venerdì 2 febbraio 2018

Classici : LA DIABOLICA INVENZIONE di Karel Zeman

Si può ammirare la Tour Eiffel ed inorridire per Hiroshima ad un tempo? In altri termini, si può ancora essere positivisti epperò essere orripilati da certe derive scientifiche? Questo quesito, lungi dall’essere relegabile nell’epoca storica che ha visto il propagarsi dell’uso della Scienza, è vieppiù attuale ora.

Lo era anche nel 1958 quando un cineasta ceco di nome Karel Zeman decideva di portare sullo schermo il suo amore per Jules Verne e per tutta quella atmosfera ottocentesca e tecnologica che negli ultimi decenni è servita allo sviluppo dello steam-punk, un genere ormai assai in voga specie tra le giovani generazioni.

La Diabolica Invenzione (Vynàlez Zkàzy, 1958) è appunto da considerarsi il capolavoro di Zeman, un cineasta che prima ancora di essere regista era soprattutto un innamorato degli effetti speciali cinematografici, un maestro della così detta animazione a passo uno, quella che oggi fa anche Tim Burton (Nightmare Before Christmas, La sposa cadavere) chiamandola però stop-motion. Zeman non era nuovo ad esperienze simili, quando confezionò questo piccolo grande gioiello cinematografico: era già assai noto per molti suoi lavori premiati – malgrado la provenienza claustrante dal blocco sovietico, - in svariati festival internazionali. Il suo Ispirazione (1949) è da molti definito il Fantasia dell’Est Europa.

Zeman sul set di un film sulla preistoria
Zeman era anche un ammiratore sfegatato di Georges Méliès, il padre nobile della cinematografia di finzione, del quale adorava le scenografie primitive e quasi sbozzate, le arguzie tecniche (le finte riprese subacquee girate ponendo la macchina da presa dietro ad un acquario), l’inventiva sempre vulcanica e mai doma. Verrebbe da dire che questo suo film sia davvero un unico, grande omaggio al maestro di una vita Méliès, anche nella ripresa del tema verniano così sfruttato dalla Star-Film dell’ex prestidigitatore poi cineasta.

Come sempre c’è un inventore un po’ tocco, il Professor Roch (Arnost Navràtil), e un’invenzione che non andava inventata (ricordate anche il recente Tomorrowland?): un potentissimo esplosivo i cui effetti ricordano le deflagrazioni nucleari. Se solo cadesse nelle mani sbagliate… Queste mani sono quelle del Conte d’Artigas (Miroslav Holub), aristocratico un po’ Nemo e un po’ Robin Hood datosi alla pirateria internazionale con ambizioni di dominazione del mondo che conduce, rapendolo, il professore su Back-Up, l’isoletta sperduta a forma di tazza rovesciata dove ha la sua base segreta (si pensi a quanti futuri cattivi simili, dalla saga di James Bond ai giorni nostri).

Ma il Professore ha un assistente, anche lui rapito, Simon Hart (Lubor Tokos). Egli è un ingegnere, dunque un supereroe nel mondo verniano in cui l’uomo è ancora capace, con la tèchnè, di dominare gli elementi e la Natura. In combutta con lui è Jana (Jana Zatloukalovà), una giovane intraprendente che viene condotta sull’isola dopo l’abbordaggio corsaro della sua nave. Insieme, Simon e Jana, si salveranno dall’inferno di macchine che domina Back-Up e scapperanno a bordo di una mongolfiera, dirigendosi lontano dalla deflagrazione con la quale il Professore, ormai conscio delle mire diaboliche di D’Artigas, ha deciso di mettere fine alla sua vita ed ai piani del losco conte.

Che ragione ci dovrebbe essere per rivedere un film del 1958 che già sappiamo avvalersi di effetti speciali a dir poco obsoleti? Innanzitutto basterebbe l' entusiasmante esperienza di violazione del patto autore/spettatore cui ci obbliga Zeman: costruendo con la cartapesta delle vere e proprie quinte teatrali che sostituiscono panorami, sfondi e interni egli ci invita ad abbandonare il principio di realtà, a lasciare che il nostro occhio (e la nostra mente) creda indisturbato che un uomo può essere più alto di un sommergibile, che un cannone può essere fatto di carta e che basti la chiave di un orologio a pendolo per caricare una mitragliatrice.


In seconda battuta il film è portatore di un messaggio attualissimo e controverso per le nostre società, ovvero quello dei limiti della Scienza. Il Professor Roch vorrebbe proseguire le sue ricerche per far progredire l’umana conoscenza ma ad un certo punto, persino lui, il positivista par excellance, deve arrendersi al fatto che la Scienza non è buona o cattiva, diviene l’uno e l’altro in base a chi la utilizza. E, di fronte alla bandiera (questo il titolo del romanzo di Verne da cui è tratto il film), Roch decide di immolarsi e portare con sé nella tomba il segreto di un artificio che l’uomo non sembra essere maturo per conoscere (quanto Miyazaki in questa conclusione).

Vale ancora la pena di guardare un film così datato? Noi pensiamo di sì, perlomeno fino a che non saremo in grado di capire che Hiroshima era già in potenza nella metallica intelaiatura della Tour Eiffel.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

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