domenica 18 febbraio 2018

LA FORMA DELL’ACQUA di Guillermo del Toro

E’ possibile fare un film assolutamente spielberghiano senza essere Steven Spielberg? A quanto pare sì, a patto che vi chiamiate Guillermo del Toro e abbiate trovato la formula segreta per un cinema che sia al contempo di largo consumo e che però mantenga una marca autoriale molto forte.

Con il suo La forma dell’acqua (2017), già Leone d’Oro a Venezia74, il talentuosissimo regista messicano ci conduce indietro nel tempo, nella perbenista e puritana Baltimora del 1962. L’azione si apre mostrandoci la vita di una giovane qualsiasi, Elisa Esposito (Sally Hawkins), un’invalida (è muta) che trascorre le sue giornate nel modo noioso e ripetitivo che le nostre società si compiacciono di riservare agli umili: si alza quasi all’alba, prepara la colazione, si masturba sotto la doccia (è muta ma non asessuata, ci vien mostrato da subito), prende l’autobus e raggiunge il laboratorio segreto governativo presso il quale fa le pulizie. Unici amici: una volitiva collega di colore di nome Zelda (la bravissima Octavia Spencer, già vista in The Help e Il diritto di contare) ed un vicino di casa omosessuale non dichiarato (e come potrebbe, negli anni ’60?), che un tempo era stato un pubblicitario di fama (Richard Jenkins).

Un giorno – o una notte: le giornate degli ultimi cominciano quando i benestanti ancora dormono, - Elisa si accorge che in uno dei laboratori che le è stato chiesto di pulire uno strano essere viene tenuto incatenato dentro ad una vasca che riproduce le acque saline e marcescenti del Rio delle Amazzoni. Elisa, forse in ragione del suo mutismo di origine violenta (ha sul collo delle cicatrici che rimanderebbero ad un infantile taglio delle corde vocali), fraternizza quasi subito con questa Creatura (Doug Jones): squamata e provvista di branchie, essa tuttavia è dotata d’una flessuosa ed attraente forma umanoide. E, soprattutto, sembra gradire le uova che Elisa le procura di nascosto.

La Creatura è però torturata dal bieco agente governativo Strickland (Michael Shannon), vera incarnazione della banalità del male, il quale prova piacere nel sottoporre a dolore ciò che non conosce. Del resto, Del Toro ce lo presenta subito per l’animalesco individuo che è: mentre fa sesso con la moglie, una tipica donna sottomessa degli anni ’50, sembra riprodurre le movenze frenetiche d’un cane in calore, ultimando l’atto sovrapponendo la mano alla bocca della donna, di modo da zittirla, riducendola a semplice oggetto del suo primordiale piacere.

Elisa e la Creatura, va da sé, si innamorano. La giovane, per solito dimessa ed esclusa dal consesso sociale, trova in questo sentimento la capacità di far uscire la forza che riposa dentro di lei e con l’aiuto degli amici, sostenuti da uno scienziato buono, il Dottor Hoffstetler (Michael Stuhlbarg) – che è poi anche un agente sovietico disertore, - riesce a far fuggire la Creatura che viene poi ospitata in casa di Elisa, prima d’essere infine trasportata in mare dove, in seguito ad un climax ascendente di avvenimenti inaspettati, essa sparirà portando la giovane ragazza con sé, mutando le cicatrici di lei in altrettante branchie che le permetteranno, supponiamo, di trascorrere una vita felice nell’acqua.

E’ un peccato che Steven Spielberg si sia perduto nei meandri della politica americana con The Post, quest’anno, mentre il messicano Del Toro confezionava un gioiellino in pieno stile spielberghiano. Ci sono gli ultimi, gli uomini e le donne comuni, gli emarginati; c’è il diverso, una Creatura che sembra condividere con E.T. un ruolo cristologico ed un martirio annunciato ma infine scampato; c’è poi il mostro che è lo Stato, qui rappresentato dal Generale Hoyt (Nick Searcy), incapace di comprendere la meraviglia (e cosa c’è di più spielberghiano?) che gli si para di fronte sotto forma di creatura favolosa e testimone di ere dimenticate e preumane.

Il tema fondamentale di Del Toro è dopotutto proprio questo, la capacità dell’immaginazione e dell’arte di rendere liberi. Elisa ed il suo vicino abitano non per caso una soffitta bohémienne (pronta ad accogliere pucciniane chimere) posta sopra ad un cinematografo in dismissione: la finzione salverà il mondo e chi non è capace di finzione – vedasi Hoyt e Strickland, portatori di altisonanti quanto vuote cariche statali, - è solo distributore di dolore e di morte.

Elisa e la Creatura rappresentano un amore puro – sebbene del tutto carnale, ed in questo Del Toro innova rispetto ai clichés del genere, - l’amore di due anime che si incontrano in corpi diversi per forma ma non per sostanza; nemmeno troppo nascosto il parallelo paradossale tra l’atto sessuale animalesco di Strickland di cui sopra e la poesia nell’unione del corpo mostruoso della Creatura a quello umano ed inviolato di Elisa.

Chi è il vero mostro? Se la forma porta a farci tradire, costringendoci ad additare la Creatura acquatica come repellente e terrificante, le azioni, il comportamento e l’anima che li guida non può non portarci a riconoscere il mostro in Strickland, insensibile capitano Achab convinto di essere intitolato ad un atto di pura hybris (i nativi, in Amazzonia da dove la Creatura proviene, la veneravano come una divinità, ci viene detto) che sarà perduto proprio dal suo volersi fare più potente del trascendente.

In un’America perbenista che somiglia all’odierno entroterra trumpiano o al Nord-Est italiano, raccogliendo in pieno la lezione spielberghiana del ogni persona è importante, Del Toro innalza ad eroi dei diversi che la società rifiuta prima ancora di conoscerli, una Corte dei Miracoli composta di individui scartati chi per difetti fisici, chi per colore della pelle e chi per orientamento sessuale: ebbene, sono loro che vengono scelti dal Destino per salvare la Creatura, ultimo vestigio di trascendente in un mondo venduto alla tèchne (alla radio, di sfuggita, sentiamo che l’URSS ha appena piazzato i suoi missili a Cuba).

Il mostro della laguna nera (1954)
Se non fosse solo per le tematiche così singolari ed interessanti, La forma dell’acqua meriterebbe una visione (cinematografica, per pietà: nulla contro Netflix ma questa pellicola va prima vista al cinema) per la maestria indiscussa del regista: i colori ipersaturi e pastellati che talvolta ricordano i mondi favolosi di Amélie Poulain, le musiche ironiche e tuttavia così filologicamente accurate, i richiami insistiti al cinema horror anni ’50 (ricordate Il mostro della laguna nera?), i movimenti di macchina tanto carezzevoli e flessuosi da ricordare il rollio dell’acqua, liquido amniotico e vitale, che sembra cullarci per tutta la proiezione.

Se uscendo dal cinema sentirete anche voi le ragazzine dire “vorrei anche io un amore così”, sapremo che Del Toro ha centrato il suo obiettivo e che forse, da qualche parte nel cuore delle persone, c’è ancora un filo di speranza per l’umanità.


© 2018 CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo-Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.

Nessun commento:

Posta un commento