giovedì 7 giugno 2018

QUANDO SI SPENSE LA NOTTE di Ottavia Casagrande


Ci vuole coraggio anche per stare dalla parte sbagliata. Questa frase l’ho attesa per 235 pagine ma sapevo, dentro di me, che sarebbe arrivata. Me lo sentivo. Non poteva essere altrimenti, da un vecchio amico come Raimondo. Beninteso: non che io e lui siamo mai stati amici – è morto più di sessant’anni fa, - ma sono certo che lo saremmo stati, ai suoi tempi. E’ un vecchio amico perché da che ne sentii parlare tanti anni orsono per la prima volta, prima di conoscere Raimonda, la figlia, e Ottavia, la nipote, sapevo che c’era un feeling con questo matto aristocratico sempre di traverso a tutto, ideologie, sacramenti, boriosa pompa politica e professionale.

Era un Rhett Butler, uno di quelli che ti dicono che fare la guerra ai nordisti è una cosa stupida e che finirà male ma che alla fine, quando Atlanta brucia, si arruola nell’esercito sconfitto. Ma proprio perché è sconfitto. Perché ha una passione per le cause perse. Ottavia Casagrande, scrittrice e sceneggiatrice che di Raimondo è appunto la nipote, ci regala un ritratto di questo complesso, incomprensibile ed affascinante uomo nel suo nuovo romanzo Quando si spense la notte (Feltrinelli, pp. 243, € 16), entrando nel profondo dei pensieri di questo nonno mai conosciuto epperò sempre vissuto.

Ma andiamo con ordine, perché anche la storia editoriale di questo libro è un racconto di spionaggio. Qualche tempo fa Ottavia e Raimonda ricevono una telefonata dal Dorset (c’è contea più intrinsecamente britannica da cui ricevere una misteriosa call?). E’ una signora, tale Geraldine S., che probabilmente abita in uno di quei villaggi dove c’è anche una Miss Marple. O magari lei stessa è anche un po’ Miss Marple. Sostiene di aver ravvisato delle somiglianze, leggendo Mi toccherà ballare, il libro che Raimonda e Ottavia avevano già dedicato al principe, tra Raimondo Lanza di Trabia ed il bel Rodrigo Linzer, la spia italiana con cui la madre di Geraldine sosteneva di aver avuto una storia poco prima che l’Italia entrasse in guerra nel 1940.

Rodrigo Linzer. O Riddrick Linzer, come a volte si firmava. Per chi conosca quel matto di Raimondo ci vuol poco a fare due più due: uno che in missione segreta si faceva chiamare Rodolfo Lentini o dottor Roberto Lima solo allo scopo di poter comunque vagare per l’Europa indossando la propria finissima biancheria cifrata…. è più facile che l’incredibile sia vero, quando c’è di mezzo Raimondo.
© Il Giornale

Così viene fuori che la compassata signora inglese si chiama Geraldine perché questo era il nome che sua madre Cora, all’epoca agente britannica semi-dormiente nell’Italietta fascista, prese a utilizzare subito dopo che uno zelante brigadiere dei carabinieri ne aveva denunciata l’identità all’oscuro e temibile tenente colonnello Santo Emanuele, vera anima nera del Servizio Informazioni del Regime, in contatto con l’OVRA e pronto a ricattare persino la Casa Reale (sua la paternità del dossier che sosteneva una presunta omosessualità dell’erede al trono Umberto, il futuro Re di Maggio).

Prima che possiamo accorgercene, Ottavia Casagrande ci scaraventa di peso nella splendida atmosfera della fine degli anni ’30, poco prima che si scateni la tempesta perfetta. Raimondo salva, da par suo, la bella Cora che era stata beccata a osservare troppo da vicino le strutture portuali siciliane. La conduce a mangiare a casa, dalla austera e severissima nonna Giulia Florio (quella che faceva paura pure al Duce) e quindi la mette a lavorare come insegnante in un collegio di Roma.

Solo che è un collegio di suore e allora è tutto un girare per scale segrete e saltare su tetti spioventi per i due giovani amanti che cercano di consumare il loro amore in barba alle pie suorine. “Dica pure al suo parente di uscire da sotto il letto” chiosa con understatement Suor Mathilde, la superiora dal britannico aplomb, uscendo dalla camera della povera Cora dopo che i due erano stati interrotti durante un rendéz-vous. Già, perché non erano ammessi ospiti maschili – nel morigerato collegio, - e allora Raimondo si faceva passare per un parente. Servizio in camera, mannaggia a lui!

Raimondo con il suo idolo Erroll Flynn
Ma in fondo sta tutto qui il fascino incredibile dell’ultimo principe di Trabia. E’ l’uomo dai mille volti, anche tragici (quello del frac trasportato dal fiume nella canzone di Modugno, per dirne uno), l’uomo che sogna e con il sogno forgia la realtà che lo circonda. Si veste da monaca per sfuggire alle monache; si fa passare per attore; inventa divisioni e reparti inesistenti da inserire in microfilm falsi da inviare a Berlino, così che il caporale ci pensi bene prima di provare a tirar brutti scherzi all’Italia. E’, in definitiva, l’uomo che mal tollera qualsiasi censura e la fugge con l’ingegno del travestimento e dell’ironia.

Anche quando ormai le cose si mettono al peggio e l’amico Galeazzo Ciano – qui ritratto con penna magistrale da Ottavia che ne coglie tutta la tragica inadeguatezza, - gli consiglia la fuga, non potendo più proteggere lo scalmanato principe e la ragazzina inglese che giocano a fare le spie, Raimondo trova la forza dei grandi e attraversa l’Europa già in guerra al solo scopo di riportare in salvo Cora in Inghilterra, quella stessa Cora che gli chiederà di lì a poco di tradire se stesso, il suo paese: che poi alla fine per Raimondo è quella noiosa di nonna Giulia o il panzone di Galeazzo mentre fa la sauna ma è pur sempre il suo paese, sgarrupato che sia.

Right or wrong, my country, diceva Winston Churchill, il vecchio leone con cui Raimondo fa colazione prima di diventare nemico degli inglesi. Certo l’Inghilterra lo affascina e Cora ha ragione: se qualcosa è rimasto della civiltà occidentale, quel qualcosa alberga in Inghilterra, tra i vecchi che giocano a bocce in Hyde Park mentre la Luftwaffe bombarda Londra. Ma ci vuole coraggio anche per stare dalla parte sbagliata e se c’è una cosa che a Raimondo non è mai mancata – pur nelle sue enormi mancanze e nei suoi immensi limiti, - è il coraggio. Quello innato, quello che viene da chissà quale avo che aveva combattuto a Lepanto o magari aveva chiuso il quadrato della Vieille Garde a Waterloo.

Il tempo d’una doccia, e Raimondo sparisce. Non per vigliaccheria, naturalmente, ma perché ci sono cose che un uomo deve fare, al di là della convenienza. E allora addio sogni d’amore, addio paese civile e addio all’illusione che Raimondo sia stato solo uno scapestrato perdigiorno. Addio, addio, addio, cantava appunto Domenico Modugno, addio a quell’attimo d’amore che mai più ritornerà.

Raimondo e Susanna Agnelli a Cortina
Più che nel precedente Mi toccherà ballare, in questo libro la canzone di Modugno diventa davvero una cifra per comprendere il profondo di Raimondo, quei sogni mai sognati che mascherava dietro il pulito volto del rampollo di una delle più vecchie famiglie d’Italia. E’ la malinconia di Lili Marlene, il triste lamento di un giovane al fronte che spera di tronare a baciare l’innamorata sotto quel lampione. “Ma porta male!” sbotta Gino, il suonatore d’organetto, quando Raimondo, tornato a casa, gli chiede di metter su proprio quella canzone. “Appunto!” risponde Trabia. E intanto, i lampioni vengono spenti per il coprifuoco, per i venti di guerra. E, con loro, si spegne anche la notte.

Ottavia Casagrande ha il dono del romanziere, sa tenere il lettore per mano quando serve accompagnarlo e sa togliergli il fiato quando serve stupirlo. Non ha paura di mettere in luce le contraddizioni del nonno, lo osserva come un entomologo farebbe con una splendida farfalla che sa, purtroppo, destinata a morire troppo presto. Sa cogliere il letterario, o forse il cinematografico, in ciò che racconta: da non perdere, il momento in cui Raimondo va a trovare Cora, ora nota col nome di Geraldine Blake, sul set de La corona di ferro, primo e ultimo kolossal fantasy del cinema italiano, e si addentra nel folto della foresta, vera, che il regista Blasetti aveva preteso fosse ricostruita in studio a Cinecittà.
Ottavia Casagrande e Raimonda Lanza di Trabia

Tra gerarchi spompati, attrici russe doppiogiochiste, militari sadici, avvelenamenti, inseguimenti, rifugi montani e scelte difficili Ottavia ci presenta un Raimondo che in fondo era, nella sua impreparazione, più preparato di chi avrebbe dovuto condurre in salvo il paese. Era un matto scavezzacollo, pieno di contraddizioni, sfotteva il Regime ma si conquistava, volontario in Spagna, una medaglia d’argento al valor militare. Era un tombeur de femmes che ne amò davvero solo poche, forse una, un Clive Candy che nel volto di Cora ritrovava i lineamenti di Magdalene, l’inglesina che anni prima aveva perduto per una brutta malattia.

E se alla fine Raimondo fosse stato solo un bambino innamorato che provò a fare lo sgambetto alla Storia?

© 2018 CINEVECIO e Gaspare B. Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.