mercoledì 21 novembre 2018

PASSENGERS di Morten Tyldum


di Gaspare Battistuzzo Cremonini

Riscrivere la Genesi, può esserci sfida più entusiasmante per un narratore? Prendere il libro chiave, nel libro dei libri, e provare a ridirlo, ad adattarlo al nostro presente, ad un futuro che nella sua indefinita lontananza diviene metafora del vivere di tutti noi.

Siamo su un’astronave, la Avalon, che trasporta dei passeggeri ibernati verso Homestead II, un nuovo mondo extra sistema solare dove c’è più spazio per vivere e per svilupparsi: insomma, la nuova frontiera del colonialismo spaziale. Sulla Avalon però qualcosa non funziona a dovere e uno dei gusci – i pod, così li chiamano, - si apre in anticipo. Il meccanico Jim Preston (Chris Pratt) si sveglia accorgendosi che mancano ancora ottantotto anni all’arrivo su Homestead II, ciò che lo costringerà a morire in solitudine sulla nave senza mai giungere alla meta.

Di tornare a dormire – nell’originale inglese non va trascurata la vicinanza semantica dell’espressione put to sleep all’idea della morte per come espressa, per esempio, nelle lettere di Paolo, - non se ne parla: la tecnologia prevede che si possa ma solo in presenza di un tecnico umano. Allora Jim si rassegna e vive come un naufrago: come Robinson si lascia crescere la barba e le sue giornate sono allietate solo dalla presenza di Arthur (Gus Sheen), il barman robotico che trascende gli anni, passati e futuri, in un locale che appare un chiaro omaggio a Stanley Kubrick.

Solo che Jim si sente solo. Come Adamo, che pure è precipitato da Dio in un paradiso, non certo in una discarica, Jim ha tutto quel che vuole ma si sente privo del calore di un altro essere umano; se però Adamo poteva chiedere a Dio la creazione di una Eva, peraltro al costo d’una costola, Jim non ha che da scegliere nella sterminata distesa – sono in tutto cinquemila, - di bozzoli criogenici in cui altri esseri umani sono ibernati. Basta svegliarne uno, o forse una. La costola simbolica che Jim deve dare è il prezzo che la sua coscienza dovrà pagare sapendo che nel risvegliare l’altra persona la condannerà al suo stesso destino di prigionia e di morte.

In uno dei bozzoli giace addormentata – ed il nome è infatti lo stesso di quella che dormiva nel bosco, anche se la capsula assomiglia più alla bara di Biancaneve di disneyana memoria, - la scrittrice e giornalista Aurora Lane (una come sempre bellissima e talentuosa Jennifer Lawrence) e per Jim è amore a prima vista. Dopo innumerevoli esitazioni si convince: spegne la macchina criogenica e le (ri)dà la vita.

Che tra i due poi nasca un sentimento amoroso è ovvio epperò va detto che lo sceneggiatore Jon Spaihts (già in Prometheus e Dr. Strange) riesce a gestire questo aspetto della vicenda narrativa con maestria, centellinando gli indizi fino al momento in cui Aurora verrà a sapere che è stato Jim a svegliarla, condannandola ad una fine atroce.

D’altra parte è da questo espediente che la storia si ricollega in modo evidente proprio alla Genesi: sino alla cacciata dall’Eden Eva non era che un’appendice, una costola di Adamo senza una propria personalità. L’evento traumatico della scoperta del malfunzionamento della nave Avalon – la promessa infranta dell’Albero della Conoscenza, - permetterà ad Aurora di sperimentare la possibilità di costruire insieme, di giocare alla pari con Jim e di essere, infine, colei che lo salverà da morte certa.

Avalon, l’isola che nella mitologia celtica è il luogo eletto dell’aldilà, diviene qui la metafora della vita di ognuno di noi: siamo passeggeri o passanti, nelle nostre esistenze? E se davvero ci aspetta un luogo migliore, forse Homestead II, non è ugualmente sensato provare a fare della nave che ci trasporta un piccolo paradiso terrestre?

Vivere non è semplice e richiede fiducia nel futuro e nelle proprie potenzialità ma vivere, così come morire (Barrie), può essere una grande avventura.

© 2018 EDIZIONI CINEVECIO.

sabato 3 novembre 2018

LO SCHIACCIANOCI E I QUATTRO REGNI di Lasse Hallström e Joe Johnston


Il viaggio più difficile è sempre quello che compiamo dentro noi stessi. Questa potrebbe essere la chiave di lettura più importante per interpretare un film a lungo atteso, la nuova versione dello Schiaccianoci targata Disney.

Le aspettative erano tante e, conviene precisarlo subito, non sono andate deluse. D’altra parte la sapiente casa di Burbank non ha arruolato due registi come Lasse Hallström e Joe Johnston per niente: l’uno è l’anima di film come Chocolat, Hachiko, Dear John e Il vento del perdono mentre l’altro è il papà di una leggendaria pellicola di formazione come Jumanji oltre che di cult come Le avventure di Rocketeer o Le avventure del giovane Indiana Jones.

Insomma, la Disney ha fatto i compiti a casa e li ha fatti molto bene. Non solo ha trovato in Mackenzie Foy (Interstellar) il volto di una perfetta Clara ma ha saputo innovare con garbo e trasportare nel nuovo millennio questa classica storia di Natale dando al vecchio padrino Drosselmeyer le fattezze di un saggio Morgan Freeman che ha per ‘nipote’ uno schiaccianoci anche lui di colore che si chiama Phillip Hoffmann, giusto per non dimenticare il geniale quanto turbato scrittore romantico all’origine della vicenda.

La mossa successiva è stata quella di trovare un nuovo modo di raccontare una storia vecchia, pur senza ricorrere al pretesto del prequel o alla versione antieroica (per fare un esempio, l’esperimento di Maleficent): gli sceneggiatori Ashleigh Powell e Michael Beaufoy hanno risolto la questione con ingegno ed in modo che il plot divenisse funzionale al ruolo catartico e psicanalitico che questa storia di viaggio eroico ha sempre avuto.

La piccola Clara Stahlbaum vive a Londra col padre e i fratelli. Ha perduto la mamma da poco e da essa ha ricevuto per Natale un regalo postumo, un uovo simil Fabérgé per il quale però non possiede la chiave. Il rapporto che Clara ha con il padre (Matthew McFayden) non è facile: entrambi soffrono la perdita di un affetto ed entrambi fanno difficoltà ad ammetterlo. Il risultato è che sembrano allontanarsi inesorabilmente l’uno dall’altra.

L’unico che pare comprendere la giovane e talentuosa Clara – la ragazzina ha peraltro una passione per la meccanica e i marchingegni, - è il padrino Drosselmeyer, una sorta di industriale/inventore campione di una cultura steampunk che gli sceneggiatori hanno avuto la bella idea di sottolineare in questa nuova versione della storia.

Sarà a casa di Drosselmeyer, alla vigilia di Natale, che Clara intraprenderà un viaggio verso un mondo straordinario che contribuirà a renderla una donna. Accantonata la fantasia del rimpicciolimento a dimensione di giocattolo, in questa rivisitazione Clara raggiunge il magico mondo di Schiaccianoci attraverso il buio tronco di un albero cavo, memore della lezione di Narnia, da un lato, e di quella di Freud dall’altro, vero tunnel di attraversamento delle più recondite paure della giovinetta.

Una volta giunta a destinazione Clara apprende di essere l’erede dei Quattro Regni, in quanto figlia di una madre che già era stata in quel fantastico altrove (e qui il richiamo a Barrie è evidente), e di trovarsi di fronte ad una guerra fratricida che sembra sin troppo facile da risolvere. Clara però dovrà imparare, a sue spese, che il Bene e il Male esistono ma non sono sempre così chiari e semplici da riconoscere.

Clara si ritrova – un po’ come nella precedente rilettura data dal russo Andrej Konchalovskij, - non già in un regno fatato ma in una vera e propria distopia nella quale Fata Confetto (una superba Keira Knightley) non è la fatina buona che sembra ma una dittatrice in erba pronta ad utilizzare la chiave che Clara va cercando, quella che apre il suo uovo, per rimettere in moto un terribile marchingegno capace di mutare i soldatini di latta in altrettanti militi a grandezza naturale, un vero esercito pronto a marciare al passo dell’oca su tutti e quattro i regni.

Madre Cicogna (un’insolita e spaesata Helen Mirren), a lungo ritenuta da Clara la cattiva della situazione, si rivela essere invece una ribelle datasi alla macchia per resistere alle pressioni espansionistiche di Fata Confetto. E allora Clara dovrà aprire l’uovo che la madre le aveva regalato per trovare null’altro che un carillon e uno specchio: qui dentro c’è tutto ciò che ti serve, le aveva scritto nel biglietto d’accompagnamento, come a far risuonare nelle nostre orecchie il conosci te stesso del tempio di Delfi.

Clara sarà allora capace sia di superare le sue paure che di fare la scelta giusta, riconquistando la pace per i Quattro Regni e tornando nel mondo ordinario con un elisir di conoscenza fondamentale, la capacità di perdonare e perdonarsi. Ritrovato il padre, finirà per danzare con lui sulle note del Valzer dei Fiori di Tchaikovsky.

Come parlare, del resto, dello Schiaccianoci senza menzionarne la musica? Tutte le varie versioni cinematografiche di questa storia si sono misurate con la sfida di usare Tchaikovsky come colonna sonora, persino Konchalovskij si adeguò, a suo modo, nel suo Schiaccianoci 3D facendo riarrangiare i pezzi più famosi del balletto in salsa rap e pop.

A differenza però di altri film questo si pone come un aperto e ammirato omaggio alla grandezza del compositore e del suo scenografo/coreografo Marius Petipa: anche la Disney è cosciente che in questo balletto russo si conclude una delle vette culturali del nostro Occidente. Ecco che allora il palazzo reale di Clara avrà le fattezze del Cremlino, con le caratteristiche torri alla russa, e veri e propri inserti di balletto – metateatro, direbbero i dotti, - sono piazzati qui e là nella storia.

L’omaggio è però anche della Disney a se stessa: la sequenza iniziale del balletto nel quale vediamo un’orchestra dietro ad una superficie illuminata in controluce è una chiara citazione del capolavoro di Walt Disney, Fantasia, nel quale un sorpreso Leopold Stokowski stringeva la mano all’impertinente Mickey Mouse. Del resto è logico immaginare che questo film avrà, molto probabilmente, lo stesso scopo e lo stesso effetto che Fantasia doveva avere nel pensiero di Walt: avvicinare i bimbi alla bella musica.


Una parola va spesa a favore degli sceneggiatori. Powell e Beaufoy riescono a costruire una trama davvero organica, mai banale, sempre tenendo presente il classico come riferimento ma innovando con sapiente rispetto. Le immagini che propongono sono affascinanti, dal felliniano circo di Madre Cicogna sino ai mulini d’acqua che forniscono energia al castello sui quali Clara dovrà arrampicarsi dopo essere fuggita da una prigione posta in una torre astronomica la quale richiama, indubbiamente non per caso, la torre di Isengard su cui Gandalf viene imprigionato da Saruman. Il tutto condito da un ardito cromatismo memore delle immortali lezioni di Powell & Pressburger (I racconti di Hoffmann, Scarpette Rosse, Duello a Berlino).

La simmetria del racconto è perfetta e funziona in modo efficace. Prima di entrare nel mondo straordinario Clara raggiunge Drosselmeyer nel suo laboratorio – un’anticipazione del mondo magico, un aldilà nell' aldiquà - dove il padrino le chiede di aggiustare una macchina carillon che sembra procedere con un moto invertito: Clara la fa ripartire nel verso corretto dandoci così, in chiave prolettica, un primo assaggio di ciò che la aspetterà nel regno incantato, ossia invertire la marcia di una macchina bellica ben più pericolosa di un giocattolo.

La bella e dolce Clara scopre che nulla è come sembra ma soprattutto si accorge, e noi con lei, che nessuno di noi è ciò che crede di essere.

© 2018 EDIZIONI CINEVECIO e Gaspare Battistuzzo Cremonini. RIPRODUZIONE RISERVATA.