lei. Ma poi, mesi dopo, per caso legge che la giovane ballerina sta per sposarsi e allora no, si decide: le mie scelte sono tutto quello che ho, dice al suo amico, e si convince che deve tentare il tutto per tutto, almeno tentare. Con l’aiuto di Harry raggiunge Elise al Municipio e comincia con lei una fuga onirico-fantascientifica che culmina sulla vetta di un grattacielo. I due non hanno più scampo, sono accerchiati dai guardiani. Poi, più nulla: i guardiani spariscono, c’è solo Harry che li rassicura; il Presidente, in ragione degli immani sforzi che entrambi hanno fatto, giocandosi tutto solo per stare insieme, ha deciso di modificare il piano, si sono guadagnati la loro felicità.

Che gli uomini non sembrino capaci di gestirsi da soli è nozione antica quanto le stesse civiltà protostoriche: persino nelle caverne, i nostri antenati che a stento parlavano disegnavano superuomini capaci di navigare tra le stelle. Come nei film di Miyazaki, tutti noi post millennial siamo ben consci del fatto che l’uomo non è maturo per fare le proprie scelte in autonomia. E tuttavia, così ci dice la voce narrante di Harry (è forse lui il Presidente?) è proprio ciò che vorrebbe questa misteriosa entità che sceglie per noi: che un giorno giungessimo ad essere sufficientemente maturi da scrivere noi il piano della nostra storia.

Sempre con David Lean e con il suo Lawrence d’Arabia, sembra proprio che David Norris somigli non poco all’eroe anglo-arabo. Nulla è scritto che non sia scritto qui, dice un esausto Lawrence, scendendo dal cammello ed indicandosi il capo, dopo aver recuperato un uomo persosi nel deserto, tra l’incredulità delle sue truppe arabe fataliste e prone al volere del Destino. David non si vuole piegare a nessuna entità superiore, se cartesianamente sono perché penso, tanto più esisto solo in funzione delle scelte che posso compiere. E se scegliere è ciò che definisce chi sono, David sceglie Elise, con tutto ciò che una simile audacia può significare.

Il Presidente è buono o cattivo? Ecco un altro bel quesito che millenni di sacerdoti e chiese non sono stati in grado di risolvere. Stando al film, che rimane volutamente criptico, il Presidente è giusto, fa quel che si deve affinché l’universo proceda secondo un piano di sopravvivenza. Ma allora il Presidente è darwinista? In certo qual modo, sì; tuttavia, è anche capace di riconoscere il merito e la forza di volontà. Forse, semplicemente, il Presidente è quella parte di noi con la quale di rado riusciamo ad entrare in contatto, è il nostro inconscio, è le nostre paure se abbiamo paura e la nostra forza se ci sentiamo forti.

Nolfi gira un film che è veloce e scattante, l’ultimo inseguimento tra porte che si aprono e uscite su mondi altri è un montaggio di grande maestria che incolla lo spettatore allo schermo senza mai scadere nel banale. Ma è anche una pellicola che non disdegna d’indugiare quando si cerca l’introspezione: lo sguardo di Elise verso David al Municipio racconta di una donna che fatica a comprendere le motivazioni dell’uomo che, volente o nolente, non riesce a non amare.

Forse è sbagliato insistere, di qualsiasi cosa si tratti. Ma se David ha ragione, se nel chaos dell’universo non ci restano che le nostre scelte, allora è bene difenderle fino alla morte.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 25 febbraio 2018

SerieTV - SUBURRA : un prodotto (quasi) moderno nel panorama italiano

Presentata in anteprima a Venezia74 con le due prime puntate e prodotta da Cattleya e RaiFiction, la serie rappresenta il primo originale italiano per Netflix e riprende la storia dell'omonimo film uscito nel 2015 che a sua volta si rifà al libro di Giancarlo De Cataldo
Sullo sfondo di una Roma di una decina di anni fa si mettono in scena le vicende e i traffici legati a due famiglie mafiose, una originaria di Ostia, l'altra, una vera e propria gens di zingari, i cui personaggi principali - Aureliano Adami e Alberto "Spadino" Anacleti- sono probabilmente i migliori interpreti della serie (forse anche perché già rodati dalla medesima interpretazione nei rispettivi ruoli nel film originario), vere buone notizie per il cinema italiano; le loro storie si intersecano, per forza di cose, con il vero padrone della criminalità romana, Samurai, personaggio che sembra gestire un impero fatto di notevoli interessi e che per questo dovrà tessere difficili tele tra criminali di basso livello, politici più o meno facilmente corruttibili e le alte sfere del Vaticano. Ad aiutarlo c'è Sara, donna borghese di alto livello ma capace di tutto per raggiungere i propri scopi, che tradisce il proprio marito con il giovane Gabriele "Lele", ragazzo universitario figlio di un poliziotto.

La storia ha un ritmo narrativo accattivante (con un interessante flash-forward iniziale in ogni puntata), anche se sono proprio le prime due puntate (non ce ne voglia Michele Placido che le ha dirette) ad essere forse le più deboli, a differenza delle successive in cui i personaggi e i loro affari si definiscono e si intrecciano meglio: la serie ha un buon livello di credibilità nonostante le scene relative alle vicende in Vaticano siano abbastanza forzate, non perché non plausibili ma perché ricalcate su stereotipi che sanno di artefatto. In questo non aiuta l'interpretazione di Claudia Gerini (Sara) che risulta forse la più negativa tra tutti i personaggi, nonostante il suo ruolo sia forse il più difficile: altri invece risultano molto azzeccati (oltre ai due già citati protagonisti), in primis Francesco Acquaroli che interpreta Samurai, tanto calmo quanto spietato, ma anche Adamo Dionisi che interpreta il boss della famiglia di zingari Anacleti, il cui passato nella vita reale legato a vicende di droga e alla relativa condanna (oltre ad essere stato un capo-ultrà della Lazio) lo hanno portato proprio in carcere a seguire progetti di teatro e a ridefinirsi attore. 

Le location sono quasi sempre azzeccate, fra le varie la villa padronale del clan degli zingari, troppo kitsch per non essere vera, e i diversi scorci romani che fanno la città vera protagonista della serie: sì, perché in realtà si ha quasi la percezione che sia proprio Roma sullo sfondo a determinare i personaggi e le loro vicende, una città che è tutto e il contrario di tutto, luogo unico dove palazzi intrisi di storia e resti archeologici si mischiano con periferie degradate, capitale a tutti gli effetti di due stati dove da sempre si scontrano e intrecciano il potere politico e quelle ecclesiastico, città che assume quasi vita propria. Ad evidenziare fin dall'incipit tutto ciò c'è la sigla scritta, o meglio ricamata, da Piotta (non poteva essere altrimenti) che dichiara fin da subito quanto Roma "ti inghiotte...un gigante che ti culla tra le urla...ti compra, ti vende, ti innalza, ti stende..."; sigla che si rende ancora più appetibile perché accompagnata da una grafica che con un gioco di san pietrini va a delineare il titolo.

Si può dire pertanto che il risultato sia sostanzialmente ben riuscito e piacevole da vedere nonostante qualche intoppo nello sviluppo, qualche banalità di troppo e incertezze nel procedimento, ma finalmente riusciamo a godere un prodotto italiano che parla di Italia in maniera abbastanza moderna, che cerca di affrancarsi (anche se non ci riesce del tutto) dal mondo della fiction italiana, con dei buoni giovani attori nuovi e ci lascia la voglia e la curiosità di vedere anche la seconda stagione, centrando quindi l'obiettivo di qualsiasi vera serie.

© 2018 CINEVECIO e Sante Battistuzzo. RIPRODUZIONE RISERVATA.

domenica 18 febbraio 2018

LA FORMA DELL’ACQUA di Guillermo del Toro

E’ possibile fare un film assolutamente spielberghiano senza essere Steven Spielberg? A quanto pare sì, a patto che vi chiamiate Guillermo del Toro e abbiate trovato la formula segreta per un cinema che sia al contempo di largo consumo e che però mantenga una marca autoriale molto forte.

Con il suo La forma dell’acqua (2017), già Leone d’Oro a Venezia74, il talentuosissimo regista messicano ci conduce indietro nel tempo, nella perbenista e puritana Baltimora del 1962. L’azione si apre mostrandoci la vita di una giovane qualsiasi, Elisa Esposito (Sally Hawkins), un’invalida (è muta) che trascorre le sue giornate nel modo noioso e ripetitivo che le nostre società si compiacciono di riservare agli umili: si alza quasi all’alba, prepara la colazione, si masturba sotto la doccia (è muta ma non asessuata, ci vien mostrato da subito), prende l’autobus e raggiunge il laboratorio segreto governativo presso il quale fa le pulizie. Unici amici: una volitiva collega di colore di nome Zelda (la bravissima Octavia Spencer, già vista in The Help e Il diritto di contare) ed un vicino di casa omosessuale non dichiarato (e come potrebbe, negli anni ’60?), che un tempo era stato un pubblicitario di fama (Richard Jenkins).

Un giorno – o una notte: le giornate degli ultimi cominciano quando i benestanti ancora dormono, - Elisa si accorge che in uno dei laboratori che le è stato chiesto di pulire uno strano essere viene tenuto incatenato dentro ad una vasca che riproduce le acque saline e marcescenti del Rio delle Amazzoni. Elisa, forse in ragione del suo mutismo di origine violenta (ha sul collo delle cicatrici che rimanderebbero ad un infantile taglio delle corde vocali), fraternizza quasi subito con questa Creatura (Doug Jones): squamata e provvista di branchie, essa tuttavia è dotata d’una flessuosa ed attraente forma umanoide. E, soprattutto, sembra gradire le uova che Elisa le procura di nascosto.

La Creatura è però torturata dal bieco agente governativo Strickland (Michael Shannon), vera incarnazione della banalità del male, il quale prova piacere nel sottoporre a dolore ciò che non conosce. Del resto, Del Toro ce lo presenta subito per l’animalesco individuo che è: mentre fa sesso con la moglie, una tipica donna sottomessa degli anni ’50, sembra riprodurre le movenze frenetiche d’un cane in calore, ultimando l’atto sovrapponendo la mano alla bocca della donna, di modo da zittirla, riducendola a semplice oggetto del suo primordiale piacere.

Elisa e la Creatura, va da sé, si innamorano. La giovane, per solito dimessa ed esclusa dal consesso sociale, trova in questo sentimento la capacità di far uscire la forza che riposa dentro di lei e con l’aiuto degli amici, sostenuti da uno scienziato buono, il Dottor Hoffstetler (Michael Stuhlbarg) – che è poi anche un agente sovietico disertore, - riesce a far fuggire la Creatura che viene poi ospitata in casa di Elisa, prima d’essere infine trasportata in mare dove, in seguito ad un climax ascendente di avvenimenti inaspettati, essa sparirà portando la giovane ragazza con sé, mutando le cicatrici di lei in altrettante branchie che le permetteranno, supponiamo, di trascorrere una vita felice nell’acqua.

E’ un peccato che Steven Spielberg si sia perduto nei meandri della politica americana con The Post, quest’anno, mentre il messicano Del Toro confezionava un gioiellino in pieno stile spielberghiano. Ci sono gli ultimi, gli uomini e le donne comuni, gli emarginati; c’è il diverso, una Creatura che sembra condividere con E.T. un ruolo cristologico ed un martirio annunciato ma infine scampato; c’è poi il mostro che è lo Stato, qui rappresentato dal Generale Hoyt (Nick Searcy), incapace di comprendere la meraviglia (e cosa c’è di più spielberghiano?) che gli si para di fronte sotto forma di creatura favolosa e testimone di ere dimenticate e preumane.

Il tema fondamentale di Del Toro è dopotutto proprio questo, la capacità dell’immaginazione e dell’arte di rendere liberi. Elisa ed il suo vicino abitano non per caso una soffitta bohémienne (pronta ad accogliere pucciniane chimere) posta sopra ad un cinematografo in dismissione: la finzione salverà il mondo e chi non è capace di finzione – vedasi Hoyt e Strickland, portatori di altisonanti quanto vuote cariche statali, - è solo distributore di dolore e di morte.

Elisa e la Creatura rappresentano un amore puro – sebbene del tutto carnale, ed in questo Del Toro innova rispetto ai clichés del genere, - l’amore di due anime che si incontrano in corpi diversi per forma ma non per sostanza; nemmeno troppo nascosto il parallelo paradossale tra l’atto sessuale animalesco di Strickland di cui sopra e la poesia nell’unione del corpo mostruoso della Creatura a quello umano ed inviolato di Elisa.

Chi è il vero mostro? Se la forma porta a farci tradire, costringendoci ad additare la Creatura acquatica come repellente e terrificante, le azioni, il comportamento e l’anima che li guida non può non portarci a riconoscere il mostro in Strickland, insensibile capitano Achab convinto di essere intitolato ad un atto di pura hybris (i nativi, in Amazzonia da dove la Creatura proviene, la veneravano come una divinità, ci viene detto) che sarà perduto proprio dal suo volersi fare più potente del trascendente.

In un’America perbenista che somiglia all’odierno entroterra trumpiano o al Nord-Est italiano, raccogliendo in pieno la lezione spielberghiana del ogni persona è importante, Del Toro innalza ad eroi dei diversi che la società rifiuta prima ancora di conoscerli, una Corte dei Miracoli composta di individui scartati chi per difetti fisici, chi per colore della pelle e chi per orientamento sessuale: ebbene, sono loro che vengono scelti dal Destino per salvare la Creatura, ultimo vestigio di trascendente in un mondo venduto alla tèchne (alla radio, di sfuggita, sentiamo che l’URSS ha appena piazzato i suoi missili a Cuba).

Il mostro della laguna nera (1954)
Se non fosse solo per le tematiche così singolari ed interessanti, La forma dell’acqua meriterebbe una visione (cinematografica, per pietà: nulla contro Netflix ma questa pellicola va prima vista al cinema) per la maestria indiscussa del regista: i colori ipersaturi e pastellati che talvolta ricordano i mondi favolosi di Amélie Poulain, le musiche ironiche e tuttavia così filologicamente accurate, i richiami insistiti al cinema horror anni ’50 (ricordate Il mostro della laguna nera?), i movimenti di macchina tanto carezzevoli e flessuosi da ricordare il rollio dell’acqua, liquido amniotico e vitale, che sembra cullarci per tutta la proiezione.

Se uscendo dal cinema sentirete anche voi le ragazzine dire “vorrei anche io un amore così”, sapremo che Del Toro ha centrato il suo obiettivo e che forse, da qualche parte nel cuore delle persone, c’è ancora un filo di speranza per l’umanità.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

venerdì 2 febbraio 2018

Classici : LA DIABOLICA INVENZIONE di Karel Zeman

Si può ammirare la Tour Eiffel ed inorridire per Hiroshima ad un tempo? In altri termini, si può ancora essere positivisti epperò essere orripilati da certe derive scientifiche? Questo quesito, lungi dall’essere relegabile nell’epoca storica che ha visto il propagarsi dell’uso della Scienza, è vieppiù attuale ora.

Lo era anche nel 1958 quando un cineasta ceco di nome Karel Zeman decideva di portare sullo schermo il suo amore per Jules Verne e per tutta quella atmosfera ottocentesca e tecnologica che negli ultimi decenni è servita allo sviluppo dello steam-punk, un genere ormai assai in voga specie tra le giovani generazioni.

La Diabolica Invenzione (Vynàlez Zkàzy, 1958) è appunto da considerarsi il capolavoro di Zeman, un cineasta che prima ancora di essere regista era soprattutto un innamorato degli effetti speciali cinematografici, un maestro della così detta animazione a passo uno, quella che oggi fa anche Tim Burton (Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere) chiamandola però stop-motion. Zeman non era nuovo ad esperienze simili, quando confezionò questo piccolo grande gioiello cinematografico: era già assai noto per molti suoi lavori premiati – malgrado la provenienza claustrante dal blocco sovietico, - in svariati festival internazionali. Il suo Ispirazione (1949) è da molti definito il Fantasia dell’Est Europa.

Zeman sul set di un film sulla preistoria
Zeman era anche un ammiratore sfegatato di Georges Méliès, il padre nobile della cinematografia di finzione, del quale adorava le scenografie primitive e quasi sbozzate, le arguzie tecniche (le finte riprese subacquee girate ponendo la macchina da presa dietro ad un acquario), l’inventiva sempre vulcanica e mai doma. Verrebbe da dire che questo suo film sia davvero un unico, grande omaggio al maestro di una vita Méliès, anche nella ripresa del tema verniano così sfruttato dalla Star-Film dell’ex prestidigitatore poi cineasta.

Come sempre c’è un inventore un po’ tocco, il Professor Roch (Arnost Navràtil), e un’invenzione che non andava inventata (ricordate anche il recente Tomorrowland?): un potentissimo esplosivo i cui effetti ricordano le deflagrazioni nucleari. Se solo cadesse nelle mani sbagliate… Queste mani sono quelle del Conte d’Artigas (Miroslav Holub), aristocratico un po’ Nemo e un po’ Robin Hood datosi alla pirateria internazionale con ambizioni di dominazione del mondo che conduce, rapendolo, il professore su Back-Up, l’isoletta sperduta a forma di tazza rovesciata dove ha la sua base segreta (si pensi a quanti futuri cattivi simili, dalla saga di James Bond ai giorni nostri).

Ma il Professore ha un assistente, anche lui rapito, Simon Hart (Lubor Tokos). Egli è un ingegnere, dunque un supereroe nel mondo verniano in cui l’uomo è ancora capace, con la tèchnè, di dominare gli elementi e la Natura. In combutta con lui è Jana (Jana Zatloukalovà), una giovane intraprendente che viene condotta sull’isola dopo l’abbordaggio corsaro della sua nave. Insieme, Simon e Jana, si salveranno dall’inferno di macchine che domina Back-Up e scapperanno a bordo di una mongolfiera, dirigendosi lontano dalla deflagrazione con la quale il Professore, ormai conscio delle mire diaboliche di D’Artigas, ha deciso di mettere fine alla sua vita ed ai piani del losco conte.

Che ragione ci dovrebbe essere per rivedere un film del 1958 che già sappiamo avvalersi di effetti speciali a dir poco obsoleti? Innanzitutto basterebbe l' entusiasmante esperienza di violazione del patto autore/spettatore cui ci obbliga Zeman: costruendo con la cartapesta delle vere e proprie quinte teatrali che sostituiscono panorami, sfondi e interni egli ci invita ad abbandonare il principio di realtà, a lasciare che il nostro occhio (e la nostra mente) creda indisturbato che un uomo può essere più alto di un sommergibile, che un cannone può essere fatto di carta e che basti la chiave di un orologio a pendolo per caricare una mitragliatrice.


In seconda battuta il film è portatore di un messaggio attualissimo e controverso per le nostre società, ovvero quello dei limiti della Scienza. Il Professor Roch vorrebbe proseguire le sue ricerche per far progredire l’umana conoscenza ma ad un certo punto, persino lui, il positivista par excellance, deve arrendersi al fatto che la Scienza non è buona o cattiva, diviene l’uno e l’altro in base a chi la utilizza. E, di fronte alla bandiera (questo il titolo del romanzo di Verne da cui è tratto il film), Roch decide di immolarsi e portare con sé nella tomba il segreto di un artificio che l’uomo non sembra essere maturo per conoscere (quanto Miyazaki in questa conclusione).

Vale ancora la pena di guardare un film così datato? Noi pensiamo di sì, perlomeno fino a che non saremo in grado di capire che Hiroshima era già in potenza nella metallica intelaiatura della Tour Eiffel.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.